Si è conclusa nello scorso mese di ottobre l’offerta di capitalizzazione della Cassa per i colleghi dell’ex Sanpaolo di Torino. Hanno aderito all’offerta oltre il 90% dei lavoratori in servizio o in esodo, oltre l’80% dei pensionati e circa il 20% dei “differiti” (i colleghi precedentemente ceduti o dimessi).

La nostra richiesta di prorogare i termini dell’offerta, per dare modo agli aventi diritto di decidere con maggior cognizione di causa, non è stata accettata dall’azienda, che ha risposto alla nostra lettera dopo la chiusura dell’operazione, giustificando il rifiuto proprio con l’accertato buon esito della manovra. E in effetti l’azienda si può dire soddisfatta, per essersi liberata quasi integralmente di quella fidejussione che continuava  a comparire in bilancio come debito differito nei confronti di una parte dei dipendenti e che avrebbe potuto assumere valori crescenti imponderabili.

Anche i lavoratori aderenti hanno evidentemente dimostrato con i fatti di gradire la proposta, sia per l’entità delle risorse finanziarie individuali acquisite (in molti casi positivamente sorprendenti), sia per l’incertezza che circonda le varie riforme che ciclicamente investono le pensioni (non da ultimo il timore di vedere penalizzato con il contributivo pieno chi volesse optare per “quota 100”), sia infine per la forte convenienza fiscale che si può intravvedere con il riscatto del proprio zainetto previdenziale tramite la R.I.T.A. recentemente introdotta.

Tuttavia continuiamo a pensare che si sarebbe potuto fornire ai colleghi un quadro espositivo migliore, informazioni più trasparenti e dettagliate, la possibilità di un confronto assembleare e una consulenza individuale più seria. Carenze che abbiamo tentato di supplire con il nostro impegno e le nostre forze, prima con l’organizzazione a Torino di un’assemblea straripante in cui non siamo riusciti a fare entrare tutti gli interessati, e poi con una costante assistenza a chi ce lo chiedeva.

Non tutti i problemi sono stati risolti: resta una grande insoddisfazione in chi si è visto offrire poco, per motivi non sempre comprensibili, e in coloro che avevano lasciato la banca d’origine, magari non di propria scelta in quanto ceduti, e che non riusciranno più a ricostruire interamente quei diritti di cui sono stati privati. L’accordo siglato dai sindacati su pressione aziendale avrebbe potuto  perseguire obiettivi diversi, magari ispirarsi a logiche minimamente “redistributive”: penalizzare i trattamenti scandalosamente elevati, per riconsegnare qualcosa a chi avrà pensioni prevedibilmente più basse. Invece si è scattata una fotografia dell’esistente, per chiuderla in fretta e senza intoppi.

Mentre i pensionati sono già stati quasi completamente liquidati per contanti, il trasferimento delle posizioni di attivi ed esodati avverrà alla fine di novembre, con decorrenza delle nuove posizioni a partire dal 31 dicembre.

Ricordiamo che l’aumento del 4% della contribuzione aziendale per i lavoratori in servizio potrebbe talvolta portare al superamento del plafond fiscalmente deducibile (5.164,57 euro), che include i contributi datoriali e quello del lavoratore (il TFR è escluso). Potrebbe dunque risultare conveniente abbassare, nel mese di dicembre con decorrenza  dal 1/1/2019, la propria quota contributiva, per non superare il plafond. Per il 2018 la quota non è più modificabile e quindi l’eventuale superamento può essere segnalato al Fondo come “contributi non dedotti” entro il 30/09/2019.

Ricordiamo ai colleghi di verificare periodicamente l’adeguatezza del/i proprio/i comparto/i previdenziale/i al proprio profilo finanziario e orizzonte temporale, vista anche la rilevante volatilità che è tornata sui mercati. Ricordiamo che esistono finestre per fare switch ogni tre mesi e che devono essere trascorsi almeno 12 mesi dal precedente.

C.U.B.-S.A.L.L.C.A. Intesa Sanpaolo

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