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BANCHE IN CRISI: UN MODELLO DA SUPERARE?

atlanteNel novembre scorso il salvataggio delle quattro banche  fallite e “risolte” dal governo ha innescato un ciclone di proporzioni gigantesche. La prima applicazione del “bail-in” ha prodotto un panico vero tra i risparmiatori e avviato una crisi sistemica altamente pericolosa.

Molte questioni sono ancora aperte, le nuove banche cercano compratori, altre banche sono a rischio fallimento o affrontano situazioni critiche. Il difficile aumento di capitale delle due banche venete ha spinto il governo alla rapida creazione del Fondo Atlante, con dotazione prevista di 6 miliardi, da parte di Intesa, Unicredit, CDP, Fondazioni e via via le altre banche minori. BPVI ha già assorbito 1,5 miliardi (l’aumento è stato un disastro, Atlante ha dovuto comprare tutto e la quotazione non è riuscita). Con Veneto Banca si rischia di replicare. Il resto delle risorse andrà a fare da paracadute ad altri casi aziendali problematici.

E’ ora di fare un bilancio critico di 25 anni di privatizzazioni del sistema bancario. Il disastro è sotto gli occhi di tutti. La ritirata del settore pubblico, la mancanza di investimenti privati, la ritrosia delle banche nel fare credito per concentrarsi su attività più remunerative, hanno prodotto una contrazione dell’economia e dei tassi di crescita. La crisi scoppiata nel 2008 ha dato il colpo di grazia e dopo la caduta non si vede ripresa all’orizzonte. Le banche italiane sono gravate da sofferenze nette molto pesanti (peraltro imputabili spesso al credito di “relazione”), quindi sono aggredibili e scalabili: quelle quotate e quelle in procinto di esserlo sono un obiettivo esplicito di interessi forti che puntano ad impossessarsene a poco prezzo dopo averle fatte a pezzi. Si impone una riflessione sul ruolo del credito e sul rischio di vedere il nostro sistema depredato, tramite scalate ostili, di una delle ultime risorse appetibili: il risparmio degli italiani. Anche come lavoratori bancari, quanto sta accadendo non ci può lasciare indifferenti.

In due situazioni complicate, dove siamo presenti con il nostro sindacato, MPS e Carige, abbiamo proposto la soluzione della nazionalizzazione. Il perdurare della crisi rende questo scenario (non solo per le due banche citate) sempre più probabile, per cui il vero problema non è se nazionalizzare, ma come farlo.

Nazionalizzare una banca non è più tabù neppure nel regno del pensiero liberista, persino USA e Gran Bretagna sono ricorsi in passato a queste misure per salvare importanti istituti di credito. Il problema è che questi interventi si sono tradotti nella classica pubblicizzazione delle perdite, con peso tutto a carico del bilancio dello stato e con le banche che hanno continuato imperterrite con le loro pratiche speculative: passata la bufera, sono ritornati anche i bonus stellari dei manager, i veicoli fuori bilancio e i comportamenti illegali nella manipolazione dei mercati (di cui le multe patteggiate sono prova concreta).

Quando suggeriamo (non più soli) la nazionalizzazione delle banche in crisi, non intendiamo certamente riproporre questi esempi. Un’operazione del genere deve essere l’occasione per introdurre un diverso modello di banca, tema  rimosso troppo velocemente dal rinnovo del CCNL 2015: non un ritorno al passato, ma l’apertura verso un futuro dove il credito abbia un ruolo strategico.

Occorrono  aziende di credito sganciate dal modello dominante, banche che facciano le banche, che tornino ad essere strumento di tutela dei risparmi dei cittadini e di impulso alle piccole e medie imprese, con un forte radicamento nel territorio, conoscenza del tessuto produttivo e corretta gestione del credito. Rompiamo con le pratiche clientelari e la collusione con i poteri locali che abbiamo visto negli ultimi anni: il nuovo modo di fare banca può e deve diventare alternativa concreta e  concorrenziale ai banchieri attuali.

Questo richiede gruppi dirigenti responsabili e lungimiranti, non manager provenienti da società di consulenza con il sistema delle “porte girevoli”; devono conoscere davvero il lavoro del settore, saper valorizzare le professionalità e le capacità interne, non puntare forsennatamente ad utili trimestrali strabilianti e insostenibili.

L’obiettivo è la crescita di lungo periodo di tutto il sistema socio-economico circostante, l’opposto della politica predatoria fondata sulle pressioni commerciali,  diventate ormai una drammatica costante, che impoveriscono la società.

Il circolo vizioso innescato dai tassi sottozero della BCE dimostra che l’uso della sola leva monetaria, in assenza di politiche di sviluppo della domanda, droga il mercato, favorisce il capitale finanziario e speculativo, non produce investimenti e mette a rischio i risparmi dei cittadini comuni: la maggior parte delle banche oggi non è in grado di proporre investimenti tranquilli, ancorché poco redditizi, ma spinge prodotti dall’esito incerto per i clienti e ricchi di commissioni per i collocatori.

I manager bancari non hanno interesse ad uscire da questo meccanismo, da cui estraggono corposi incentivi economici. Per cambiare serve un intervento, sia dall’alto che dal basso, che cambi un modello di banca dannoso per tutta la collettività e per il paese, oltre che per i lavoratori bancari, ridotti al rango di venditori sempre più stressati.

L’intervento pubblico per stendere una rete di protezione che tuteli le banche investite dal “bail-in” deve essere l’occasione per riaprire un dibattito franco su questo tema, senza le ipocrisie e le contraddizioni che vediamo nel rapporto tra governo e istituzioni comunitarie. Lo stato deve poter garantire il risparmio e la stabilità, quindi la normativa sul “bail-in” va rivista.

Le banche devono tornare a fare credito, le pressioni commerciali devono cessare e le rivendicazioni contrattuali devono sganciare lo stipendio dai risultati. I sistemi incentivanti vanno aboliti, non contrattati. Il credito è un’attività troppo delicata per lasciarla in mano ai privati.

Il suo esercizio va orientato per programmare, progettare, finanziare innovazione tecnologica e sviluppo sociale, crescita dell’economia e miglioramento del benessere collettivo. A cominciare dalla sicurezza dei risparmiatori e dal clima aziendale che vivono i lavoratori. Se puntiamo a questi obiettivi, anche il periodo turbolento che stiamo attraversando potrà acquistare un senso, in una direzione ben determinata.

BANCHE ITALIANE IN CRISI, NUOVE RIFLESSIONI

Torniamo a riflettere sul tema della crisi delle banche in Italia.

Lo spunto ci viene da due contributi:

1) una riflessione di un nostro quadro sindacale dalla Toscana, che riguarda la vicenda di Banca Etruria;

2) la relazione presentata da un nostro rappresentante al dibattito sulle banche, organizzato ad Almese (TO), il 24 febbraio, dall’Associazione “Laboratorio Civico”.

A ben vedere, questi due contributi, che sono presentati a titolo personale dagli autori, rimandano alla grande questione rimasta irrisolta nell’ultimo rinnovo del contratto nazionale: il modello di banca. Un modello che i banchieri, imperterriti, continuano a riproporre da anni, come se nulla fosse successo, solo in termini di tagli dei costi (solo i nostri, naturalmente) e di politiche commerciali aggressive e insostenibili.

Invitiamo tutti/e ad un’attenta lettura: in gioco c’è il futuro del sistema bancario italiano ed il ruolo professionale dei lavoratori e delle lavoratrici del settore. Dobbiamo avviare una grande riflessione collettiva su questi temi.

LE EX FESTIVITA’ DEL 2016

Per il 2016 i giorni di ex festività sono quattro:

  • Giovedì 5 maggio Ascensione
  • Giovedì 26 maggio Corpus Domini
  • Mercoledi 29 giugno SS. Pietro e Paolo (festivo sulla piazza di Roma)
  • Venerdi 4 novembre Festa Forze Armate

Inoltre il 1 maggio cade di domenica, per cui è previsto il pagamento della giornata o, in alternativa, la fruizione di un ulteriore giorno di permesso.

Come spieghiamo meglio sotto, per avere diritto alle giornate di ex festività è necessario che in quelle date la giornata lavorativa sia completamente retribuita.

In conseguenza dell’ultimo contratto nazionale e di vari accordi aziendali, è necessario prestare la massima attenzione agli aspetti normativi legati alla loro fruizione.

Come prima cosa ricordiamo che per i quadri direttivi (ma, in molte banche, anche per le aree professionaliche lavorano con turni) una giornata andrà “devoluta” al Fondo per l’occupazione.

N.B. Attenzione alla doppia penalità!

Ricordiamo che effettuare eventuali assenze non retribuite (permessi ed aspettative non retribuite) nei giorni corrispondenti alle ex festività determina una doppia penalità (perdita dello stipendio e di un giorno di ferie).

La stessa attenzione va posta, nelle aziende interessate, nel non collocare in queste giornate eventualigiorni di solidarietà e giornate di riposo come recupero del sabato lavorativo laddove sono previsti gli orari “estesi”.

Al contrario, non ci sono problemi se ci si assenta per ferie, banca ore, malattia, donazione sangue, ecc.

Ricordiamo che, secondo il CCNL, la fruizione delle ex festività deve avvenire tra il 16 gennaio ed il 14 dicembre, ma in alcune aziende (es. Intesa Sanpaolo) è possibile la fruizione dal 1^ gennaio al 31 dicembre.

Il CCNL prevede anche che, in caso di mancata fruizione, la monetizzazione avvenga con le competenze di febbraio dell’anno successivo.

Questa norma è stata superata in numerosi accordi aziendali che o non consentono più la monetizzazione (in caso di mancata fruizione le ex festività andranno semplicemente perse) o prevedono obbligatoriamente la loro fruizione in via prioritaria, che in questi casi è comunque consigliata.

DECRETO SALVABANCHE E LA SCOPERTA DELL’ACQUA CALDA

banchefallitebArriviamo a fare i nostri primi commenti sulla vicenda delle 4 banche salvate dal governo, mentre la bufera mediatica è ancora in corso.

La vicenda, drammatica sotto molto aspetti, assume contorni comici quando assistiamo alcuni organi d’informazione scoprire, con grande stupore, che esistono le pressioni commerciali, che il governo tiene agli interessi dei banchieri più che a quelli dei cittadini, che le istituzioni europee usano due pesi e due misure, che gli organi di vigilanza (Consob e Banca d’Italia) non vigilano a dovere.

Sono temi che, per quel che ci riguarda, abbiamo sempre trattato “ordinariamente”. Riguardo le pressioni commerciali abbiamo organizzato convegni, fatto volantinaggi alla clientela, mantenuto pervicacemente un netto rifiuto a ogni ipotesi di sistema incentivante, criticando ogni accordo che pretenderebbe di “governare” questo strumento, invece di rivendicare per tutti, retribuzioni certe e contrattate.

Rispetto al governo attuale (e anche precedenti), dagli scioperi alla controinformazione (si vedano i nostri documenti sul job’s act), la nostra opposizione è stata intransigente, così come quelle alle politiche antipopolari teleguidate da Bruxelles.

Riguardo gli organi di controllo, basterebbe ricordare tutta la nostra azione di denuncia sulla vicenda Banco Desio, che, nonostante la condanna dei suoi dirigenti laziali per “associazione a delinquere finalizzata all’esportazione illecita di capitali”, ha potuto impadronirsi del Banco di Spoleto, sotto il benevolo sguardo di Visco. E’ un dettaglio, questo, curiosamente ignorato in tutta la polemica sorta intorno al commissariamento del Banco di Spoleto.

Avremmo quindi molto da dire su questa storia, che sarà opportuno continuare a seguire quando il clamore mediatico tenderà a scemare. Anche perchè, tanto per fare un esempio, i colleghi delle “nuove” banche, sorte sulle ceneri di quelle decotte, sono considerati come nuovi assunti e sottoposti alle regole del job’s act, quindi liberamente licenziabili sul piano individuale.

Vi proponiamo, per cominciare a ragionare su tutta questa vicenda, due documenti:

RINNOVO CONTRATTUALE: L’ACCORDO CHE NON RISOLVE NULLA

CCNL-ABI-2012.001Le assemblee sul rinnovo del contratto del credito si sono concluse. L’ipotesi di accordo è stata approvata quasi ovunque con un consenso plebiscitario: i SI hanno superato il 96%. Deludente il tasso di partecipazione: su 284.000 bancari, hanno espresso il loro voto poco più di 67.000 colleghi. Meno di un lavoratore su quattro ha concorso a determinare il risultato  finale  e  occorre  quindi  fare  la  tara  alle  affermazioni  perentorie  dei  sindacati firmatari che sostengono di aver raggiunto un livello di consenso che non ha precedenti. I dati, forniti in modo aggregato a livello regionale (e solo in taluni casi provinciale), non consentono   particolari   verifiche   o   analisi   di   dettaglio,   anche   se   questa   volta   (ci mancherebbe) non è certo in discussione l’esito finale.

Come temevamo, il forte dissenso registrato all’interno di alcune sigle sindacali e in molti territori (al direttivo nazionale della Fisac, come noto, i voti contrari erano stati circa il 33%) non è stato portato, per amore o per forza, all’interno della categoria. Lo dimostrano in particolare i dati di Liguria e Lazio, dove il SI ha comunque vinto (rispettivamente con l’84% ed il 90%) seppure con percentuali più basse del dato nazionale.

Tutto questo si è verificato a fronte di un accordo che noi continuiamo a definire largamente deludente, un’occasione mancata nel doveroso tentativo di recuperare qualcosa dopo il disastro del 2012.

Pur nella piena consapevolezza dell’impossibilità di sostenere da soli una battaglia nazionale per il NO (anche la Unisin-Falcri si è totalmente allineata per rientrare al 1^ tavolo), ci siamo assunti il compito di fornire, laddove presenti, una corretta informazione ai lavoratori denunciando puntualmente le bugie e le omertà che le relazioni sindacali contenevano. In Intesa San Paolo, a Torino, nostra tradizionale roccaforte, il NO ha superato il 25% (più un 10% di astenuti), un risultato molto significativo anche se, indubbiamente, la maggioranza dei colleghi ha approvato il contratto.

Tornando ai risultati complessivi, com’è possibile che rispetto ai livelli di critica espressi dalla categoria nel 2012 si sia verificato un arretramento così rilevante? E com’è possibile che i lavoratori siano così rassegnati e passivi, di fronte a quello che sono costretti a subire quotidianamente? Verrebbe da chiedere: a che punto è la notte?

Dopo  il varo di una piattaforma che sembrava promettente, nonostante lo sviluppo di  una vertenza che ha visto esprimere i lavoratori in lotte compatte,  di fronte ad una controparte delegittimata da scandali e malversazioni, i sindacati firmatari si sono nuovamente assunti la responsabilità di chiudere un contratto senza risultati tangibili.

E questa scelta non ha neanche visto una reazione adeguata da parte dei lavoratori e dei delegati di base. Siamo davvero di fronte a cambiamenti epocali  e la dimensione della sconfitta è fortemente radicata nella coscienza collettiva.

Appare ridicolo il trionfalismo di certe affermazioni:  come si fa a sostenere che l’ABI ha dovuto subire una sconfitta strategica e quindi ha perso? Le banche hanno preferito accontentarsi di quello che   già hanno ricevuto dal governo, tra agevolazioni fiscali, rivalutazione delle quote di  Banca d’Italia, esenzioni IRAP e provvedimenti sul mercato del lavoro. Jobs Act e decontribuzione assicurano vantaggi economici inaspettati, i nuovi assunti costano  pochissimo,  esodi  e  taglio  dei  costi  proseguono  senza  tregua.  Con  il  tempo potranno essere capitalizzati anche i risultati ottenuti con questo rinnovo.

Innanzitutto  l’allungamento del contratto fino alla fine del 2018, la decorrenza degli aumenti rinviata all’ottobre 2016, la delimitazione del perimetro su cui calcolare TFR e previdenza integrativa:   economicamente   il   contratto   si   chiude   per   le   banche   a   costo   zero. In  secondo luogo la revisione degli inquadramenti, preceduta da nuovi modelli di servizio che hanno svuotato di significato la normativa precedente, creando i presupposti per una forte riduzione dei riconoscimenti professionali e gerarchici. Entro un anno i progetti dell’ABI rientreranno     dalla     finestra     tramite     la     commissione     di     lavoro     sul     tema. In terzo luogo i riassetti societari e gli scorpori, che non troveranno certo ostacoli insormontabili nelle vaghe formule con cui è stata “presidiata” l’area contrattuale o il nulla che è stato definito in merito agli appalti.

Tutto l’impianto sul nuovo modello di banca è stato ignorato, più che rigettato, e l’esplosione del problema indifferibile delle pressioni commerciali dimostra che nulla è stato risolto in questi anni di pure chiacchiere, ma anzi il fenomeno si è incancrenito, diventando strutturale e connaturato al “vecchio” modello di banca, l’unico ammesso e consentito.

Del resto non c’è nulla da pretendere da un sindacato che si pone come unico obiettivo quello  di  contrattare  il  piatto  di  lenticchie,  cioè  una  misera  parte  dell’incremento  di produttività e redditività ottenuto, in misura più o meno ampia, dalle aziende, proprio attraverso quei metodi commerciali aggressivi e pressanti che a parole si dice di voler contrastare. Anziché mettere in discussione metodi, strumenti,   e obiettivi, i sindacati chiedono solo che il frutto di questo delirio venga redistribuito con criteri meno squilibrati, in modo  da  lasciare  qualche  briciola  anche  alla  truppa  e  alla  manovalanza,  anziché concentrare tutto su manager ed azionisti.

Ci sembra ben poca cosa rispetto alla misura drammatica che ha assunto lo sfruttamento del lavoro nel ciclo produttivo (anche) bancario, la quota di lavoro non pagato, la dimensione totalizzante del budget commerciale, il decadimento del clima di lavoro, l’inasprirsi delle tensioni con la clientela, l’irraggiungibilità degli obiettivi e la scarsità quantitativa delle risorse impiegate, a partire dagli organici.

Sono nodi che il contratto lascia del tutto irrisolti e che certamente interessano anche quel 96% di lavoratori che, a differenza nostra,  ha giudicato l’accordo il male minore di fronte al quale conveniva piegare la testa.

CRITICITÀ E OPPORTUNITÀ DELL’IPOTESI DI RINNOVO DEL CCNL DEL CREDITO

L’esilità del testo e il rinvio a successivi accordi di temi importanti concernenti il ridisegno dell’organizzazione del lavoro, dei profili professionali e dei conseguenti inquadramenti, rendono di difficile valutazione l’ipotesi di accordo per il rinnovo del CCNL del credito, firmata in aprile.

Uno spettro, o meglio una famiglia di spettri, uno per ogni gruppo bancario, si aggira eterea e pur presente costantemente, sullo scarno articolato: i piani industriali del prossimo futuro.

Questi ospiti non vengono descritti nel loro aspetto, non essendo naturalmente questa la sede, ma ne ricaviamo il terrificante ritratto, da una vera e propria ossessione sottesa all’ipotesi di accordo: la gestione degli esuberi. Questa acquista una centralità palese nell’economia del testo.

Così come tutte le strade portano a Roma, allo stesso modo, verrebbe voglia di dire, tutti i punti o quasi affrontati, conducono alla necessità di affrontare crisi ed esuberi. Vediamo.

Il fondo per l’occupazione istituito nella precedente tornata contrattuale, che come sappiamo è finanziato da noi lavoratori ed ha inondato le banche di giovani assunti (lo so non li vediamo, ma forse sono eterei, come gli spettri di cui sopra), è confermato, ma la sua natura viene radicalmente modificata. Se ne fa un ulteriore strumento di gestione delle tensioni occupazionali, che opererà in sinergia con il Fondo di solidarietà.

La lettura dei nuovi compiti del Fondo per l’occupazione, ci rimanda a scenari apocalittici: rioccupazione dei lavoratori destinatari della Sezione emergenziale del Fondo di solidarietà e dei lavoratori licenziati per motivi economici, riconversione finalizzata a fronteggiare possibili eccedenze di personale dovute a mutamenti nell’organizzazione del lavoro, quella di cui si è rimandato il complessivo riassetto, come accennato, ad accordi futuri e su cui quindi non ci è dato sapere nulla, nel momento in cui andremo in assemblea a discutere dell’approvazione dell’ipotesi di rinnovo.

Ma la serpeggiante presenza dei piani industriali che ci attendono, riaffiora anche nel punto più innovativo dell’ipotesi di accordo, quello che configura la formazione di uno strumento di coordinamento, finalizzato alla ricollocazione del personale.

Attraverso una piattaforma informatica avente lo scopo di favorire l’incontro tra domanda e offerta di lavoro settoriale, si assiste ad un inedito tentativo di gestione degli effetti delle ristrutturazioni. L’Ente bilaterale che ne dovrebbe sovraintendere il funzionamento, andrebbe a costituire una sorta di agenzia di collocamento settoriale, la cui scala dimensionale, potrebbe facilitare un più efficace mantenimento dei livelli occupazionali.

Il condizionale però è doppiamente d’obbligo, sia per l’incertezza dovuta ad un’articolazione normativa di dettaglio che manca, sia soprattutto, per quella che è a nostro avviso la più eclatante delle omissioni nel testo dell’ipotesi di accordo, ossia la disciplina delle esternalizzazioni.

Il generale peggioramento qualitativo dell’occupazione, con la diffusione della precarizzazione del rapporto di lavoro, si avvale prevalentemente nel nostro settore, della forma della cessione del ramo d’azienda. Per anni risparmiate da queste modalità organizzative, le banche sembrano ormai divenute gli avamposti più “avanzati” nella elaborazione di tali politiche aziendali.

Le esternalizzazioni sono divenute la principale minaccia psicologica incombente sui lavoratori del credito. Un fiume che ha abbattuto gli argini operativi tradizionali, potendo ormai riguardare qualsiasi attività svolta all’interno delle banche.

Il silenzio dell’ipotesi di accordo su questo punto, anche solo in termini di impostazione generale, è dunque assordante. Ed in connessione con il filo rosso della necessità di gestire le crisi occupazionali, sotteso ad esso, prospetta scenari davvero inquietanti.

Così come è costruita, l’ipotesi di accordo è da rigettare.

Però a nostro avviso essa pone dinanzi alle forze sindacali e ai lavoratori maggiormente conflittuali, uno spunto su cui avviare una riflessione.

Sia per quanto riguarda la piattaforma informatica di cui abbiamo già parlato, sia per ciò che concerne il prospettato Cantiere di lavoro che dovrebbe definire i nuovi profili professionali e il sistema di classificazione del personale, ci pare possa aprirsi uno spazio negoziale nuovo, solo prefigurato e teorico per il momento, ma che potrebbe essere tradotto nella possibilità di incidere sul riassetto del settore, perseguendo l’inclusione dei segmenti spinti fuori dal perimetro contrattuale dalla nuova articolazione produttiva.

Un’impostazione programmatica che però passa necessariamente per la costruzione di un diverso modello di rappresentanza sindacale, in considerazione anche del non secondario aspetto che, quale che sia il prossimo contratto collettivo, si tratterà del primo firmato nell’era del Jobs Act e dello scardinamento sostanziale dello Statuto dei lavoratori.

Ma questo è un nodo importante, che richiede una specifica discussione approfondita e su cui dovrebbero convergere le riflessioni di tutti coloro che sono disposti ad impegnarsi nella realizzazione di un ormai necessario adeguamento degli strumenti di lotta, adeguamento che a nostro avviso dovrebbe partire da una valutazione circa la funzionalità delle tradizionali categorie produttive, ad un’azione sindacale che debba tener conto del mutato contesto nazionale e, soprattutto, sovranazionale.

RIFLESSIONI SEMIFREDDE SUL CCNL DEL CREDITO

firmacontrattodi Renato Strumia

Il ragionamento sul contratto non può prescindere né dal contesto in cui si è svolto, né dalla vicenda dell’ultimo precedente rinnovo, che esponeva le segreterie al rischio di un nuovo e pesante flop. Lo sviluppo degli avvenimenti è stato per certi aspetti sorprendente, non era scontato né attendersi uno scontro vero (che invece in certi momenti è andato in scena non solo per finta), né una conclusione che per quanto mi riguarda è ben riassunta dal titolo “contratto prorogato” (nel bene e nel male, checché ne dica “Infoaut”).

Le banche questa volta sembravano decise ad andare fino in fondo, “cambiando verso” ad una storia di concertazione sociale “da manuale” che aveva permesso di gestire, per circa 15 anni, oltre 50.000 esodi con un patto da gentlemen, all’insegna del “non facciamoci del male”. I sindacati invece  non riuscivano a credere all’evidenza, cioè a farsi una ragione del fatto che la pacchia potesse essere finita e che le cose andassero riconquistate ripartendo da zero, cominciando proprio dal loro diritto a trattare (che avevano sempre considerato acquisito in via definitiva). Per riuscire a portare a casa la pelle, cioè a ripristinare lo status quo, questa volta è stato necessario battersi o perlomeno minacciare di farlo in modo serio e organizzato, peraltro riuscendoci abbastanza bene e a volte anche oltre i prevedibili esiti.

Il rinnovo del contratto, se visto alla luce della situazione del primo semestre 2013,  poteva essere immaginato in forma molto diversa: nel CCNL 19.1.2012 le banche avevano ottenuto quasi tutto, senza colpo ferire. I sindacati avevano persino truccato le carte per sostenere di avere il consenso a firmare un bidone. L’orchestrazione delle assemblee, il tentativo di sterilizzare la Campania e la Liguria ribelli, il rinvio alle calende greche delle assemblee nel Lazio, per evitare esiti letali, la generale mistificazione dei risultati non verificabili, avevano alla fine portato ad un risultato addomesticato presentabile (60-40%), ma poco credibile.

Al rinnovo del contratto era seguito il tradizionale riassorbimento della FISAC dissidente (che, nella più classica tradizione CGIL, ha considerata chiusa l’esperienza, una volta esaurita, e ha ricontrattato il riposizionamento interno), e la normalizzazione accelerata della Unisin-Falcri, ansiosa di riaccreditarsi come soggetto affidabile per il 1^ tavolo.  Del Comitato per il No è rimasto in piedi,  isolato e ignorato,  solo lo spezzone CUB-SALLCA.

Si poteva quindi pensare che ABI avrebbe “capitalizzato la capitolazione” dei sindacati anche per il rinnovo successivo, quello che si è appena concluso. In fondo in tutti i gruppi bancari sono stati impostati, nei mesi immediatamente successivi  al CCNL 19/1/2012, piani industriali di ampia portata, con esuberi ed esodi, riduzioni degli organici, solidarietà difensiva, esaurimento delle ferie, giornate di sospensione obbligatoria e/o volontaria, blocco dei percorsi professionali, non pagamento dello straordinario, peggioramento dei trattamenti di missione. Nei casi più gravi, laddove la situazione patrimoniale era così deteriorata da mettere in forse la stessa sopravvivenza dell’azienda come entità autonoma, abbiamo addirittura assistito  a forti riduzioni nelle prestazioni del welfare aziendale, al blocco o alla mancata erogazione del VAP, alla riduzione dei contributi previdenziali integrativi. Quasi ovunque, si è fatto ampio ricorso a forme di utilizzo del premio sociale, a carattere assistenziale, per ridurre il peso di tasse e contributi. Il tutto ha contribuito ad una forte riduzione del costo del lavoro, che alcuni istituti hanno quantificato in almeno il 10%. Uno studio di Prometeia, ripreso dall’ABI, quantifica un calo della componente stipendi nel settore di circa 5 miliardi (da 27 a 22 miliardi) nel periodo 2007-2017. Buona parte di questo calo è ascrivibile al CCNL 19/1/2012!

ABI avrebbe quindi potuto scegliere una linea soft, puntare ad un rinnovo a basso impatto sociale, con modalità silenti e consensuali. Invece sin dalla disdetta del settembre 2013 si è capito che non sarebbe stata una passeggiata rituale.

Se andiamo a sgranare la cronologia della sequenza contrattuale, in realtà, vediamo la costante presenza di un doppio binario, la vecchia tattica dei due forni, un continuo stop & go.

Nell’agosto 2013 ABI (gestione Micheli) rende noto un documento corposo in cui dipinge un quadro drammatico della situazione del settore, ne individua le cause nell’eccesso di costo del lavoro e chiede un cambiamento radicale della struttura contrattuale. A settembre 2013 segue formale disdetta del CCNL con ben 9 mesi di anticipo rispetto alla scadenza naturale. I sindacati indicono uno sciopero per il 31 ottobre 2013. Lo sciopero riesce con alte ed estese adesioni.

La trattativa riprende e si arriva ad un nuovo accordo sul Fondo di sostegno al reddito: vengono peggiorate le prestazioni per i lavoratori che hanno ancora  il sistema retributivo pieno, con penalizzazioni differenziate in base al reddito, ma lo strumento resta come principale ammortizzatore sociale di settore nel gestire lo svecchiamento della categoria e la gestione degli esuberi. Nello stesso tempo si sigla un accordo che individua un percorso di rinnovo del CCNL: entro il 28 febbraio 2014 deve essere presentata la piattaforma sindacale,  entro il 31 marzo 2014 deve iniziare la trattativa.

Alla fine di gennaio compare la “bibbia”: si tratta di un documento di fonte ABI, non ufficiale, probabilmente circolato nei contatti informali tra ABI e segreterie nazionali, che si decide di non diffondere e non rendere pubblico. Difficile però smentirne l’esistenza e l’autenticità: difficile soprattutto abiurarne i contenuti, che altro non sono che la trasposizione del documento di agosto in richieste operative, declinate con puntuali e precise rivendicazioni padronali in tema di riforme contrattuali da esigere.

Il documento crea imbarazzi e smentite, è evidente e palese che ha l’intento di condizionare o sovrapporsi all’elaborazione autonoma della piattaforma rivendicativa da parte dei sindacati, che invece procedono per conto loro a predisporre un documento sufficientemente generico ed accattivante per affrontare il percorso assembleare al riparo da brutte sorprese.

I tempi slittano, ma di poco: la piattaforma è pronta per inizio aprile, le assemblee la votano a grandissima maggioranza ed entro maggio viene inviata alla controparte: ci sarebbero i tempi per cominciare a discuterne, insieme al “nuovo modello di banca” che viene proposto dai sindacati alla controparte, all’opinione pubblica, al sistema delle imprese e dei risparmiatori. L’iniziativa dei sindacati è ad ampio raggio: si propone ai lavoratori una piattaforma che punta a difendere l’area contrattuale, a limitare le iniziative aziendali su appalti ed esternalizzazioni, a condizionare i piani industriali, a difendere l’occupazione, a recuperare il potere d’acquisto attraverso una richiesta economica pari a 175 euro al mese da acquisire entro la scadenza del contratto, prevista al 30.06.2017. Nello stesso tempo si propone alle banche un patto in difesa dell’occupazione basato sull’aumento dei ricavi, sull’apertura a nuove figure professionali e a nuovi servizi (consulenza fiscale e amministrativa, intermediazione immobiliare, offerte di nuovi pacchetti di servizio, ecc.), mentre si cerca di rendersi simpatici a imprese e consumatori, sponsorizzando l’uso della leva del credito come strumento di sostegno all’economia reale, in luogo della finanziarizzazione spinta del modello economico di riferimento.

La trattativa però stenta a decollare: in ABI scade il mandato di Francesco Micheli come presidente del CASL e subentra Alessandro Profumo, che prende in mano la trattativa dalla fine di luglio 2014. Il primo scoglio da affrontare è il consolidamento in tabella degli aumenti retributivi del CCNL 19.1.2012: il famoso EDR. L’accordo del 6.10.2014 prevede l’inserimento in tabella con decorrenza 1.1.2015 e la “saldatura” del contratto scaduto il 30.6.2014 con quello nuovo che si andrà a rinnovare, auspicabilmente, entro la fine dell’anno. Ma nel merito della trattativa, a questo punto, non si è ancora entrati.

Gli incontri riprendono senza costrutto fin quando,  a inizio novembre 2014, l’ABI presenta un documento di 6 cartelle che ripropone in versione stringata e sintetica le richieste che da oltre un anno “girano” attorno alla trattativa senza mai essere formalizzate. ABI chiede di depotenziare il CCNL ad una semplice cornice, che stabilisca norme e minimi retributivi base, per lasciare alla contrattazione di 2^ livello gli spazi opportuni per adattare la struttura contrattuale alle specifiche esigenze aziendali. Chiede di poter applicare ai back office trattamenti compatibili con i “mercati di riferimento”, cioè orari aumentati e retribuzioni ridotte. Propone di separare più nettamente i servizi amministrativi dalla rete commerciale, con l’introduzione di forme di lavoro autonomo.   Chiede di rivedere la struttura degli inquadramenti, accorpando i livelli da 13 a 6  e porre rimedio alla situazione di eccessivo addensamento delle figure professionali nell’area dei quadri direttivi. Chiede di rinnovare il contratto a costo zero, precisando che non ci sono margini economici per concedere aumenti retributivi. Partendo da una ricostruzione degli indici d’inflazione effettiva e dalla previsione di una situazione deflattiva, offre un aumento economico dell’1,85%, precisando che nell’offerta economica devono essere inclusi anche gli effetti del ripristino degli scatti di anzianità, mentre resterebbe il blocco del TFR con il conteggio delle soli voci previste nell’ultimo triennio.

A questa impostazione dell’ABI i sindacati reagiscono con la rottura delle trattative, anche se l’indizione di scioperi è preclusa in quanto deve trascorrere il semestre di raffreddamento del conflitto previsto dal protocollo di settore del 24.10.2011. La proclamazione del 2^ sciopero di categoria viene così rinviata al nuovo anno e viene fissata al 31.01.2015, con l’indizione di 4 manifestazioni di piazza, che si svolgeranno a Milano, Ravenna, Roma e Palermo, mentre la CUB-SALLCA manifesta a Torino.

Lo sciopero ottiene un’ottima adesione e sorprendentemente anche le manifestazioni di piazza riescono bene, con una buona copertura mediatica. In particolare la manifestazione di Milano vede sfilare, oltre ad una nutrita delegazione di sindacalisti di mestiere, sia del settore che confederali, anche molti lavoratori ruspanti e partecipativi.

Il contratto dei bancari diventa per qualche settimana l’emblema di una situazione più generale in cui oltre 7 milioni di lavoratori hanno il contratto scaduto e l’azione congiunta di governo e padronato contribuisce ad alzare la tensione sociale anche in settori dove la presenza, seppure ridotta, di utili e margini potrebbe favorire la ripresa della domanda e un ruolo della contrattazione. La scarsa popolarità di cui godono i banchieri, la moderazione della piattaforma  e la determinazione dei lavoratori nel partecipare alle lotte, alla fine convincono l’ABI a riprendere il negoziato con obiettivi più contenuti. La trattativa finisce per concentrarsi sui tre soli nodi della parte economica, della revisione degli inquadramenti e delle garanzie da mantenere sull’area contrattuale. Di fatto lo scambio avviene, dopo la convulsa settimana precedente alla possibile disapplicazione del contratto, tra parte economica e parte normativa.

La durata del contratto viene prorogata al 31.12.2018, gli aumenti vengono scaglionati su tre anni, con prima decorrenza 1.10.2016, la consistenza è dimezzata rispetto alla richiesta iniziale e una parte rilevante degli aumenti viene finanziata dal permanere del blocco delle voci su cui viene conteggiato il TFR. Nel corso dell’intera vigenza del contratto, che diventa quadriennale, così come la contrattazione integrativa aziendale, l’impatto economico è contenuto al 3% circa. Si tratta di un aumento infimo per la stragrande maggioranza dei lavoratori.

Gli unici ad avere qualche motivo di soddisfazione per la parte economica sono naturalmente i lavoratori di nuova assunzione, che vedono ridursi l’abbattimento del salario d’ingresso dal -18% al -10%. Per  coloro che sono già in servizio, in quanto assunti/confermati sulla base del CCNL 19.1.2012,  il recupero avviene a spese del FOC, che come sappiamo è finanziato per il 90% dai lavoratori (in termini di banca ore/festività soppresse) con modalità obbligatorie e per il resto dal Top management che versa con modalità volontarie il 4% della propria retribuzione contrattuale, mentre le aziende non contribuiscono per nulla (ente bilaterale molto anomalo!).

Le contropartite per l’esito umiliante della parte economica consistono nella “tenuta” dell’area contrattuale e nel “rinvio” della manovra sugli inquadramenti. Sul primo versante le aziende hanno rinunciato ad ampliare in modo incontrollato l’area dei contratti complementari, che peraltro sono previsti in contratto sin dal 1999 e che dovrebbero funzionare soprattutto nell’improbabile fase dell’insourcing, cioè quando si riportano dentro il perimetro societario delle lavorazioni appaltate all’esterno. Sul secondo versante si è deciso di aprire un “cantiere di lavoro”, che entro 12 mesi dovrebbe produrre una sintesi, da applicare poi nel contratto successivo: intanto però le banche possono contrattare nuovi inquadramenti in sede aziendale, stabilendo situazioni ex-novo.

Ovviamente viene dato molto rilievo al FOC, che da fondo bilaterale destinato a produrre o stabilizzare nuova occupazione dovrebbe estendere la sue prerogative anche al riassorbimento di lavoratori espulsi in seguito a situazioni di crisi, o alla loro riqualificazione professionale. Di fatto le aziende potranno attingere, senza obbligo, a questo bacino, se vi troveranno le competenze che cercano, mentre le risorse saranno, come prima, a carico dei lavoratori, come abbiamo già ribadito.

In  sostanza le aziende portano a casa un contratto “snello”, molto distante da quello su cui puntavano, ma anche poco costoso rispetto agli impegni esigibili. Nei fatti hanno ottenuto nell’arco di tempo in cui si è svolta la vicenda contrattuale, innumerevoli e imprevisti vantaggi “extra-contrattuali”, che hanno in parte abbassato le loro pretese e intercettato le loro reiterate richieste alla “politica”. Basti pensare ai 2,5 miliardi di euro che nel triennio riusciranno a recuperare come conseguenza del nuovo trattamento fiscale riservato all’ammortamento dei crediti incagliati. Basti pensare ai 3,7 miliardi che riusciranno a risparmiare in base alla legge di stabilità e all’esenzione della base imponibile IRAP. Basti pensare ai 7,5 miliardi che hanno ottenuto come rivalutazione patrimoniale delle quote detenute in Banca d’Italia. Basti pensare agli 8.000 euro annui che riusciranno a risparmiare, per i primi tre anni,  per ogni lavoratore neo-assunto, come effetto della de-contribuzione (sommando, vengono fuori 24.000 euro a cranio). Per non parlare dei vantaggi del nuovo contratto a tutele crescenti per i lavoratori assunti dopo il 7.3.2015 e delle possibilità che si aprono con le norme applicative del Jobs-Act.

I sindacati chiudono la vicenda cantando vittoria e non perdono occasione per auto-incensarsi. In realtà la trattativa si chiude con un sostanziale pareggio, che lascia totalmente irrisolti i problemi pregressi, dal peso non certo irrilevante.

Si pensi alla vicenda degli orari, di lavoro e di sportello, che sono stati liberalizzati con l’ultimo contratto e non hanno conosciuto alcuna rivisitazione critica, nonostante siano evidenti gli impatti devastanti nell’organizzazione dell’unica banca (Intesa Sanpaolo) che li ha applicati in modo esteso e massiccio.

Si pensi alla vicenda dei Consorzi ed al loro utilizzo per costituire in società pezzi di lavorazione da cedere poi a soci esterni al perimetro contrattuale del credito (Unicredit, Banca MPS, Bnl), con le fragili tutele che tendono ad indebolirsi ulteriormente nel tempo e che anche le nuove previsioni in termini di Area Contrattuale non possono impedire.

Si pensi allo spazio enorme concesso sul terreno del salario, spazio che sarà riempito da nuovi e corposi sistemi incentivanti su iniziativa aziendale, in barba a tutti gli impegni contro le politiche commerciali aggressive.

Si pensi ai nuovi modelli distributivi, che fanno ogni giorno carta straccia degli accordi esistenti in tema di inquadramenti, indennità, mansioni, e che vengono usati per anticipare nuovi schemi contrattuali, mai discussi con  i rappresentanti dei lavoratori.

Non si tratta quindi di vedere il bicchiere mezzo vuoto (come fa la Fisac malpancista) o mezzo pieno (come fa “Infoaut”), ma di cogliere il senso di questo rinnovo sul piano politico e sindacale.

Un’occasione sprecata per riconquistare il terreno perduto, nonostante i rapporti di forza messi in campo in categoria di fronte alla protervia dei banchieri.

Un ulteriore passaggio verso un sistema più deregolato, dove la riduzione al minimo del recupero retributivo lascerà a mani vuote i lavoratori delle imprese in forte crisi (Mps, Carige, Banca Marche, Pop. Etruria e via commissariando) ed apre grandi spazi di discrezionalità aziendale laddove i margini restano (o tornano) più alti e la situazione patrimoniale più solida. Gli ammortizzatori sociali continueranno ad essere finanziati dal contributo dei lavoratori, in una fase dove si vedrà poca nuova occupazione e nuovo intensificarsi del flusso in uscita (anche come conseguenza delle nuove aggregazioni connesse alla riforma delle banche popolari).

Denunciare questo stato di cose anche attraverso il voto negativo sull’ipotesi di rinnovo mi sembra una scelta coerente, seppure complicata da articolare e spiegare. L’auspicio è che non tutti i quadri sindacali abbiano la mente ottenebrata da questo apparente successo e che resti un po’ di materia grigia e senso della realtà per valutare le cose nel merito e intravvedere gli scenari di mutamento radicale che si aprono nel settore.

Torino, 16.4.2015                                                                                              RENATO STRUMIA

CCNL BANCARI, VERSO LE ASSEMBLEE

mani-alzateoL’attacco dell’ABI è stato respinto.
Il Contratto Nazionale rimane in sostanza quello sancito dalla pesantissima sconfitta del
2012. Quello che ha consentito manovre sugli orari devastanti (come in Intesa Sanpaolo); quello che ha spinto ai margini della categoria e che tiene in uno stato di incertezza e precarietà migliaia di lavoratori ceduti ai Consorzi (come in BNL, Unicredit, MPS); quello che ha concesso alle banche enormi e strutturali risparmi sul terreno del salario contrattato, lasciando praterie alla discrezionalità dei sistemi incentivanti; quello che non è riuscito ad impedire l’esplodere del fenomeno delle pressioni “alla vendita”, sempre più opprimenti.

L’attacco dell’ABI è stato respinto.
Ciò significa in termini più concreti che l’area contrattuale rimane quella attuale e che la manovra sugli inquadramenti viene rinviata.
Sul primo versante, le aziende hanno rinunciato ad ampliare l’utilizzo dei contratti complementari ma, in compenso, nessuno degli strumenti di rafforzamento delle attuali fragili tutele è stato ottenuto, né impegni più cogenti sul terreno dell’insourcing, una delle tante bufale del 2012.
Sul secondo versante si è deciso di aprire un “cantiere di lavoro”, che entro 12 mesi dovrebbe produrre una sintesi da applicare poi nel contratto successivo: intanto però le banche potranno contrattare nuovi inquadramenti in sede aziendale e non è detto che sarà per migliorarli!!

L’attacco dell’ABI è stato respinto.
La cornice contrattuale quindi è stata difesa (ed è ovviamente un bene preziosissimo) ma è quella debole e manomessa da anni di sconfitte ed arretramenti. I banchieri, tutto sommato, se ne sono fatti una ragione visto che sono stati loro a chiedere di prolungare la durata del nuovo contratto (sino a fine ’18). Presto ripartirà il risiko bancario (crisi aziendali, banche popolari) ed il ventaglio di strumenti che già hanno a loro disposizione (quadro legislativo, effetti del jobs act, possibilità di deroghe al contratto nazionale, nuovi inquadramenti) sono stati ritenuti, ahimè, più che sufficienti per affrontare quattro anni di ristrutturazioni e contrattazioni aziendali beneficiando di rapporti di forza consolidati.

L’attacco dell’ABI è stato respinto e qualche sacrificio era necessario.
Per esempio quello di buttare alle ortiche un’intera piattaforma, l’ennesima (ma perché continuano a farle?).
Non ci sarà nessun “nuovo modello di banca”, concetto sul quale i sindacati firmatari puntavano forte e per il quale nelle assemblee si erano spesi con parole roboanti. Resterà in vigore quello amato da banchieri, faccendieri, poteri forti.
La questione centrale delle pressioni commerciali non è stata nemmeno affrontata. Nulla nemmeno sul terreno della riduzione della discrezionalità aziendale in tema di orari di sportello o di sistemi incentivanti. Nessun risultato in positivo, come detto, anche sul fronte delle cessioni di ramo d’azienda.

L’attacco dell’ABI è stato respinto e qualche sacrificio era necessario.
Per esempio il salario, visto che siamo di fronte al secondo contratto totalmente autofinanziato. Lo dimostra in primo luogo il fatto che nel corso della “trattativa” sia stato ridotto l’importo e prorogata la decorrenza della prima tranche di “aumenti” (sino ad arrivare ai ridicoli 25 euro lordi dell’ottobre 2016) pur di far quadrare comunque i conti.
Si dice che nel 2012 andò peggio, peccato che allora solo il fronte per il NO svelò il trucchetto mentre i sindacati firmatari, dopo aver negato l’evidenza nelle assemblee, recentemente hanno giurato che non sarebbe più successo. E’ invece è accaduto, visto che la riduzione della base di calcolo del TFR (ormai strutturale e addirittura retroattiva!!) si porterà via buona parte degli incrementi tabellari ed il resto lo farà il conseguente impatto sulla previdenza integrativa (cosa che, detto per inciso, penalizza fortemente proprio i giovani…)

L’attacco dell’ABI è stato respinto e in più il Contratto ha un’anima sociale.
Su questo non ci possono essere dubbi e lo diciamo senza alcuna ironia.
Solo che “la solidarietà” non è il frutto di un concorso tra le due controparti ma è tutta farina del nostro sacco. Sono infatti circa 1.200.000 giornate lavorative aggiuntive quelle che la categoria “offre” per sostenere il prolungamento della durata e l’allargamento delle finalità del FOC (Fondo per l’Occupazione) nel quale, ricordiamo, le banche non mettono un euro. Siamo noi quindi che forniremo ai banchieri gli incentivi economici per favorire la rioccupazione dei lavoratori licenziati nel settore, la solidarietà espansiva, la riconversione professionale, le nuove assunzioni. E saremo noi, e questo ha del clamoroso, a pagare agli attuali apprendisti il parziale recupero salariale (oltre 200€ lordi) rispetto alle tabelle contrattuali (dal -18% al -10%).

Ed a questo proposito è giusto rimarcare come l’incremento del “salario di ingresso” per i futuri assunti, sprofondato negli anni a livelli imbarazzanti, è una delle poche buone notizie che ci riserva questo rinnovo contrattuale. Anche in questo caso, tuttavia, l’operazione è a costo zero per le banche visti gli sgravi fiscali (8.000 euro all’anno per tre anni) previsti dal jobs act, per non parlare, ovviamente, dei vantaggi derivanti dal fatto di poter assumere lavoratori precari e licenziabili (anche ingiustamente) a vita.

L’attacco dell’ABI è stato respinto in un contesto molto difficile.
Nessuno può metterlo in dubbio. Solo che dipende sempre da chi racconta la storia e spesso le Premesse ad un Contratto non mentono su chi sia il vero vincitore. Nel nostro caso contengono una narrazione ideologica ed unilaterale (che appunto definisce il contesto) che è vergognoso aver cofirmato (e condiviso o subìto).
Non una parola sulle responsabilità dei banchieri e della finanza per la crisi che ci attanaglia; non una sugli scandalosi emolumenti dei top manager; nulla sugli oltre 13 miliardi di euro che recente provvedimenti del Governo hanno garantito alle banche per rafforzare patrimonio o conto economico (per non parlare dei fiumi di denaro a tasso zero elargiti dalla BCE). Nessun commento alle avventure finanziarie di banchieri incapaci e condannati che hanno portato alla rovina banche secolari. E nessuna scusa sul fatto che fossero proprio loro a guidare la delegazione del 2002 che invocava (e ottenne) sacrifici e responsabilità sociale.

L’attacco dell’ABI è stato respinto ma noi voteremo NO perché riteniamo che si tratti dell’ennesima occasione persa. Alla continuità delle mobilitazioni (dopo due scioperi e manifestazioni riuscitissime) si è preferito il confronto-teatrino tra gruppi dirigenti che “sanno” quando è il momento di chiudere. Ed il punto di “mediazione” raggiunto è per noi del tutto insufficiente.

CONTRATTO CREDITO: NESSUNA RIVINCITA, NESSUN RECUPERO, NESSUN NUOVO MODELLO DI BANCA, “PROROGATO” IL PESSIMO CCNL DEL 2012

images2Questa ci pare la sintesi di una vicenda durata un anno e mezzo, con due scioperi di categoria (non accadeva da 12 anni) e azioni di denuncia all’opinione pubblica (che hanno dato molto fastidio ai banchieri), due proroghe della scadenza contrattuale, un finale thriller, con rottura delle trattative, ripresa quasi immediata, volata finale alle 5 del mattino del 1 aprile…

I  toni  entusiastici  dei  vertici  dei  sindacati  firmatari  (tornati  ad  un  unico  tavolo, compresa l’ex ribelle Falcri) non lasciano dubbi: difesa l’area contrattuale, tutelata vecchia e nuova occupazione, migliorata la condizione dei neoassunti, ottenuto un aumento di 85 Euro a regime.

E’ davvero così? Le sette paginette e quattro righe in cui si condensa questo rinnovo contrattuale (di cui due pagine di retorica inconcludente sullo stato dell’economia italiana) cominciano già a suggerire qualche dubbio.

 

Area Contrattuale

E’ indubbiamente stata difesa dagli attacchi della controparte e nessuno può svilire l’importanza di questo risultato. D’altra parte, è anche vero che nessun miglioramento  presente  nella  piattaforma  dei  sindacati  firmatari  è  stato ottenuto.

Il mantenimento del contratto del credito in caso di cessione è una tutela fondamentale, ma resta il nodo del controllo societario (come richiesto nella nostra piattaforma) o perlomeno di un rafforzamento della nozione di controllo societario (come richiesto nella piattaforma dei sindacati firmatari) per far cessare lo stato di incertezza e precarietà in cui vivono le migliaia di lavoratori ceduti a società dove la banca  mantiene  una  quota  di  minoranza  (si  pensi  alle  Newco  di  Unicredit)  o nemmeno quella (Fruendo di Mps).

Processi che, come noto, vengono “guidati” da quelle costosissime e utilmente dannose società di consulenza di matrice anglosassone che poi addirittura, ad esempio nell’ultimo caso citato, diventano azioniste di riferimento delle nuove società. Bella quindi l’idea, nella piattaforma dei sindacati firmatari, di introdurre informative sulle società di consulenze alla stregua degli appalti. Peccato che non sia stata neppure discussa!

 

Occupazione e Jobs Act

Questo tema ruota intorno al Fondo per l’Occupazione (FOC) e su questo va chiarito preliminarmente un punto: il FOC è pagato da noi, visto che è finanziato per il 90% attraverso la giornata di ex festività o banca ore sottratta obbligatoriamente ai lavoratori e per il restante 10% dal contributo volontario dei top manager pari ad un 4% dei loro emolumenti.

Il FOC è stato istituito con il rinnovo contrattuale del 2012 per favorire la creazione di nuova occupazione stabile nel settore “incentivando” le banche ad assumere a tempo indeterminato. Ricorderete, nelle assemblee, le promesse dei sindacati firmatari sulle previste 30.000 nuove assunzioni…

In realtà è servito sostanzialmente per rendere più economica la conferma degli apprendisti. Ora il Fondo viene prorogato sino al 31 dicembre 2018 allargando il suo campo d’azione per favorire la rioccupazione di lavoratori licenziati nel settore, la solidarietà espansiva, la riconversione e riqualificazione professionale, l’ingresso dei giovani nel mondo del lavoro.

Sono circa 1.200.000 giornate lavorative aggiuntive che la categoria mette sul piatto per ridurre il costo del lavoro.

In caso di nuove assunzioni le aziende valuteranno prioritariamente le posizioni di chi si trova nella sezione emergenziale del Fondo di Solidarietà. Ovviamente non c’è nessun obbligo, ogni banca valuterà se gli conviene assumere un lavoratore già formato (con relativo contributo pagato da noi come lavoratori) o un giovane con il contratto  a  tutele  crescenti  (in  realtà  inesistenti)  con  relativo  contributo  pagato sempre da noi (come cittadini).

E incredibilmente sarà sempre il FOC (cioè noi) a pagare agli attuali apprendisti il parziale recupero salariale (oltre 200€ lordi) rispetto alle tabelle contrattuali (dal -18% al -10%).

E’ comunque ovvio che l’incremento del “salario di ingresso” per i futuri assunti, sprofondato negli anni a livelli imbarazzanti, è una delle poche buone notizie che ci riserva questo rinnovo contrattuale.

Rispetto al jobs act l’accordo di rinnovo prevede che la continuità con le vecchie tutele sia prevista per le cessioni volontarie ed individuali di contratto, per il passaggio in nuove aziende (NewCo) e per le cessioni di ramo d’azienda (questo ultimo caso, peraltro, previsto dalla stessa legge).

Il punto che conferma il mantenimento di ciò che resta dell’art.18 a chi è in servizio al 7 marzo 2015 dovrebbe garantire che anche gli attuali apprendisti avranno questa tutela (non prevista dal jobs act): ci mancherebbe, visto che la loro stabilizzazione è pagata dal FOC…

 

Aumenti contrattuali

Tralasciamo di ricordare la richiesta di 175 Euro di aumenti medi nella piattaforma dei sindacati firmatari: eravamo talmente consapevoli delle difficoltà “di fase” che nelle nostra  piattaforma,  realisticamente,  avevamo  proposto  un  aumento  di  100  Euro uguale per tutti.

Ciò nonostante il risultato ottenuto è veramente sotto ogni limite di accettabilità. La progressiva riduzione e dilazione della prima tranche (25 euro lordi a partire da ottobre 2016!!!) è la conferma più lampante di un “aumento”, ancora una volta, totalmente fittizio in quanto  autofinanziato dai lavoratori stessi con la riduzione della base di calcolo del TFR (vengono considerate le sole voci di paga base, scatti e importo ex ristrutturazione tabellare) che si ripercuote anche (con un’interpretazione estensiva delle aziende) sulla base di calcolo della previdenza integrativa.

Certo nel contratto precedente era andata anche peggio, ma la beffa rimane, con l’aggiunta che il contratto viene prolungato di un anno e mezzo fino al 31 dicembre 2018.

 

Inquadramenti

Su questo punto l’assalto dell’Abi, per ora, non è passato, ma la partita rischia solo di essere rinviata al “Cantiere di lavoro” che dovrà occuparsene nella prospettiva già del successivo rinnovo contrattuale. Ci chiediamo se verranno poste al vaglio dei lavoratori le posizioni sindacali per conferire loro un mandato preciso, ma temiamo di immaginare già la risposta.

Oltretutto la previsione che è stata introdotta di possibili contrattazioni sul tema a livello aziendale potrebbe riservare brutte sorprese.

La fungibilità all’interno della categoria dei quadri permane. Vero che l’Abi avrebbe voluto estenderla ancora di più, ma questo non rende meno grave la cosa.

Ricordiamo che nella nostra piattaforma avevamo chiesto la reintroduzione degli automatismi (tema che fa venire l’orticaria alla controparte) che però è del tutto coerente con il concetto di fungibilità che esiste da tempo nelle Aree Professionali, dove le declaratorie dei livelli non sono ben definite.

 

Un’altra piattaforma cestinata

La soddisfazione delle segreterie sindacali per l’accordo siglato si accentua quando fanno l’elenco delle richieste dell’Abi che sono state respinte.

Noi  che  continuiamo  a  pensare  che  le  trattative  non  debbano  essere necessariamente in perdita, preferiamo ricordare cosa è stato lasciato per strada, senza nemmeno mai essere realmente messo in discussione, rispetto alla piattaforma approvata dai lavoratori e, soprattutto, rispetto alle difficoltà della realtà lavorativa quotidiana.

Il nuovo modello di banca: i sindacati firmatari ci avevano puntato forte (almeno nella propaganda assembleare); resterà in vigore quello amato da banchieri, faccendieri, poteri forti.

Le pressioni commerciali: non c’è assolutamente nulla, non ritenendo di dover neppure commentare le quattro frasi di maniera contenute nell’ipotesi di accordo, che sono la classica aria fritta per coprire il misfatto.

Anzi, l’ulteriore declino del salario reale contrattato, unito alla piena discrezionalità aziendale su percorsi professionali, inquadramenti e formazione, lasciano aperte le praterie alle banche per continuare imperterrite con le consuete pratiche.

I sistemi incentivanti: anche qui, in assenza di reali aumenti contrattuali e di interventi forti sulle politiche commerciali, nulla cambia.

Gli   orari:   sebbene   la   piattaforma   delle   altre   sigle   non   prevedesse   nulla sull’argomento, nella nostra si tornava a ragionare sul terreno della riduzione dell’orario di lavoro e soprattutto sulla necessità di rimettere mano all’eccesso di flessibilità concesse in materia di orari di sportello, flessibilità che le aziende hanno mostrato di saper gestire in modo disastroso per i lavoratori e senza benefici per l’occupazione.

Oltretutto, nel precedente contratto, nella fretta di concedere mani libere alla aziende sugli orari, i sindacati firmatari si sono dimenticati di tutelare il diritto di assemblea che, laddove sono stati introdotti gli orari estesi, è fortemente penalizzato.

Se, quindi, i propositi dell’Abi di spianare il contratto del credito sono stati respinti, nessuno   dei   principali   problemi   della   categoria   è   stato   per   lo   meno parzialmente risolto (fatto salvo, lo abbiamo detto, la riduzione del gap salariale dei neoassunti).

 

La cornice contrattuale nazionale rimane (ed  è  ovviamente  un bene preziosissimo)  ma  è  quella  debole  e  manomessa  da  anni  di  sconfitte  ed arretramenti, quella che ha accompagnato sin qui il costante peggioramento delle condizioni salariali e normative della categoria, quella che consentirà alle banche  quattro  anni  di  contrattazioni aziendali (sino  al  ‘19…)  partendo da rapporti di forza immutati.

Nessuno nasconde che il contesto era ed è difficile, con livelli di disoccupazione insostenibili, un mercato del lavoro devastato ed un governo pregiudizialmente ostile ai lavoratori.

E tuttavia non si sfugge all’impressione che ancora una volta un’occasione sia stata persa e che molte carte potessero essere ancora giocate visto il contesto di sostanziale unità sindacale, il forte e non scontato successo delle mobilitazioni, il discredito dei banchieri mai forte come in questo periodo.

Si è preferita invece la solita partita di scacchi giocata ai vertici e si è deciso per lo stallo.

A questo punto la parola passa alle lavoratrici ed ai lavoratori. Noi pensiamo che questo accordo vada bocciato perché, come detto, vi erano le condizioni per continuare la mobilitazione e raggiungere qualche risultato sostanziale.

In gioco non c’è solo il modello di banca, ma anche il modello di sindacato. Sta ai lavoratori decidere se continuare sulla strada di un ritorno affannoso a politiche di concertazione e collaborazione con i banchieri o tentare la strada, certo difficile e piena di difficoltà, di una linea di contrasto reale alle politiche che da quasi trent’anni stanno portando ad una progressiva svalorizzazione del nostro lavoro.

“PROROGATO” IL CONTRATTO DEL CREDITO

firmacontrattoCome d’abitudine negli ultimi tempi, alle 5 del mattino del 1 aprile è stata firmata l’ipotesi di accordo per il rinnovo del contratto del credito.

Forse ricorderete che martedì mattina, 24 marzo, avevamo pubblicato un volantino che segnalava anche la possibilità di una chiusura del contratto in tempi rapidi. Leggendo il messaggio della newsletter, giunto lo stesso giorno dell’annuncio della rottura delle trattative, molti avranno pensato ad una nostra clamorosa svista.

In realtà, non conoscendo tutti i retroscena della trattativa, avevamo, in qualche modo, intuito la conclusione: dopo neppure 48 ore dalla rottura uscivano notizie sulla ripresa delle trattative ed in effetti lunedì 30 marzo le parti sono tornate ad incontrarsi, fino alla firma finale di quello che, a prima vista, appare come un congelamento della situazione in essere, insieme a vari rinvii.

Per ora vi invitiamo alla lettura dell’ipotesi di accordo: torneremo a breve con un commento approfondito sul merito dell’accordo e sul percorso che ha portato alla sua firma.