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UBIS – VIETARE L’ITALIANO NON FA BENE ALLA FORMAZIONE

Unicredit_TowerbisLettera aperta a Gianluigi Robaldo (Relazioni industriali UCI) ed Antonio Beraldi (Relazioni industriali Ubis)

E’ triste ammetterlo ma Unicredit non smetterà mai di stupirci. In negativo ovviamente.

Non risparmia neppure la formazione obbligatoria. Da un lato ribadisce “l’importanza dell’attività formativa in oggetto, in termini di rischi legali, operativi e reputazionali per la nostra azienda”  (sono parole dell’Azienda stessa) e dall’altra non rende pienamente fruibili i corsi medesimi.

E’ di questi ultimi giorni la segnalazione ricevuta da alcuni colleghi di UBIS in merito alla fruizione di corsi OBBLIGATORI e disponibili in sola lingua inglese, corsi (con tanto di test finale) distribuiti a pioggia senza neppure preoccuparsi di valutare se i destinatari  abbiano una conoscenza della lingua e dei termini tecnici utilizzati tali da poterne beneficiare appieno.

Tutto ciò, oltre ad essere improduttivo, è umiliante e mortificante per le lavoratrici ed i lavoratori che,  loro malgrado,  non ne possono fruire (cosa  che fra l’altro stride con le dichiarazioni aziendali che riferiscono di una riduzione delle ore di formazione linguistica e con l’Art. 2 del Protocollo 28.06.2014 sulle prospettive di rilancio connesse al Piano Strategico 2018). Se a questo poi aggiungiamo il richiamo formale che manager e capi struttura fanno ai lavoratori, la frittata è fatta.

Noi diciamo che un conto è conoscere una lingua straniera, scrivere magari una mail ai colleghi d’oltralpe, altro è sostenere corsi ed esami.

L’atteggiamento di UniCredit è tranchant: l’inglese è utile, internazionale, indispensabile, moderno, in una parola “cool” e quindi tutto quello che si fa in inglese va bene. Poco importa se l’obiettivo che ci si pone di raggiungere sia o meno realizzabile.

Per noi invece ciò è inaccettabile.

E’ quindi palese che UniCredit non crede nell’importanza della formazione e nella crescita professionale dei propri lavoratori (non a caso si investe massicciamente nella consulenza esterna) e non riconosce che le capacità professionali costituiscono un patrimonio fondamentale per i lavoratori e le lavoratrici e per l’efficienza e la competitività del Gruppo.

Per Unicredit, la formazione è solo un abbellimento, una targhetta da inserire in un curriculum o magari un semplice adempimento di legge: la forma è più importante della sostanza. Sbarazziamoci degli equivoci: internazionalizzazione non significa “inglesizzazione”, soprattutto quando si parla di formazione.

Ribadiamo: la formazione è un diritto delle lavoratrici e dei lavoratori, oltre che un’opportunità ed un vantaggio per il Gruppo. Inoltre è opportuno ricordare ai lavoratori che per l’Azienda lo svolgimento dei corsi comporta automaticamente la comprensione ed applicazione di tali tematiche nell’attività lavorativa, scaricando quindi ogni responsabilità per eventuali violazioni in capo al lavoratore.

Chiediamo perciò all’Azienda che si adoperi da subito a rendere pienamente fruibili i corsi a tutte le lavoratrici ed i lavoratori rendendoli disponibili in italiano, evitando altresì i richiami formali a tali adempimenti. Invitiamo tutti i colleghi a non farsi intimidire dai propri responsabili ed a pretendere che la propria professionalità non venga svilita.

Non vorremmo che domani, ove fossero eventualmente mutati i rapporti di forza nel mondo, i nostri illuminati manager ci obbligassero a tenere corsi in cinese od in arabo.

UNICA: UNA PRIMA ANALISI “A CALDO” DEI NUOVI PIANI SANITARI 2016/17

unicreditcUniCA, ci risiamo. E’ di nuovo tempo di rinnovo dei Piani Sanitari e poco sembra essere cambiato in questi due anni.

Dai documenti presenti sul sito di UniCA (stranamente il portale aziendale alla data di pubblicazione di questo comunicato non dà notizie in merito) si nota qualche piccolo miglioramento in polizza, soprattutto quella odontoiatrica, anche  se  migliorare  una  polizza  che  alla  fine  copriva  principalmente l’ablazione del tartaro, non è poi cosa di cui vantarsi (e comunque se si vuole una discreta copertura i lavoratori dovranno pagare 750€ in più).

Una piccola nota positiva: sono state inserite alcune prestazioni di prevenzione presso Centri Autorizzati Previmedical.

Per contro:

1 – è stato introdotto il limite di reddito di 26.000,00 euro lordi per l’inserimento in assistenza di un figlio non convivente e non fiscalmente a carico entro i 35 anni di età,

2 – sono state aumentate le franchigie per le operazioni fatte scegliendo la forma “indiretta” (ovvero a rimborso senza preattivazione da parte di UniCA), qualora  sia  possibile  la  “diretta”  (in  convenzione  attivata da  UniCA).    Gli scoperti applicati saranno maggiorati rispetto alla norma con l’obiettivo, a detta di UniCA, di “favorire l’utilizzo del regime diretto, ovunque possibile, in quanto detto  regime  consente  di  governare  il  costo  delle  prestazioni,  e  quindi favorisce  la  sostenibilità,  nel  tempo,  delle  coperture.”  Già,  ma  quali  sono queste casistiche? Principalmente i casi di urgenza per i quali Previmedical chiederà ancora le 48 ore di preavviso (pari cioè a quelle previste dal servizio sanitario nazionale), ed onestamente 48 ore per spedire un fax alla struttura convenzionata ci pare irrealistico. Si poteva fare di più e meglio.

Inoltre, prima di prenotare una visita in forma “indiretta” bisognerà sempre accertarsi  che  la  struttura/medico  non  sia  convenzionato,  altrimenti scatterebbe  la  “superfranchigia”.  Insomma,  quando  si  dice  che  gli adempimenti burocratici non bastano mai.

Sull’argomento  “superfranchigie”  è  poi  da  riportare  un  piccolo  giallo.  La “Lettera del Direttore” del 18 dicembre scorso riporta un incremento delle franchigie del 50%, mentre “Il prospetto di Sintesi dei piani sanitari” ne riporta uno addirittura del 150%. Chi avrà ragione?

3 – Sono stati inoltre adeguati i costi della sottoscrizione per i dipendenti di polizza superiore a quella spettante per inquadramento, quindi nel caso di “upgrade” si pagherà di più (20% da Polizza Standard a Plus e da Plus ad Extra, 30% da polizza Standard ad Extra).

4 – Non c’è alcun riferimento ad un miglioramento nella gestione burocratica delle prestazioni. Le lavoratrici ed i lavoratori lamentano infatti un asfissiante formalismo nella gestione dei rapporti con gli iscritti alla Cassa Sanitaria. Le segnalazioni ricevute indicano spesso un eccesso di rigidità burocratica che, a nostro parere,  rischia di compromettere profondamente la percezione del valore sostanziale dell’Assistenza Sanitaria di Gruppo.

5 – La privacy dei pazienti ci preoccupa non poco. Ci risulterebbe, ed in pochi forse lo sanno, che all’atto della visita, l’ente che esegue la prestazione dovrebbe  inoltrare  copia  del  referto  alla  compagnia  assicurativa.  Il condizionale è d’obbligo, ma da alcune verifiche effettuate “sul campo” pare sia proprio così. E’ allarmante che la compagnia assicurativa si preoccupi di costruire una base dati dei dipendenti del Gruppo Unicredit. C’è da chiedersi con quale finalità tutto ciò venga svolto e se l’attuale sottoscrizione del trattamento dei dati personali consenta alla compagnia assicurativa di tenere questo comportamento.

Inoltre c’è da registrare che anche con il rinnovo per il prossimo biennio parte dei servizi erogati saranno finanziati indirettamente dalle lavoratrici e dai lavoratori. La polizza avrà durata di 24 mesi, con l’eventuale “upgrade” pagato dalle lavoratrici e dai lavoratori per 24 mesi, ma pienamente sfruttabile per 21/22 mesi (fatta eccezione per la casistica “interventi” che dovrebbero essere comunque coperti).

Nei prossimi mesi chi dovrà usufruire dei servizi prestati da UniCA dovrà provvedere a prenotare in forma “indiretta” anche presso strutture e medici convenzionati con UniCA/Previmedical, cioè anche con strutture che potrebbero essere preattivate direttamente dal gestore della polizza. Queste prestazioni, ancorché previste a piano, verranno successivamente rimborsate da UniCA con uno scoperto più alto del 500% (60 euro anziché 10) rispetto a quello  previsto  in  forma  “diretta”.  Noi  ci  chiediamo  se  è  corretto  che l’incapacità organizzativa di UniCA ricada sugli assistiti con maggiori oneri economici e burocratici.

Ricordiamo infatti che la quota di UniCA in capo al singolo lavoratore è finanziata dall’Azienda, ma per ottenere ciò le lavoratrici ed i lavoratori del Gruppo UniCredit, hanno rinunciato ad una quota di salario in busta paga. Un simile comportamento è un vero e proprio raggiro.

UniCA, ci risiamo: NON CI SIAMO

LETTERA APERTA AL DR. BERALDI, RESPONSABILE RELAZIONI INDUSTRIALI UBIS

smart2Egr. Dr. Antonio Beraldi,

abbiamo letto con interesse l’articolo pubblicato da Corcom.it, il quotidiano online di riferimento della digital community italiana, dal titolo “ Smart working, addio a uffici e scrivanie. Ecco i pionieri del lavoro agile” che riporta una sua intervista sul tema “smart “working”.

Non  ci  addentriamo  nel  contenuto  dell’articolo  che  in  fondo  aggiunge  poca sostanza  ad  un  tema  oggetto  d’attenzione  in  Unicredit  da  più  di  un  anno. L’intervista riporta le solite notizie trite e ritrite che Unicredit sbandiera ad ogni occasione. Bene o male le solite dichiarazioni di rito, molta propaganda e pochi contenuti; ma forse dovremmo dire più male che bene visto le imprecisioni riportate che sicuramente saranno da ascrivere a chi ha redatto l’articolo e non certo a Lei.

Lo “Smart Work” è un progetto di revisione delle allocazioni di spazi e modalità di lavoro in cui Unicredit sta investendo notevoli risorse, poco importa se poi questi decantati risparmi – reali o virtuali? – saranno fatti a spese dei lavoratori e degli utenti.

Già perché la rivisitazione degli spazi è fatta sulla base di statistiche stilate da consulenti esterni e spesso legate a realtà neppure italiane. “Gli americani insegnano che il 20% delle postazioni di lavoro non viene utilizzata” era stato dichiarato alla presentazione del progetto giusto un anno fa a quei colleghi di Ubis che si apprestavano a traslocare nella Palazzina A ai piani 4° e 5° in modalità “Smart Work(ing)”. Statistiche che avevano messo in evidenza da subito la limitata affidabilità, non a caso nell’Area Planning   “l’overbooking” era la regola, e si è dovuti correre subito ai ripari costringendo colleghi ad utilizzare aree dedicate per gli “informal meeting” o le focus area per non restare in piedi.

E a distanza di un anno poco è cambiato.

Non solo. Le strutture e gli arredi già mostrano i loro limiti. Al quinto piano è difficile trovare nei salottini un tavolo che non traballi, senza considerare che le lampade in queste aree sono prive di lampadine (ce le dobbiamo portare da casa? Basta saperlo!).

Dobbiamo forse pensare che gli investimenti per gli arredi siano stati “dirottati” per la realizzazione del “giardino zen” al quarto piano? Una spesa che “radio serva” quantifica in alcune centinaia di migliaia di Euro, il tutto per garantire una vista decente ai nostri Top Manager. Non è forse eccessivo?

Tagliamo il personale ma non gli sprechi. Una politica HR quanto meno discutibile. La rumorosità delle location, le chiacchiere ininterrotte dei colleghi, seguite dal costante passaggio di persone tra le scrivanie, sono tra i fastidi principali. Se poi ci aggiungiamo climatizzazione inefficiente, impianto d’illuminazione inefficace e limiti nella dotazione tecnica (pc, locker, giusto per citarne alcuni) la frittata è fatta.

L’Azienda per adempiere alle disposizioni di Legge ci impone di svolgere corsi on line sulla salute e sicurezza in cui dichiara che ogni lavoratore non può utilizzare per lavorare il proprio PC portatile se non collegato ad un monitor ed una tastiera esterna, che occorre rendere ergonomica la postazione di lavoro, ma poi nella realtà uno si deve adattare a tutt’altro tanto che ci sono colleghi che per evitare di ritrovarsi col mal di schiena o problemi alle articolazioni si affidano a coloro che arrivano presto in ufficio per farsi riservare dei posti decenti.

Dalla prenotazione delle sale riunioni a quella della scrivania. Avete già pensato ad un’App da istallare sullo smartphone?

La cosa è ovviamente ironica…ma ci sarebbe da piangere…

Si sta stretti e si perde concentrazione facilmente. Le aree che dovrebbero essere utilizzate come “pensatoi” sono occupate da chi non trova una postazione di lavoro e questo vanifica l’applicazione delle regole che dovrebbero garantire una gestione ottimale del lavoro. Ormai vige l’anarchia; ognuno fa ciò che vuole.

Le aree che dovrebbero garantire privacy durante le telefonate hanno i muri di carta velina, di fatto non tutelano nulla.

L’affannosa ricerca del posto di lavoro al mattino e qualche battibecco tra i colleghi dimostrano che forse questa metodologia di lavoro non è poi così ottimale. E mentre Ubis ai consulenti esterni rende disponibili postazioni di lavoro fisse, ai dipendenti toglie la scrivania. Anche questa è una politica HR quanto meno discutibile ma soprattutto, dal nostro punto di vista, inaccettabile.

Se l’organizzazione del lavoro attuale impone sempre più la condivisione degli spazi in ufficio, la decisione su come utilizzarli andrebbe presa tenendo conto di tutti gli aspetti che quotidianamente coinvolgono l’ambiente professionale. Altrimenti il rischio è che ad aumentare siano solo le tensioni tra i colleghi e lo stress dei lavoratori.

Ci aspettiamo quindi che Lei prenda a cuore la situazione delle lavoratrici e dei lavoratori su questo tema, affinché i pionieri del lavoro agile non diventino martiri da sacrificare in nome di una (presunta) spending review, perché che se ne dica, lo smart working parte dalla volontà di risparmiare sulle postazioni di lavoro e non da strani astratti concetti di condivisione sociale ed è figlio delle ennesime consulenze inutili perché si sa, le decisioni strategiche sono prese fuori dall’azienda.

UNICREDIT, TU CHIAMALA SE VUOI REVISIONE DEI COSTI …

portaunicredita
Questa è la porta d’ingresso di UniManagement, la scuola di formazione manageriale  di  UniCredit  sita  a  Torino,  in V ia XX  Settembre. Traduciamo dall’Inglese per chi ancora abbia piacere di leggere le cose nella nostra lingua, su questo portale e in altri:

“Siamo responsabili di oltre 175.000 uomini e donne che costituiscono UniCredit”.

La correzione è nostra, nell’attesa che l’Azienda provveda (o dichiari altri esuberi).

L’aria si è fatta ancora più irrespirabile. Dopo due o tre giorni di vento violento, che aveva portato solo un gran polverone, si sperava nella pioggia purificatrice, ma  non è stato così  e nulla alla fine è cambiato. Chi sperava in un avvicendamento al vertice del Gruppo, dopo lo scandalo SMS dell’affaire Palenzona  e la figuraccia rimediata con la bocciatura da parte del mercato del piano industriale, ne rimarrà deluso.  Ghizzoni, Palenzona, Natale, Fiorentino… tutti saldi al loro posto. Per un attimo si è pensato (sperato) che qualche cosa avvenisse con l’annuncio delle dimissioni di Paolo Fiorentino, ma in realtà si è rivelata subito per quello che era: una boutade. Resterà stabilmente al suo posto.

L’uomo che ha coniato  la parola d’ordine “co-sourcing”, l’ideatore delle esternalizzazioni a go-go e che le ha volute – dice  Lui –  “non tanto per realizzare risparmi, ma per cercare un partner per la gestione della complessità delle attività del gruppo”, come avrebbe potuto lasciare UniCredit  che tante soddisfazioni gli sta dando (agli azionisti ed ai lavoratori un po’ meno, ma che importa…)?

Dove potrebbe mai trovare un’Azienda  che gli consenta di dilettarsi anche a fare il “patron”  di Serie A (coi soldi altrui!)?  Come non ricordare la telefonata di  De Laurentiis per Osvaldo, anche se l’istituto di credito smentì ogni ingerenza tecnica nella AS Roma e nel loro bilancio…

“Lamela e Marquinhos inavvicinabili? Li ho trattati con l’Unicredit dove c’è un certo Fiorentino che voleva  darmi  Osvaldo,  io  ho  risposto  che  non  volevo  Osvaldo  e  gli  ho  offerto  40  milioni  per Marquinhos e Lamela”

Ma il meglio di sé Fiorentino ce l’ha fornito con le esternalizzazioni, ovvero quel progetto in grado di creare meno diritti, meno certezze lavorative, meno guadagno, più sfruttamento. Sostanzialmente si creano lavoratori precari con la massima flessibilità.

Con le esternalizzazioni si creano risparmi, qualcuno dirà. Balle! Le solite prese  in giro dei nostri strapagati consulenti. A proposito di consulenti, in Ubis abbiamo ricevuto segnalazione (poi verificata come vera!) che ci sono uffici che per parlarsi tra loro devono transitare da una consulente  che funge da raccordo. Assurdo. Ecco dove si potrebbero tagliare gli sprechi e creare i risparmi.

E sempre in tema di esternalizzazioni siamo entrati in possesso di un documento (siano benedette le stampanti condivise!)   dal quale risulta che qualche servizio, gentilmente offerto in gestione a VTS, costa fino al 25% in più rispetto alla gestione interna. Qualche milioncino di euro gettato al vento che alla fine dovremo pagare noi lavoratori.

Ora in Ubis ci si dovrà arrabattare per evitare di fare emergere queste magagne (e purtroppo chi era abile col gioco delle “tre carte” è migrato in VTS….)!

Esternalizzazioni: costi più alti e meno qualità,  con VTS  che si  sta assorbendo tutto il budget di Ubis…altro che economie…

Ma per Fiorentino & Co. il problema sono i lavoratori. Troppi. Come non ricordare l’intervista di Fiorentino in cui ci paragonava a grasso da tagliare?

“Ma è vero che è importante tagliare il grasso, cioè i costi in eccesso. E questo comprende anche il personale? Naturalmente.”

E quindi esuberi siano! L’Azienda li dichiara ed i sindacati li ratificano. Come successo in questi anni, dove le uscite sono sempre state obbligate, magari incentivate, ma obbligate. Non c’era la possibilità di dire “no grazie”. Si sarebbe usciti (meglio usare il termine corretto, licenziati) comunque  e senza incentivo. Fatta eccezione per alcuni sindacalisti (firmatari dell’accordo!),  gli stessi che oggi ci fanno la morale sulla   necessità di “ragionare in un’ottica di equità”. Gli stessi che non solo sono usciti anni dopo rispetto ai lavoratori licenziati, ma prendendo addirittura il triplo di quanto gli spettava (le carte del Tribunale non mentono).

E’ questa la concertazione tanto sbandierata dai sindacati firmatutto?

Come dimenticare un accordo che ha fatto molto discutere? Di quell’accordo se n’è persino occupata la stampa nazionale poiché salvava dall’uscita obbligatoria alcuni sindacalisti (Fabi e U ilca in testa, ma con il benestare di tutte le sigle) mentre mandava a casa  – loro malgrado – 600 lavoratori con i requisiti pensionistici maturati.

Da tutto ciò traspare un quadro disarmante, il destino dei lavoratori del Credito è già tracciato. Ma noi non ci arrendiamo, ribadiamo il nostro no a questa politica industriale e sindacale che distrugge posti di lavoro anziché crearne e ribadiamo la necessità in questo Paese di una profonda revisione della rappresentanza sindacale, che torni a dare voce ai lavoratori. I lavoratori del credito hanno ancora molto da rimetterci e finché non prenderemo consapevolezza del nostro ruolo sociale e della nostra dignità professionale continueremo a perderlo sempre più in fretta. I lavoratori devono cominciare a preoccuparsi seriamente dei propri interessi… perché altri i loro li sanno fare fin troppo bene.

Ps – Negli incontri tra Azienda e sindacati dei prossimi giorni non si parlerà solo di esuberi ma anche di agibilità sindacali. A buon intenditor…

 

 

 

 

Chiunque sia interessato a ricevere, via mail, il materiale prodotto dalla CUB-SALLCA, sia sul Gruppo Unicredit sia su tematiche di settore o di carattere generale,

può richiederlo inviando un messaggio su

sallca.cub@sallcacub.org

precisando l’indirizzo (casa o lavoro) al quale desidera ricevere le nostre comunicazioni.

UNICREDIT – MONDI LONTANISSIMI

MondilontaniQuasi  non  passa  giorno  senza  che  il  nostro  portale  riporti  qualche  premio prestigioso che abbiamo vinto, come importante riconoscimento del nostro primato fra gli istituti bancari esistenti in Italia, in Europa, nel sistema solare. E quasi non passa giorno senza che qualche zelante “controllore” si inventi nuovi adempimenti, nuovi  moduli  da  compilare,  nuove  acrobazie  da  superare  per  poter  svolgere  la nostra attività quotidiana.

Probabilmente le due cose sono strettamente connesse: come scritto più o meno ovunque e costantemente ripetuto nelle giornate a ciò dedicate (perché in Italia è inconcepibile che un servizio al pubblico non sia disponibile per un’assemblea sindacale, ma per dire alla clientela che facciamo una giornata di riflessione sui nostri valori la banca può chiudere TUTTE le Agenzie) UniCredit ha un sistema di valori e di regole e lo applica in modo inflessibile e preciso. C’è anche un termine per questo, naturalmente in inglese, ed è “compliance”, ovvero “conformità”. Ha altre sfumature più sinistre (per esempio “compiacenza” o “condiscendenza”) ma non addentriamoci troppo. Il cielo è già pieno di gufi.

Purtroppo quasi non passa giorno ultimamente senza che apprendiamo dai giornali i nuovi exploits realizzati da alcuni nostri dirigenti, tanto disinvolti nell’uso degli SMS, e, a giudicare dai dialoghi riportati dai media in cui emerge una creatività veramente inusuale,  la  cosa  persisterà  abbastanza  a  lungo,  inquadrandosi  peraltro  in  un generale clima di malaffare che non ha risparmiato probabilmente nessuna banca italiana,   a   parte   forse   qualche   cassa   rurale   (noi   però   anche   in   questo   ci distinguiamo).

Potremmo liquidare la cosa con la solita alzata di spalle ma non va bene. Non va proprio  bene.  Non  va  bene  che  si  debba  subire  un  martellamento  ossessivo  e quotidiano sulla famigerata compliance per poi scoprire dai giornali cosa succede ai piani alti, dove sembra che le regole non esistano. Non rileva che si stia indagando, non ci sia nulla di definitivo, né nessuno sia ancora condannato o siano cadute teste: i fatti citati sono troppo precisi perché qualcuno se li sia inventati di sana pianta e indipendentemente  da  ciò  che  verrà  fatto  (probabilmente  niente)  sono  di  una gravità notevole.

Come si relaziona tutto ciò col nostro sistema di valori reale o presunto? Mondi lontanissimi, appunto.

Qualcuno proverà a tirar fuori la ben nota teoria della “mela marcia” in un’organizzazione che di per sé funziona meravigliosamente bene. Ciascuno di noi si guardi intorno e veda se ritiene che sia questo il caso. Considerando, come già detto anche  in  precedenza,  che  in  questo  momento  storico,  soprattutto  nel  settore bancario, ci troviamo ad avere a che fare con una classe dirigente abbastanza impresentabile: sono questi gli incontentabili padroni per cui i risultati commerciali non sono mai sufficienti, sono queste le persone che si aumentano i bonus vada come vada, e poi arrivano alle trattative per il VAP con una richiesta di riduzione dei premi “perché c’è la crisi”. E dall’altra parte trovano interlocutori disponibili, spaventati, contenti di portare a casa qualcosa, qualsiasi cosa.

Ne vogliamo una riprova? Nella busta paga di ottobre c’è una voce in detrazione (importo TFR ex CCNL) che riguarda il TFR e ha a che fare con l’applicazione dell’ultimo contratto. Ad essa corrisponde un’altra voce negativa se non si è aderito al fondo pensione, o un minore accantonamento allo stesso se si è aderito.

La “grande vittoria” che, grazie ai nostri scioperi, i sindacati firmatari sono riusciti a strappare al terribile e determinato nemico (80 euro di aumento diluiti in quattro anni e mezzo), così almeno è stato scritto nei volantini e detto nelle assemblee, ha solo un piccolo costo da pagare e riguarda la riduzione della base di calcolo del TFR alle sole voci stipendio, scatti di anzianità e ristrutturazione tabellare. Il resto rimane fuori, e per sapere quale sia il costo effettivo, tra l’altro diversissimo da persona a persona, basta prendere l’entità della suddetta detrazione che compare nella busta di ottobre e dividerla per 13,5: questa è la somma che per effetto del contratto non viene accantonata al TFR, sono soldi effettivamente persi, e quella cifra riguarda solo i primi sei mesi dell’anno.

Non dobbiamo rassegnarci con fatalismo a tollerare cose intollerabili e a pagare col nostro lavoro lussi ed errori di altri. Abbiamo ancora molto da perdere e finché non prenderemo consapevolezza del nostro ruolo sociale e della nostra dignità professionale   continueremo   a   perderlo   sempre   più   in   fretta.   Da   pressioni commerciali e abusi ci si può difendere: segnalateci i comportamenti inadeguati. E quando finalmente le trattative sulla retribuzione non saranno a senso unico forse riusciremo anche a difendere il nostro potere d’acquisto. I lavoratori devono cominciare a preoccuparsi seriamente dei propri interessi… perchè altri i loro li sanno fare fin troppo bene.

DI VAP, DI 25° E DI ALTRE “SCIOCCHEZZE”

unicreditbCome  comunicato  sul portale  aziendale  nei  giorni  scorsi, è  finalmente  arrivata  ad  una (parziale) conclusione la trattativa su VAP e premio del 25° anno.

Fugato il rischio di una decurtazione del 20% del VAP, non si sa bene giustificata da cosa visto che nel frattempo i risultati aziendali sono migliorati non poco, il VAP sarà uguale all’anno scorso (840 euro cash, lordi, oppure 1140 in welfare)  ed erogato  a novembre per chi scegliesse l’opzione in busta.

Non sono stati comunicati tempi e modi di adesione al pagamento in busta, quindi attenzione alle informazioni relative sul portale.

Notizie più vaghe sul premio del 25°: sarà erogato entro giugno 2016 agli aventi diritto in base a quanto già maturato (al 28/6/2014), anche qui con un’opzione cash e una welfare valida per tre anni.

Non è conosciuta la percentuale di decurtazione dell’opzione in busta ma in compenso è garantita l’erogazione di spille e medaglie. E’ appena il caso di notare come ormai sia una prassi consolidata convertire un importo, che prima veniva pagato in busta, in un corrispondente importo decurtato, se lo si vuole avere pagato, con l’opzione di mantenere l’importo nominale solo tramite il welfare. Ad ogni modo, abbiamo spuntato anche un sontuoso contributo di € 88,70 a favore della polizza dentaria (facoltativamente obbligatoria).

Fin qui abbastanza bene, a parte il consueto contesto di “sudditanza psicologica” per cui, in presenza di migliorati risultati, l’Azienda si sente in dovere e in diritto di arrivare agli incontri con una proposta di riduzione del VAP (dopo che i bonus ai manager sono stati aumentati in modo consistente) e trova dall’altra parte qualcuno molto soddisfatto di difendere le posizioni pregresse.

Ciò che continua però a mancare nella trattativa, e viene rimandato da un numero imprecisato di ANNI, è il discorso sugli inquadramenti. Questo è un tema di non poca importanza su cui, al momento, c’è un “verbale di percorso” che impegna le parti a definire il tutto entro il primo trimestre 2016 e null’altro. Sappiamo che la corrispondente trattativa è arrivata a una definizione tutt’altro che soddisfacente, almeno dal nostro punto di vista, in un altro contesto importante, quale può essere quello di Intesa San Paolo, e ci domandiamo se questo non sarà il modello a cui si ispireranno prossimamente i lavori. Peraltro, in analogia con quanto accaduto in Intesa Sanpaolo, non pare esistere una piattaforma sindacale (non diciamo discussa e approvata dai lavoratori, almeno esistente) e la trattativa rischia di essere condotta solo sulla base delle proposte aziendali (“loro” la piattaforma ce l’hanno!)

Non possiamo fare valutazioni di merito sul tema “premio variabile di risultato” per gli anni a venire (l’obiettivo è l’unificazione di VAP e attuale sistema incentivante e l’esperienza insegna che, quando si fondono due voci, qualcosa rimane per strada…), però è stata istituita una commissione ed entro giugno 2016 ci faranno sapere. Siamo fiduciosi….

Sarà nostra cura tenervi informati.

UBIS LAMPUGNANO, PROBLEMA MENSA E NON SOLO

Ubis, con messaggi neppure troppo sublimmensaubis2inali, ci invita sempre più spesso a disertare la mensa aziendale. Prima con l’istallazione delle cucine nei piani di lavoro “smart”; ora il pranzo “take away”.

Il sovraffollamento della mensa aziendale, dovuto anche alla presenza di consulenti in numero superiore a quello dei lavoratori stessi, è un problema reale. Constatiamo infatti che nonostante i proclami aziendali volti a razionalizzare e ridurre l’utilizzo dei servizi di consulenza, nella realtà questi non si modificano affatto. E poi siamo in piena spending review e bisogna ridurre i costi (non gli sprechi, mi raccomando!). E mantenere la mensa costa….

Ma l’Azienda cosa sta facendo? Con la scusa di venire incontro alle esigenze del lavoratore  e di cogliere le nuove opportunità offerte dal mercato pensa non già ad un riordino della mensa, bensì di azzerare il “bisogno” del lavoratore nell’utilizzarla. Se non ci sono gli utenti, non ha più senso erogare il servizio; e così fra qualche anno potranno tranquillamente dimezzare – o azzerare – gli spazi adibiti alla ristorazione.

La cosa che fa sorridere (anche se ci sarebbe da piangere!) è che la “sperimentazione” – che avviene nell’azienda informatica del Gruppo – mette in evidenza la pochezza “informatica” di Unicredit.

Nello specifico, se decidi di aderire al servizio di mensa “take away” ti devi registrare sul sito partner di Pellegrini, come da istruzioni allegate alla mail aziendale che tutti i lavoratori di Ubis Lampugnano hanno ricevuto un paio di settimane fa.

Peccato che nella documentazione si dica chiaramente che per accedere al sito è necessario l’utilizzo del browser Explorer con versione pari a 9, mentre la versione disponibile sulla maggior parte dei pc aziendali è 8. Ne consegue che se un collega prova ad accedere alla pagina di registrazione per poter usufruire del servizio compare una laconica maschera bianca.

Ecco, se mai ce ne fosse bisogno, la riprova della scarsa attenzione e considerazione che l’Azienda mostra nei confronti dei propri dipendenti.

Buon appetito!

 

GRUPPO UNICREDIT – SOLDI A GEOMETRIA VARIABILE

Unicredit_TowerbisChe Unicredit fosse solo un lontano ricordo di ciò che erano le Banche o le Casse di Risparmio in esso confluite è ormai palese e noto a tutti. Però a noi che abbiamo contribuito a far crescere e diventare grande questa Azienda (che ancora amiamo scrivere con la A maiuscola), fa male, molto male dover leggere sulla stampa che Unicredit (tramite la sua controllata tedesca HVB) “ha aiutato la clientela ricca ad evadere il fisco mettendo in piedi società offshore in Lussemburgo che nascondevano alcuni dei loro guadagni alle autorità. Secondo quanto riportato da Sueddeutsche Zeitung, nei prossimi giorni si riunirà il consiglio di Hvb per discutere della questione che potrebbe costringere l’istituto a pagare una multa appena sotto 10 milioni di euro per le condotte “cum-ex” e oltre 10 milioni per le attività in Lussemburgo.

Nel complesso si parla di quasi 200 milioni di sanzioni. Poco importa se questa cifra è già stata accantonata nel bilancio di HVB. Il danno è immenso e non solo economico. E’ un danno d’immagine e della nostra reputazione. Che fine hanno fatto le affermazioni che il CEO di Unicredit rilasciava alla stampa qualche anno fa?   “Senza l’etica la regolazione non funziona“, dichiarava Mr. Ghizzoni. L’attuale crisi per Mr. Ghizzoni non è stata soltanto una carenza di capitali e di liquidità, ma anche di valori: etica e regole. Da queste sue affermazioni Mr. Ghizzoni sono passati 3 anni, risultati? Pochini? Sicuramente meno di quel +30% della sua retribuzione.

E  sarà  anche  per  questo,  per  rinnovare  il  Management,  che  Ghizzoni continua  a  far  incetta  di “Top  Players” (sulla  carta,  ovviamente…)  da strapagare? Ultimo acquisto Paolo Langè destinato al potenziamento della “banca dei ricchi”, perché ormai è ovvio a tutti che il retail rende sempre meno  ed  è  meglio  chiudere  filiali  e  licenziare,  pardon  prepensionare  e concentrarsi sul vero business: il wealth management. Insomma soldi per multe milionarie, soldi per l’acquisto di supermanager, soldi per i bonus del management (con particolare attenzione a quelli della filiale  londinese  dove  i  soldi  scorrono  a  fiumi…),  soldi  per  il  +30%  di remunerazione a Ghizzoni….

Soldi, Soldi, Soldi, tanti soldi… per tutti tranne che per i lavoratori.   Non ci sono neppure i soldi per mettere in sicurezza gli stabili dove lavorano centinai di colleghi. Nello stabile di Cologno Monzese, per esempio, ci giunge notizia che metà degli ascensori sono fuori uso, l’altra metà sono in condizioni precarie, tanto che molti colleghi sono rimasti bloccati per diverse ore, subendo a causa del caldo africano delle vere e proprie saune. Un ottimo servizio per donne incinte e portatori di handicap che, per raggiungere la propria scrivania, si devono sempre affidare alla buona sorte. Ed i sindacati firmatari che fanno? Poco o nulla.

Come  poco  o  nulla  stanno  facendo  per  il  premio  aziendale.  I  sindacati firmatari  l’hanno  già  dichiarato  ai  lavoratori:  Unicredit  quest’anno  vuole pagare il 20% di premio in meno rispetto allo scorso anno.  Ai lavoratori la soddisfazione di sapere che i dati di bilancio rispettano i presupposti per l’erogazione, così come sanciti dagli accordi sindacali.

Un’altra nota dolente di cui si hanno sempre meno notizie è il premio del 25° anno, per chi ancora lo stesse aspettando. Non parliamo di pochi soldi, in media si può ragionare su due mensilità; l’intenzione dell’Azienda è chiara (non pagarlo, o farlo confluire nel welfare) e guarda caso i sindacati firmatari da alcuni mesi ci magnificano il nostro sistema di welfare, fonte in molti casi di problemi più che di soluzioni, come la cosa migliore che sia stata scoperta dall’umanità dopo il fuoco e la ruota.

Concludiamo, quindi, con questa brillante citazione:

nell’immaginario collettivo tutti quelli che lavorano in banca prendono maxi bonus ma non è così. Questi riguardano solo un piccolo gruppo ai vertici. La maggior parte dei lavoratori non è ricca, con un costo totale annuo di circa 65mila euro di cui il 50% in tasse”.

(Federico Ghizzoni – Parigi – Maggio 2012)

UNICREDIT – DAL CONTRATTO NAZIONALE ALLE EMERGENZE DI GRUPPO

unicreditb“Ma quanto siamo bravi, ma quanto siamo forti”. I Sindacati firmatari, come si può leggere sulla stampa nazionale di questi giorni, si autocelebrano per il grande lavoro svolto in occasione del rinnovo del contratto di categoria ed invitano  i lavoratori – ci sembrerebbe strano il contrario – ad approvare la piattaforma in votazione nelle prossime assemblee.

Tra i sindacalisti c’è chi addirittura si lascia andare a dichiarazioni entusiastiche tali da affermare di aver costretto i banchieri in un angolo e di aver messo in rotta l’ABI, obbligandola alla ritirata.

Cosa in realtà i banchieri abbiano ceduto non è dato a sapere, visto che nulla di quanto sbandierato con la piattaforma proposta dai sindacati firmatari è stato ottenuto. Quindi, più che di una grande vittoria, pensiamo si debba parlare di un pessimo pareggio, uno squallido zero a zero. E giocando pure male.

Avevamo un seguito tra i lavoratori (ed i due scioperi riuscitissimi sono lì a dimostrarlo!) e la vetrina di Expo ci avrebbe permesso di avere maggiore visibilità. Ed invece si è optato per mantenere il (pessimo) contratto del 2012.

Ma al di là del deludente rinnovo contrattuale, il peggio deve ancora venire.

Già, perché all’orizzonte si prospettano nuove fusioni e ristrutturazioni, il che si tradurrà in nuovi inevitabili esuberi. Con una certezza in più e, manco a dirlo, a favore dell’ABI: un CCNL che offre un quadro chiaro e vantaggioso alle banche fino al 2018.

E nel frattempo gli istituti di credito non stanno certo con le mani in mano. Prendiamo per esempio Unicredit e le nuove metodologie di lavoro (Smart working e Teleworking). Avevamo già più volte ribadito che l’assenza di un accordo sindacale avrebbe favorito l’Azienda e penalizzato i lavoratori. E l’Azienda non perde certo occasione per alzare l’asticella delle proprie richieste.

Abbiamo saputo infatti che, a decorrere dai prossimi nuovi dodici avvii di attività in telelavoro, sarà chiesto ai colleghi di avere in dotazione una linea   ADSL privata presso l’abitazione da cui opereranno. A fronte dell’utilizzo di detta ADSL privata si darà corso al rimborso forfettario di 20 euro mensili. Per chi è già in telelavoro si passerà alla nuova modalità al momento del rinnovo del contratto.

Al di là della questione economica (che potrebbe in realtà anche favorire i lavoratori), ciò che ci lascia perplessi è sapere che Unicredit paga per le proprie linee dati costi che sono al di sopra del valore di mercato. Dove sono i tanto sbandierati risparmi che si dovevano realizzare con il passaggio alla rete Fastweb? Sono questi i risparmi ottenuti con l’esternalizzazione dei colleghi e dei servizi in VTS ed AT&T?

Ma cosa ancora più grave è che, dopo aver eliminato i buoni pasto per Smart Worker e

Teleworker, si impone un nuovo servizio a carico dei lavoratori.

Il prossimo passo? E’ probabile che si chiederà ai lavoratori di utilizzare un PC personale. Ormai quale famiglia non ha un pc in casa? E se non ce l’hai (come per l’ADSL) te lo compri….

Questo a riprova che Smart working e Teleworking non sono nuove modalità di gestione  del  lavoro  ma  dei  “benefit”  che   l’Azienda  concede  a  propria discrezione ai lavoratori.

E mentre ai lavoratori si chiede di cedere sempre qualche pezzo (di diritti e salario) c’è chi, come Federico Ghizzoni, CEO di Unicredit, si aumenta il compenso del 30% e pensa di investire – ancora – i nostri soldi in nuove operazioni di acquisizioni nell’Est Europa. Speriamo non facciano la fine dei due miliardi di euro sperperati in Kazakistan.

Quello di Ghizzoni è un sostanzioso aumento che lo porta ad essere il banchiere più pagato in Italia (staccando di quasi 1 milione di euro il numero uno di Banca Intesa) .

Forse è per questo che nelle Agenzie è stato lanciato un nuovo servizio a pagamento che noi potremmo definire “un obolo per Ghizzoni”:  convincere i clienti a farsi rilasciare la “carta d’identità del  patrimonio immobiliare”. Al solo costo di 10€ e partendo dai dati catastali (senza quindi visionare l’immobile) viene rilasciata una valutazione dei propri immobili e terreni. Peccato che non scrivano che è una valutazione indicativa, con un valore medio per la vendita, ma bensì una valutazione di mercato (cosa che fra l’altro le Agenzie Immobiliari fanno gratuitamente). Complimenti a chi ha pensato questa politica commerciale. Ed a tale proposito c’è da chiedersi se le banche sono autorizzate a svolgere tale servizio.

Comunque quello che ci chiediamo è se , partendo dal principio di equità distributiva sancito nel CCNL in via di approvazione, ciò significherà un analogo aumento per  tutti i lavoratori del Gruppo. Noi ne dubitiamo. Il passato insegna.

In realtà noi ci accontenteremmo che si ponesse fine alla politica di esternalizzazioni selvagge, un concreto impegno del Gruppo contro lo stress lavoro correlato, un maggior investimento su  formazione e  crescita  professionale  dei  lavoratori  e  garantire quella mobilità infragruppo sempre decantata negli accordi sindacali e poco – per non dire mai – applicata.

Ma per poter dar corso a tutto ciò occorrerebbe una classe sindacale meno propensa a sottoscrivere accordi a tutela dei loro dirigenti e più attiva a tutelare i diritti dei lavoratori.

A questo proposito, ricordate quella pessima pagina di vita sindacale nel Gruppo di cui si era occupato persino Il Fatto quotidiano? Nel 2012 il quotidiano pubblicava, con tanto di nomi e cognomi, l’elenco dei sindacalisti Fabi, Sinfub e Uilca “risparmiati” dall’accordo sui pensionamenti “volontari”, che poi tanto volontari non erano. Le sigle sindacali avevano firmato un accordo che mandava a casa 600 bancari anziani e costosi con il sistema del prepensionamento.  A casa senza il loro consenso ma, come detto, con la benedizione di tutte le organizzazioni sindacali (ad esclusione delle RSA FISAC del Lazio: né quella di UBIS, né quella di UNICREDIT – RETE hanno firmato l’accordo del novembre 2012, nonostante fossero le uniche titolate a farlo, come prevede la Legge 223, perché solo nel Lazio c’erano 5 o più persone licenziate).

Ebbene in pochi mesi già 2 dei lavoratori ricorrenti in giudizio contro Unicredit hanno vinto la causa di licenziamento per palese discriminazione (ovvero non vi erano i requisiti di obiettività e razionalità nella scelta dei lavoratori da “cessare”).

I lavoratori insomma non erano “tutti uguali”   e nella scelta di chi mandare a casa

Unicredit ha adottato una buona dose di discrezionalità scegliendo appunto chi salvare. Per chi ogni giorno lavora nel Gruppo Unicredit c’è di che essere preoccupati….

UNICREDIT: PARLA L’AMMINISTRATORE DELEGATO

stressQualche  giorno  fa  sul  portale  aziendale  del  Gruppo  Unicredit  è  comparso  questo messaggio del nostro CEO, Federico Ghizzoni:

Negli ultimi 3-4 mesi ho intravisto una maggiore dinamicità e ritengo che ci siano le condizioni per una svolta. È un periodo in cui sto tornando a divertirmi, perché a me piace fare banca sul campo; non mi sento banchiere ma bancario e oggi percepisco un’aria frizzantina, sento che qualcosa si muove e ne sono davvero contento. Voi che siete sul campo che sensazioni avete?

E’ un comunicato imbarazzante, che non meriterebbe neppure di essere commentato, ma lo confessiamo: voltare la testa dall’altra parte non è nella nostra indole.

Siamo contenti di avere notizia che Lei, Dr. Ghizzoni, riesce ancora a divertirsi. Noi che bancari lo siamo per davvero e non per vezzo, noi che lavoriamo tutti i giorni allo sportello o in qualche centro

direzionale, non riusciamo più a divertirci. Ci ha fatto venire a noia questo lavoro. Anzi, di più: siamo solo stressati.

Stressati dai ritmi forsennati di lavoro in agenzia dove l’organico non basta mai.

Stressati dai budget sempre più ambiziosi ed  irraggiungibili.

Stressati dalla certezza che ormai noi bancari siamo solo delle “commodities” delle quali si può fare a meno (e le continue esternalizzazioni stanno li a dimostrarlo). Lavoratori che possono sopravvivere senza un contratto e quindi senza diritti.

Siamo  preoccupati  perché  ogni  giorno  dobbiamo  lavorare  con  consulenti  esterni  che  si appropriano della nostra professionalità lasciando a noi solo i lavori marginali e meno qualificanti.

Stressati perché viviamo con l’incubo di una lettera di richiamo per non aver rispettato una postilla

di una non ben identificata circolare che avremmo dovuto leggere – magari in inglese – tra un’operazione e l’altra, tra un cliente e l’altro.

Cosa c’è di divertente in tutto ciò?  Nulla.

Per cui Mr. Ghizzoni si risparmi queste melense frasi, qui non siamo allo show ‘boss in incognito’!

Questa è la vita vera!

A  noi, però,  sorge spontanea una domanda: ma lei Dr. Ghizzoni non pensa che quello del banchiere sia un lavoro degno di rispetto? Perché ha così bisogno di definirsi bancario, quando bancario non è? Non a caso si vocifera che Unicredit (da Lei guidato) sia pronto ad uscire dall’ABI per seguire l’esempio di Fiat ed Unipol nella politica di deregulation per ottenere massimi profitti a scapito di tutto e tutti.

O forse, visto i suoi trascorsi da bancario, si sente inadeguato in questo ruolo?

Per un’economia come quella italiana, che è “bancocentrica”, avere dei banchieri che sanno fare il loro mestiere è fondamentale, non solo per la Banca, ma soprattutto per il sistema Paese.

Purtroppo ben comprendiamo le sue contrarietà visto che la categoria alla quale Lei appartiene, in questi ultimi decenni,   non ha certo brillato per lungimiranza e capacità. Troppi scandali, troppe inchieste, troppi miliardi di euro buttati e troppi sacrifici chiesti sempre ai soliti noti (lavoratori in primis).

Napoleone Bonaparte diceva che “il denaro non ha madrepatria e i finanzieri non hanno né patriottismo né decenza; il loro unico obiettivo è il profitto.”

Bene, ci dimostri con il suo lavoro che Lei è un banchiere vero, un banchiere in grado di sfatare queste affermazioni e che sappia fare il bene della sua Azienda (e quindi anche quello dei suoi lavoratori) e del suo Paese.

Per cui se dichiara 1.500 assunzioni, che queste avvengano in Italia e non nell’Est Europa. Non autorizzi il dumping sociale, come sta facendo UBIS!

E soprattutto vigili sulle esternalizzazioni perché in Unicredit non si faccia il gioco delle “tre carte”, tipico gioco che ancora oggi si pratica nei vicoli di Napoli che, come si sa, più che un gioco d’azzardo è una vera e propria truffa. Ma ci dimostri, prima di tutto, che Lei è un banchiere!

 

C.U.B. – S.A.L.L.C.A. Gruppo Unicredit