Archivio Unicredit

Unicredit. La voce del padrone

“Se non puoi convincerli, confondili” (Harry S. Truman)

 

A tutti prima o poi nella vita capita di interrogarsi sui grandi quesiti esistenziali: chi sono, cosa sto facendo, perchè lo faccio, che senso ha la vita e via dicendo.

Lo stesso problema, se di problema si tratta, capita ragionevolmente anche sul posto di lavoro. Ed è veramente difficile non essere assaliti da dubbi esistenziali su base quotidiana nella realtà del nostro lavoro. Veniamo rassicurati quasi di continuo: siamo una banca paneuropea solida, scandisce con sguardo fisso e glaciale il nostro nuovo Amministratore Delegato, e supereremo indenni le piccole difficoltà presenti per incamminarci su un radioso futuro. Ma ciò che ci circonda e soprattutto il modo in cui si evolve è tale da far vacillare anche le certezze più salde.

Malfunzionamenti continui, continui disservizi, disorganizzazione, un piano industriale che contiene una sola grande sicurezza: altre migliaia di persone da estromettere con modesto e precario rimpiazzo, altre centinaia di agenzie da chiudere. Esternalizzazioni fatte, possibili e future, con conseguente scadimento della qualità della risposta alla Rete, ribaltata sul cliente finale. Una strategia commerciale basata unicamente sul mantra ossessivo delle vendite e della loro rendicontazione per settimana, per giorno, per ora. Un pressing costante sulle figure manageriali intermedie, perchè venga trasmesso da queste sulla base.

Cadute di tono scandalose, come colleghi che scoprono dal portale cosa dovranno fare dal primo di marzo; nemmeno più lo sforzo di scrivere lettere di trasferimento o fare colloqui, modifiche all’organigramma decise centralmente con l’accetta e comunicate in modo impersonale ai dipendenti, come fossero semplicemente dei pacchi da spostare da un punto all’altro.

Lo stesso avviene a molti clienti, che si troveranno chiuse le agenzie di riferimento ma ancora non hanno avuto comunicazioni ufficiali; abbiamo poi agenzie chiuse per ristrutturazione i cui colleghi sono inviati presso le agenzie in chiusura, senza porsi il problema di come possano lavorare.

La situazione non è migliore negli uffici di sede, dove ognuno si domanda per quanto rimarrà nel Gruppo prima di essere “incartato” e ceduto a qualche società creata ad hoc, o se la lavorazione di cui si occupa non sarà decentrata all’estero, stanti i noti successi di UPA Romania e delle lavorazioni affidate in esterno.

Il management attuale ha buon gioco ad attribuire le colpe alla “mala gestione del passato” e alla crisi che attanaglia il paese. In verità è qualcosa che abbiamo già visto: non a caso l’esordio al timone del precedente amministratore delegato è coinciso con altre perdite monstre seguite da esuberi, tagli al personale, ai premi, a tutto ciò su cui si poteva risparmiare. Ora la liturgia si ripete e c’è legittimamente da domandarsi quale sia il futuro di questo nuovo, ennesimo piano industriale. A leggere la descrizione che ne viene fatta nel prospetto informativo dell’aumento di capitale più imponente nella storia della borsa italiana l’unico punto fermo è la riduzione del costo del personale e speriamo che basti. La frase “fino a compromettere la sussistenza dei presupposti per la continuità aziendale” ricorre un po’ troppo spesso per parlare di nubi passeggere.

In questa situazione ci sarebbe da aspettarsi una presa di posizione decisa da parte di chi, finora, ci ha sempre esortato a chinare la testa e accettare “i migliori accordi possibili”, almeno finchè la testa l’abbiamo ancora attaccata al collo. E’ difficile imputare ai lavoratori qualcosa come 13 miliardi di perdite e tutti gli utili che si possono fare non potrebbero ripianarli in anni. Ma si esulta per successi clamorosi come l’ottenimento di qualche centinaio di euro di VAP, per lo sblocco della trattativa sugli inquadramenti, conclusa peraltro con risultati che hanno del ridicolo, per chi si prendesse la briga di leggere a fondo (per esempio, arrivano a garantire l’area 3 livello 3 a un consulente personal con SEI anni di esperienza).

In un’azienda che vacilla pericolosamente e soprattutto sembra avere le idee chiare su un unico punto, ovvero far pagare il conto a dipendenti e clienti, si gettano sulle briciole. Responsabilità, spirito di sacrificio o ennesimo tentativo di “tirare a campare” firmando qualsiasi cosa venga messa davanti?

Abbiamo perso già molto e molto possiamo perdere ancora. Noi crediamo che l’unica speranza per un vero cambiamento di rotta sia ricorrere ad ogni possibile strumento di tutela della nostra professionalità e della nostra stessa esistenza come categoria; veniamo continuamente messi in discussione da ogni nuovo piano industriale che prevede di “trasformarci” nelle cose più varie e fantasiose, quando le esigenze dei clienti sono sempre le stesse, come del resto le nostre.

Vi chiediamo di segnalarci scorrettezze, abusi, pressioni, intimidazioni; vi consigliamo di tenere gli occhi bene aperti, farvi e fare domande e non accettare nulla come una tragica, ineluttabile necessità. Tutto ciò che vediamo ora non è che il ripetersi in condizioni peggiorate di un pessimo film già visto, e considerando che cosa abbiano da perdere le singole parti in gioco domandiamoci a chi convenga davvero cercare di cambiare il finale.

 

C.U.B.-S.A.L.L.C.A. Gruppo UniCredit

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UBIS e COMDATA, UN ROBOT IN TESORERIA

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L’accanimento aziendale contro i Lavoratori delle Tesorerie è degno di miglior causa. Ancora vivo è il ricordo della job rotation nel secondo semestre del 2015 con conseguenti (e note) difficoltà operative. Così come permane la irregolare “personalizzazione” delle lavorazioni degli Enti passati in gestione da Torino a Roma con l’assunzione non dovuta di rischi operativi per i colleghi coinvolti. In quell’occasione fu già denunciata la creazione in vitro sulla piazza di Roma di esuberi giustificata da malfunzionamenti prodotti ad arte.

Una situazione di estrema delicatezza se si considera, da un lato la vigenza del D. Lgs. 231/2001 che attribuisce ai colleghi la responsabilità del loro operato, dall’altro l’operatività fuori norma che gli stessi colleghi sono “costretti” a svolgere, ed infine la mancata stesura – come chiedemmo – di un Ordine di servizio o di una disposizione scritta da parte del Responsabile della Struttura che ne sanasse il vulnus. A distanza di un anno nulla è migliorato. Anzi.

È di pochi giorni fa l’informativa aziendale che i prossimi 28, 29 e 30 settembre 2016 negli uffici di Tesoreria di Roma Anzani alcuni consulenti della COMDATA avvieranno un progetto pilota denominato Robotic Process Automation. Da notare che COMDATA è specializzata in servizi di “Business Process Outsourcing” e che al Banco Santander ha proceduto al trasferimento del ramo di azienda relativo ai servizi di back office a favore proprio della Comdata Spa. Un’operazione, forse, in odore di conflitto di interessi.

Ad essere analizzati nell’ambito di questo progetto (che sarà pilota per altre realtà di Ubis) saranno due non specificati processi di tesoreria ai quali sarà applicato un altrettanto non specificato processo di “elevato automatismo” con l’obiettivo di superare l’attuale “componente manuale di basso profilo”.

Innanzi tutto è da stigmatizzare l’intollerabile utilizzo da parte dell’Ufficio del Personale della formula “componente manuale di basso profilo”, la quale appare gravemente offensiva del lavoro svolto dai nostri Colleghi, la qualità del quale non dipende certo dalla loro volontà o dalle loro capacità professionali di cui hanno dato sicura prova in passato in ben altre realtà societarie. Una infelice formula che sembra richiamare, cambiandone il segno, le felici “posizioni con contenuti specialistici e/o commerciali di particolare rilevanza”, tramite le quali nell’Accordo del 15.9.2012 (art. 2 – norma transitoria) l’Azienda permise a sei sindacalisti dalla firma facile di salvarsi dal licenziamento ex lege 223/91. Insomma: i lavoratori colpevoli di svolgere attività semplici vengono di fatto resi esuberi; sindacalisti con meriti di firma furono salvaguardati dagli accordi da loro stessi firmati. C’è qualcosa che non quadra.

La chiusura, pardon, la razionalizzazione del polo di Tesoreria di Trento (circa 90 persone), la cui attività consiste prevalentemente nella gestione del caricamento dei bilanci degli Enti e delle successive delibere di variazione, implica il trasferimento delle relative lavorazioni a Roma senza, allo stato, aumento di personale. La cosiddetta “componente manuale di basso profilo” è comunque da intendersi quella relativa ai processi autorizzativi di mandati, reversali e bonifici non effettuati tramite mandato informatico (attività svolta, ad esempio, dai telelavoratori), nonché quella relativa a bilanci e delibere.

Sorge il sospetto quindi che l’indagine della COMDATA sia propedeutica all’eliminazione della maggior parte delle lavorazioni massive/elementari e al mantenimento della sola gestione delle eccezioni e ad accentuare la criticità in termini di esuberi della piazza romana. Si tratta di un processo a tendere che sembra preludere al superamento della Tesoreria, quanto meno in ambito Ubis.

Da un punto di osservazione macroeconomico l’operazione in oggetto si inserisce in una pericolosa fase di transizione industriale all’interno della quale l’occupazione ed interi settori industriali sono persi per sempre e dove i percorsi di ricollocazione e formazione non hanno mai rappresentato una possibilità seria di nuovo lavoro, ma solo un grande e proficuo business da realizzare sulle spalle degli esuberi (prima) e dei licenziati (dopo).

Uno scenario aggravato il 1° settembre dall’ennesimo accordo sottoscritto con la Confindustria dal vago sapore collaborazionista, neocorporativo e concertativo per la gestione degli esuberi: grazie alla cosiddetta “offerta conciliativa” – tecnicismo per indicare la proposta economica e formativa per indurre ad accettare il licenziamento e conseguente chiusura tombale del rapporto di lavoro – i lavoratori considerati in esubero vengono consegnati nelle mani dell’impresa che, autorizzata ed incentivata a licenziare, non solo potrà beneficiare di una certezza dei costi dell’operazione, ma avrà cosi la garanzia di una condivisione sindacale definita centralmente che non può essere messa in discussione azienda per azienda.

Accordo che, come da recenti articoli apparsi sul Sole 24 Ore, non spende una parola per fermare le delocalizzazioni, la cessione di rami d’impresa e le tante altre furbate padronali costruite per attaccare salari e occupazione ed avallate nella nostra azienda, anche in presenza di violazioni di contratto, da chi oggi si propone come fautore e promotore di una “nuova via”.

Invitiamo i colleghi coinvolti nell’interazione con COMDATA, pur nel rispetto delle DISPOSIZIONI SCRITTE ricevute, a non facilitare lo scavo delle fosse proprie e dei colleghi. A proposito di collaborazionismo e di concertazione.

L’autunno del nostro scontento

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L’autunno è appena iniziato e si preannuncia caldo, in UniCredit e non solo.

In attesa di conoscere i dettagli della nuova rivoluzione copernicana (ormai annuale) per fine settembre due rapidi aggiornamenti su tematiche di attualità:

Tablet

In questi giorni stiamo ricevendo gli agognati tablet che siamo riusciti a ottenere a parziale e teorico compenso del fatto che ci hanno ulteriormente diminuito il VAP. Capita di sentire strane voci incontrollate sull’uso che si dovrebbe farne per cui è opportuno chiarire alcune cose:

  • il tablet è fornito dall’azienda in comodato d’uso, per cui fino al riscatto (che dovrebbe avvenire fra 18 mesi) è una proprietà di UniCredit concessa in uso gratuito. Non può essere venduto o ceduto a terzi e deve essere custodito “con la diligenza del buon padre di famiglia”.
  • NON si configura in nessun modo come strumento di lavoro e l’uso che ciascuno può farne è completamente discrezionale;
  • nello specifico non è obbligatorio scaricare e installarci alcunchè, né tantomeno sottoscrivere o attivare abbonamenti a proprie spese. Chiunque disponga di un abbonamento internet a casa o anche solo di un cellulare abilitato a navigare in rete può utilmente sfruttare i gigabyte che già ha senza regalare altri soldi alla TIM (posto che gli interessi usare il tablet per navigare);
  • SE si decide di accedere al portale UniCredit tramite il tablet bisogna installare e configurare Airwatch Container, che è sostanzialmente un applicativo che garantisce la sicurezza della rete dati (da e verso le applicazioni della banca). Al di là di usi personali secondo gli interessi e le necessità di ciascuno (es. accesso a UniCa, al cedolino stipendio ecc.) il fatto che si POSSA (ma NON si debba) aprire la casella mail di lavoro sul tablet non comporta obbligo di reperibilità e/o di risposta fuori dall’orario di lavoro. Fra l’altro per numerosi ruoli professionali “caldi” da questo punto di vista è già previsto il cellulare di servizio, che riceve anche e-mail come molti di noi hanno tristemente presente. Anche qui, il fatto di disporre di un apparecchio mobile che riceve e trasmette fuori dall’orario di lavoro non comporta automatica disponibilità né obbligo a farlo.

People Survey

Altro regalo dell’autunno caldo. Il nuovo CEO ci tiene tantissimo e le figure di sintesi sono state già debitamente “intrattenute” (che brutte espressioni si trovano…) sul fatto che tutti, ma proprio tutti la debbano fare.

La People Survey è ciò che tecnicamente si definisce un’”indagine di clima” e rientra nell’ampio filone delle indagini di mercato che più o meno tutte le aziende fanno in modo più o meno molesto nei confronti dei loro clienti. In questo caso i “clienti” siamo noi, e se l’indagine è anonima quanto i questionari del TRIM Index siamo a cavallo…

L’utilità della Survey dipende come sempre dal punto di vista. Per la dirigenza è un modo per sostenere che i problemi dell’Azienda sono attentamente soppesati e valutati, per dimostrare che c’è democrazia interna e ognuno può dire la sua. E’ appena il caso di notare che, in base a un’esperienza ormai più che decennale, l’obbiettivo è la QUANTITA’ delle risposte che se elevata decreta automaticamente il successo dell’iniziativa, indipendentemente da cosa sia stato effettivamente risposto. Che da noi ci sia malessere e sfiducia lo si può verificare mettendo piede in un’Agenzia o Ufficio qualsiasi, non occorrono i soloni di qualche società di consulenza che predisponga un sondaggio. Ma facendo ricorso a complicati algoritmi si dimostra sempre in modo inequivocabile, a distanza di qualche mese dal trionfale annuncio che la Survey ha avuto successo, che i problemi sono piccoli, circoscritti e sono stati già portati all’attenzione delle funzioni competenti.

Dal nostro punto di vista questo sondaggio non ha nessuna rilevanza pratica: ciascuno può farlo o non farlo a suo piacere, evitando magari di scriverci cose non vere per paura di chissà quale rappresaglia (ma senza illudersi che “vuotare il secchio” possa davvero servire a qualcosa). Gli strumenti per farsi sentire sono altri e hanno diversa valenza giuridica. Per esempio, iniziative come esposti alle competenti autorità sul tema dello stress lavoro correlato, già presentati dal nostro sindacato in altre aziende bancarie, sembrano più utili per sensibilizzare i vertici aziendali sullo stato di disagio lavorativo.

 

Chiunque sia interessato a ricevere, via mail, il materiale prodotto dalla CUB-SALLCA, sia sul Gruppo Unicredit sia su tematiche di settore o di carattere generale,

può richiederlo inviando un messaggio su

sallca.cub@sallcacub.org

precisando l’indirizzo (casa o lavoro) al quale desidera ricevere le nostre comunicazioni.

ESTERNALIZZAZIONI UBIS: ANCHE LE CARDS SE NE VANNO

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Le Cards vanno via. I colleghi andranno in SIA dopo essere transitati per la Newco ITALIA (che fantasia), il cui pacchetto azionario sarà poi ceduto SIA.

Ricordiamo che SIA è partecipata da numerosi soggetti, comprese Unicredit e Banca Intesa (2% cadauna), il più importante dei quali è FSIA con il 49.48%, società che è di proprietà per l’80% del Ministero del Tesoro, attraverso la Cassa Depositi e Prestiti, e per il 20% dalla Banca d’Italia (che a sua volta è detenuta da tutte le banche italiane).

Torniamo alla famigerata Newco ITALIA ed alla cessione del pacchetto azionario, operazione che, ci riferiscono i Quintuplici (mancano UGL e SINFUB), impedirebbe ai sindacati di utilizzare “quegli articoli di legge messi a tutela dei lavoratori”.

Evidentemente dall’ultima esternalizzazione è passato molto tempo e certi concetti sono stati dimenticati.

C’è da dire però che in precedenza, anche in presenza di “quegli articoli di legge messi a tutela dei lavoratori”, nonché di articoli del CCNL (art. 3 – attività appaltabili), i quintuplici non è che li abbiano utilizzati per impedire le esternalizzazioni.

Nemmeno davanti alle diffide delle colleghe e dei colleghi. Storiche furono le suppliche dell’A.D. Cederle alla redazione regionale del Friuli (30/3/2013) e dell’allora direttore generale Schiattarella (http://ilpiccolo.gelocal.it/trieste/cronaca/2013/03/31/news/ubis-i-pericoli-esistono-solo-senza-accordo-sindacale-1.6795579), che addirittura “vendeva i giocatori al Real Madrid e al Barcellona,  mentre loro stavano nell’Udinese o al massimo nella Fiorentina”.

In questo caso perciò, dicono i Quintuplici (ma immaginiamo d’accordo anche UGL e SINFUB), non si può usare l’art. 2112, perché c’è cessione del pacchetto azionario.

Mettiamo in chiaro due cose.

  • i Quintuplici (ma immaginiamo d’accordo anche UGL e SINFUB) non denunciano, non combattono, non si ribellano al fatto che venga costituito ad hoc un contenitore (poco importa che sia una società, un servizio o una BL – come piace ai ns vertici) dove mettere delle persone già sapendo che verranno esternalizzate;
  • i colleghi comunque finiranno nella Newco ITALIA con le previsioni del 2112 (che ricordiamo essere un articolo del Codice Civile) ed in questa fase si porteranno appresso, oltre a tutti i diritti acquisiti (anzianità, ferie, indennità, comporto e quant’altro), tutto quello che il sindacato ha “conquistato” in precedenza ed applicato alle altre cessioni di ramo d’azienda.

A partire dal famigerato art. 9 dell’accordo di costituzione di UBIS del 17/2/2012 (firmato in contemporanea ad uno sciopero indetto in splendida solitudine dalla FISAC/CGIL di UBIS di Roma con manifestazione in Piazza SS. Apostoli partecipata da circa 400 lavoratori.

Articolo 9 che, raccontano le fonti, fu ispirato proprio dal sindacato “per mettere l’Azienda al riparo da possibili, eventuali, futuri speculatori”, e che recita nella sua parte peggiore:

Nel caso di cessione di UBIS ovvero di suoi rami d’azienda a soggetti esterni al Gruppo, ove le tensioni occupazionali dovessero emergere successivamente entro il limite massimo di sei anni dalla data dell’evento, UniCredit e le aziende trasferenti si renderanno disponibili a riallocare – ove possibile nell’ambito della provincia/area metropolitana, presso l’Azienda di origine ovvero presso altra azienda del Gruppo – il personale che dovesse risultare in eccesso a seguito di decisioni del Gruppo UniCredit (come a titolo di esempi non esaustivi, processi di insourcing di attività, trasferimento di attività già esternalizzate ad altro soggetto, cessazione del contratto di servizio per decisione del committente) ovvero di fallimento comunque connesso a tali eventi.”

Si dà il caso che recentemente DOBANK (ex UCCMB) degli americani Fortress e Prelios abbia inviato ad UBIS la disdetta dell’appalto (contratto di back-office), perché ritenuto non più conveniente, facendo decadere quelle che potevano essere le garanzie dell’art. 9.

Situazione del resto più volte rappresentata sempre in splendida solitudine da un gruppo di sindacalisti facinorosi e legulei (secondo la definizione di una autorevole ex segretaria nazionale della Fisac sanzionata dalla Commissione di Garanzia per violazione delle regole democratiche proprio in relazione ad un’esternalizzazione).

I Quintuplici (ma immaginiamo d’accordo anche UGL e SINFUB) si sono scatenati in un crescendo di grassetti e caratteri urlati, di critiche e denunce sdegnate, di (pen)ultimatum di chiaro stampo oltranzista, di avvertimenti al popolo tutto (ma la categoria ed il gruppo non sembra abbiano raccolto queste grida di dolore e di chiamata alle armi) proclamando uno sciopero, addirittura, a livello nazionale.

Tutto bello se non fosse che lo sciopero in questione – peraltro con tentativo di conciliazione del 27 luglio, esito negativo datato 3 agosto, lo stesso giorno dell’informativa ai sindacati  e della diffusione del comunicato stampa alla comunità finanziaria – non serve a niente se non a “certificare l’esistenza in vita” di alcuni sindacalisti. Lo dicono loro stessi “Avrete le leggi, gli articoli, le procedure, la libertà d’impresa …” BASTA, NOI NON CI STIAMO !!!”

I Quintuplici (ma immaginiamo d’accordo anche UGL e SINFUB) parlano di “decine” di studi di fattibilità, quindi sapranno pure le aree di intervento, e allora perché non le rilevano al di là della millanteria?

E sempre i Quintuplici (ma immaginiamo d’accordo anche UGL e SINFUB) annunciano che “sarà la prima di una serie di iniziative …”. In attesa delle iniziative serie, le uniche che ricordiamo sono le svariate firme messe su accordi per le esternalizzazioni, per i demansionamenti, per i prepensionamenti (salvando gli amici sindacalisti che ricoprivano livelli apicali, qualcUNO evitando anche tre provvedimenti e uscendo con bonus tripli rispetto ai comuni mortali).

Ricordano un po’ quella combriccola di toscani – un bugiardo, un condannato con sei processi sulle spalle, una bella donna con il padre promosso per “meriti” – che ha rovinato migliaia di famiglie e che vuole riformare la Costituzione.

Affermare – numericamente parlando – che lo sciopero del 9 settembre è stato partecipato dal 60% dei colleghi delle Cards, ma dal 18% del resto di UBIS, con punte infime sulla piazza di Roma, potrebbe far pensare ad un successo. Il punto è un altro, è qualitativo.

I colleghi devono sapere che garanzie e tutele dei diritti non possono essere invocate (o rivendicate) da personaggi screditati che in occasione di precedenti operazioni di esternalizzazioni si sono dimostrati conniventi e subalterni e che sicuramente anche stavolta riproporranno il solito accordo fotocopia, con il toner vieppiù sbiadito, con il solo cambio dei nomi delle società e delle date.

Se si vuole avere ancora uno straccio di seguito e riconquistare una credibilità almeno parziale tra i Lavoratori, tra le proposte immediate ed indifferibili suggeriamo:

  • di “liberarsi” innanzitutto di tutti quei pseudo rappresentanti dei lavoratori conniventi e subalterni che hanno lasciato mani libere all’azienda suicidando il sindacato.
  • di disdire a livello nazionale l’accordo del 27/2/2001 che inseriva i bancari nei servizi pubblici essenziali.
  • di creare una task force di sindacalisti che a livello nazionale verifichi, società per società, struttura per struttura, stanza per stanza, persona per persona tutti i consulenti presenti con relativo contratto, ruolo, livello, mansione, come si fece in Capitalia Informatica nel giugno 2005.

Chissà, allora, se stavolta lasceranno le penne a casa.

Tanto le penne, quelle vere, con le esternalizzazioni ce le lasciano i lavoratori.

A proposito di “macelleria sociale”.

Unicredit: VAP e Venticinquesimo: scelte a confronto

A seguire alcune indicazioni utili per la scelta di Vap e premio per il venticinquesimo anno di servizio, in base alle opzioni “cash” o “welfare”. Altre notizie tecniche sono disponibili sul portale aziendale al seguente link:

 

http://intranet.unicredit.eu/employee_services/hr_info_and_regulations_ita/Strategic_Plan_2018/Documents/13042016_Speciale_elargizione_Piano_Strategico_2018_infografiche.pdf

In questi giorni è disponibile a portale la scelta su come percepire il premio aziendale (VAP) e, per chi non l’avesse ancora ricevuto, il rateo del premio per il 25° anno di servizio sospeso nel 2014 come da accordi al tempo firmati dai sindacati trattanti. Per entrambi la scelta è fra conferimento a welfare (con successivo passaggio a fondo pensione purchè si sia iscritti, e qualora non si sia usato il conto welfare) e corresponsione in busta di una somma ridotta.

Per il VAP la scelta è fra 650 euro in busta (lordi, ma con una tassazione agevolata al 10%) e 1.000 euro a conto welfare, successivamente trasferibili su fondo pensione se non utilizzati. Nel secondo caso l’azienda non versa la contribuzione previdenziale (24% circa).

Per quanto riguarda il premio 25° la casistica è diversa e individuale e dipende dall’anzianità di servizio a giugno 2014, oltre che dalla banca di provenienza (i trattamenti erano diversi). Si può visualizzare in procedura l’importo che comprende già un bonus del 20% riconosciuto dall’Azienda a chi richiede l’accredito a conto welfare (scomponibile in 3 tranches con due opzioni per l’anno di partenza che può essere il 2016 o il 2017). Qualora si richieda invece l’accredito in busta si riceverà a luglio una cifra lorda pari all’importo indicato decurtato del 17%.  Anche in questo caso la scelta del conto welfare determina il mancato versamento della contribuzione previdenziale.

Sugli usi possibili del conto welfare ci siamo già diffusi in passato; suggeriamo di verificare attentamente la possibilità di utilizzare concretamente i fondi a scanso di brutte sorprese. Per quanto riguarda gli accantonamenti a fondo pensione (per chi avesse già la posizione aperta) ricordiamo che
– questi denari sono disponibili solo a cessazione del rapporto di lavoro, o possono essere anticipati ma solo in parte per specifiche casistiche;
– quando vengono smobilizzati, gli accantonamenti al fondo vengono tassati seppure con un regime agevolato
– bisogna fare attenzione al possibile superamento della soglia di deducibilità fiscale (5.165 euro) oltre la quale si viene tassati normalmente pur senza poter disporre delle somme. Per questo fine si tiene conto di tutti i versamenti fatti su fondo pensione, ovvero contributi del lavoratore e del datore di lavoro (non dell’accantonamento relativo a TFR).
Siamo a disposizione di coloro i quali desiderassero chiarimenti e suggerimenti soprattutto per quanto riferito alla quota premio del 25°, che rappresenta una somma generalmente non banale.

UNICREDIT – CHI NON HA PAURA …

unicreditcChi non ha paura non è coraggioso, è cieco. (Roberto Gervaso)

Con notevole sincronismo e una buona dose di ironia si sono susseguite sul portale due serie di informazioni, in realtà relative allo stesso argomento: ovvero l’anno 2015.

In primis i risultati, presentati con gran fanfara martedì scorso e ribaditi a più riprese nonostante inquietanti debacles in borsa (ma è successo a tutti, è solo speculazione, ed è chiaramente tutto finito…). Sembra che UniCredit abbia portato a termine degli autentici miracoli, la “Rete con la R maiuscola” ha fatto utili, nuovi clienti, raccolto masse, erogato fidi, intermediato immobili, venduto polizze RC auto e chi più ne ha più ne metta. Citiamo testualmente: “tutto ciò ci deve rendere fieri di appartenere a questa grande squadra” (il neretto è in originale).

Poi si volta pagina e si legge dell’accordo sottoscritto (a loro dire) dopo estenuanti trattative dai sindacati firmatari. In effetti a giudicare dal numero di firme e sigle che coprono quei poveri fogli martoriati (se ne contano circa una cinquantina) i delegati devono essersi portati dietro amici e parenti in discreto numero per dar manforte.

Quale premio abbiamo avuto per questi brillanti risultati? Per cominciare, un ulteriore rinforzo del concetto che siamo in troppi. Dobbiamo essere fieri di appartenere a questa grande squadra, che però lascerà a casa 2700 (altre) persone nel giro di breve tempo. Si tratta di esodi incentivati e non di licenziamenti, e mille grazie: ancora non ci risulta che sia così semplice.

Divertente poi parlare di “ricambio generazionale” nel momento in cui si paventano 700 assunzioni, perchè se la matematica non è un’opinione continuano a mancare 2.000 risorse all’appello. Ma si sa, ormai i clienti fanno tutto da casa: chi li vede più in Agenzia? meno male che i call center fissano appuntamenti altrimenti si morirebbe di noia.

Dove la farsa comincia però a diventare di cattivo gusto è in ambito di premio aziendale. Va dato atto ai sindacati trattanti di avere, per la prima volta nella storia, esaminato il problema con qualche mese di anticipo e non lasciandoselo rimandare a chissà quando; ma i loro meriti si fermano qui, perchè se è vero che la Banca ha stravinto su ogni linea non si capisce come mai un premio già striminzito debba essere ridotto ulteriormente, oltretutto con una fastidiosa discriminazione per chi, per sua perversione mentale, lo volesse in contanti. 840 euro il premio (lordo) appena erogato a novembre in busta, contro 650  euro sempre lordi che prenderemo a giugno, per una perdita secca di 190 euro; per l’erogazione in conto welfare si passa da 1140 a 1000 euro, con una perdita di 140 euro che è ancora inferiore proporzionalmente. Sarà divertente vedere come questo concetto sarà applicato, per chi dovesse ancora riscuotere, al premio per il 25°, dove parliamo di cifre ben più sostanziose.

Leggiamo poi che ci verrà elargito un tablet; non si sa di che marca, non si sa che modello e soprattutto non si sa chi l’abbia chiesto. Evidentemente non siamo così bravi a venderne e ne sono avanzati  molti.  Il  fine  sicuramente  è  nobile  (incentivare  i  dipendenti  a  digitalizzarsi),  ma presumiamo che chi fosse interessato abbia già provveduto da sè.

Come al solito non una parola su inquadramenti e situazione disastrosa della rete. Non una parola sulle pressioni commerciali, che si annunciano già da inizio anno devastanti (e la chiusa del commento ai risultati è significativa: abbiamo fatto trenta, dobbiamo fare CINQUANTA!). Indubbiamente di coraggio ne hanno molto. Forse sarebbe il caso che ne avessimo un po’ di più anche noi.

Siamo a disposizione dei colleghi che, rientrando nelle casistiche relative agli esodi, desiderassero chiarimenti.

UNICREDIT – E’ TEMPO DI PAGELLE: PRONTI PER IL VOTO IN CONDOTTA?

unicreditbCome ogni anno è di scena l’assegnazione da parte dei Responsabili degli obiettivi. Quest’anno è stata introdotta una novità: ogni dipendente sarà valutato anche sul rispetto delle norme regolamentari, policy e linee guida, con un’attenzione ad alcuni temi rilevanti quali l’Antiriciclaggio, la Privacy, i Rischi Reputazionali, la Formazione Obbligatoria…

In pratica la solita comunicazione stile Unicredit, che vuol dire tutto e nulla.

Solo per le policy di Gruppo parliamo di centinaia di documenti, alcuni caricati a portale solo in inglese, che per il semplice fatto di essere stati redatti, l’Azienda da’ per scontato siano “patrimonio dei lavoratori”.

Da quest’anno perciò la valutazione effettuata dal Responsabile sarà integrata anche con la valutazione della nostra condotta.

Appare a tutti evidente che questa discutibile scelta aziendale stride e si scontra con le difficoltà di chi quotidianamente vive e si trova ad operare nel Gruppo.

Sembra  quasi  che  l’Azienda  voglia  adottare  il  ben  noto  modello  del  “bastone  e  della carota”, metodo però che si adatta più alle bestie da soma che ai lavoratori!

Dunque saremo valutati anche sui corsi obbligatori, però la news al portale non ci rassicura se tutte le lavoratrici e tutti i lavoratori del Gruppo, saranno messi nelle condizioni di poterli svolgere. Sul tema “corsi on line” lo scorso 9 dicembre è stato siglato un accordo con l’Azienda che deve ancora entrare a regime e la cui efficacia sarà oggetto di valutazione congiunta tra azienda e    sindacati firmatari nella seconda metà dell’anno. Perché quindi inserire questo tema tra quelli oggetto valutazione? Una scelta che ci preoccupa non poco.

Ricordiamo all’Azienda che la formazione non è un obbligo, ma un diritto dei lavoratori, quindi vigileremo affinché l’azienda rispetti la dignità e la professionalità dei lavoratori del Gruppo.

Ci impensierisce anche la generica dichiarazione dell’azienda di conoscenza delle policy e normative interne; quelle norme che l’Azienda stessa per prima è pronta a violare per opportunismo ed esigenze di business. Una contraddizione che, come sempre, va a danno dei lavoratori.

Come si sposa per esempio la valutazione dei lavoratori della rete a fronte di pressioni commerciali sempre più esasperanti e con l’arroganza di alcuni responsabili riguardo la richiesta dei risultati di budget e nell’interpretazione “creativa” di alcune normative? Una allarmante mancanza di conoscenza delle regole che conferma, oltre che una strafottenza senza precedenti, anche una mancanza di preparazione di alcuni responsabili che pretendono di far passare per lecito ciò che lecito non è.

Se una valutazione del rispetto delle regole viene fatta sul lavoratore, allora noi chiediamo che per reciprocità debba essere concesso al lavoratore un’analoga valutazione nei confronti dei responsabili.

Quante pressioni vengono fatte sui lavoratori in palese violazione della normativa nazionale di categoria su ferie e malattie? O sulla pianificazione di riunioni in pausa pranzo o al di fuori del normale orario di lavoro?

Quando le lavoratrici ed i lavoratori di Unicredit potranno valutare l’Azienda sull’assenza di pratiche messe in atto per fronteggiare lo stress lavoro correlato?

Appare perciò chiaro che il sistema di valutazione oggi in essere non ci soddisfa, è troppo il “libero arbitrio” che l’Azienda lascia ad ogni responsabile. I lavoratori di UniCredit hanno da tempo perso la serenità a lavorare in questo Gruppo, è ora di cambiare le regole!

UBIS – VIETARE L’ITALIANO NON FA BENE ALLA FORMAZIONE

Unicredit_TowerbisLettera aperta a Gianluigi Robaldo (Relazioni industriali UCI) ed Antonio Beraldi (Relazioni industriali Ubis)

E’ triste ammetterlo ma Unicredit non smetterà mai di stupirci. In negativo ovviamente.

Non risparmia neppure la formazione obbligatoria. Da un lato ribadisce “l’importanza dell’attività formativa in oggetto, in termini di rischi legali, operativi e reputazionali per la nostra azienda”  (sono parole dell’Azienda stessa) e dall’altra non rende pienamente fruibili i corsi medesimi.

E’ di questi ultimi giorni la segnalazione ricevuta da alcuni colleghi di UBIS in merito alla fruizione di corsi OBBLIGATORI e disponibili in sola lingua inglese, corsi (con tanto di test finale) distribuiti a pioggia senza neppure preoccuparsi di valutare se i destinatari  abbiano una conoscenza della lingua e dei termini tecnici utilizzati tali da poterne beneficiare appieno.

Tutto ciò, oltre ad essere improduttivo, è umiliante e mortificante per le lavoratrici ed i lavoratori che,  loro malgrado,  non ne possono fruire (cosa  che fra l’altro stride con le dichiarazioni aziendali che riferiscono di una riduzione delle ore di formazione linguistica e con l’Art. 2 del Protocollo 28.06.2014 sulle prospettive di rilancio connesse al Piano Strategico 2018). Se a questo poi aggiungiamo il richiamo formale che manager e capi struttura fanno ai lavoratori, la frittata è fatta.

Noi diciamo che un conto è conoscere una lingua straniera, scrivere magari una mail ai colleghi d’oltralpe, altro è sostenere corsi ed esami.

L’atteggiamento di UniCredit è tranchant: l’inglese è utile, internazionale, indispensabile, moderno, in una parola “cool” e quindi tutto quello che si fa in inglese va bene. Poco importa se l’obiettivo che ci si pone di raggiungere sia o meno realizzabile.

Per noi invece ciò è inaccettabile.

E’ quindi palese che UniCredit non crede nell’importanza della formazione e nella crescita professionale dei propri lavoratori (non a caso si investe massicciamente nella consulenza esterna) e non riconosce che le capacità professionali costituiscono un patrimonio fondamentale per i lavoratori e le lavoratrici e per l’efficienza e la competitività del Gruppo.

Per Unicredit, la formazione è solo un abbellimento, una targhetta da inserire in un curriculum o magari un semplice adempimento di legge: la forma è più importante della sostanza. Sbarazziamoci degli equivoci: internazionalizzazione non significa “inglesizzazione”, soprattutto quando si parla di formazione.

Ribadiamo: la formazione è un diritto delle lavoratrici e dei lavoratori, oltre che un’opportunità ed un vantaggio per il Gruppo. Inoltre è opportuno ricordare ai lavoratori che per l’Azienda lo svolgimento dei corsi comporta automaticamente la comprensione ed applicazione di tali tematiche nell’attività lavorativa, scaricando quindi ogni responsabilità per eventuali violazioni in capo al lavoratore.

Chiediamo perciò all’Azienda che si adoperi da subito a rendere pienamente fruibili i corsi a tutte le lavoratrici ed i lavoratori rendendoli disponibili in italiano, evitando altresì i richiami formali a tali adempimenti. Invitiamo tutti i colleghi a non farsi intimidire dai propri responsabili ed a pretendere che la propria professionalità non venga svilita.

Non vorremmo che domani, ove fossero eventualmente mutati i rapporti di forza nel mondo, i nostri illuminati manager ci obbligassero a tenere corsi in cinese od in arabo.

UNICA: UNA PRIMA ANALISI “A CALDO” DEI NUOVI PIANI SANITARI 2016/17

unicreditcUniCA, ci risiamo. E’ di nuovo tempo di rinnovo dei Piani Sanitari e poco sembra essere cambiato in questi due anni.

Dai documenti presenti sul sito di UniCA (stranamente il portale aziendale alla data di pubblicazione di questo comunicato non dà notizie in merito) si nota qualche piccolo miglioramento in polizza, soprattutto quella odontoiatrica, anche  se  migliorare  una  polizza  che  alla  fine  copriva  principalmente l’ablazione del tartaro, non è poi cosa di cui vantarsi (e comunque se si vuole una discreta copertura i lavoratori dovranno pagare 750€ in più).

Una piccola nota positiva: sono state inserite alcune prestazioni di prevenzione presso Centri Autorizzati Previmedical.

Per contro:

1 – è stato introdotto il limite di reddito di 26.000,00 euro lordi per l’inserimento in assistenza di un figlio non convivente e non fiscalmente a carico entro i 35 anni di età,

2 – sono state aumentate le franchigie per le operazioni fatte scegliendo la forma “indiretta” (ovvero a rimborso senza preattivazione da parte di UniCA), qualora  sia  possibile  la  “diretta”  (in  convenzione  attivata da  UniCA).    Gli scoperti applicati saranno maggiorati rispetto alla norma con l’obiettivo, a detta di UniCA, di “favorire l’utilizzo del regime diretto, ovunque possibile, in quanto detto  regime  consente  di  governare  il  costo  delle  prestazioni,  e  quindi favorisce  la  sostenibilità,  nel  tempo,  delle  coperture.”  Già,  ma  quali  sono queste casistiche? Principalmente i casi di urgenza per i quali Previmedical chiederà ancora le 48 ore di preavviso (pari cioè a quelle previste dal servizio sanitario nazionale), ed onestamente 48 ore per spedire un fax alla struttura convenzionata ci pare irrealistico. Si poteva fare di più e meglio.

Inoltre, prima di prenotare una visita in forma “indiretta” bisognerà sempre accertarsi  che  la  struttura/medico  non  sia  convenzionato,  altrimenti scatterebbe  la  “superfranchigia”.  Insomma,  quando  si  dice  che  gli adempimenti burocratici non bastano mai.

Sull’argomento  “superfranchigie”  è  poi  da  riportare  un  piccolo  giallo.  La “Lettera del Direttore” del 18 dicembre scorso riporta un incremento delle franchigie del 50%, mentre “Il prospetto di Sintesi dei piani sanitari” ne riporta uno addirittura del 150%. Chi avrà ragione?

3 – Sono stati inoltre adeguati i costi della sottoscrizione per i dipendenti di polizza superiore a quella spettante per inquadramento, quindi nel caso di “upgrade” si pagherà di più (20% da Polizza Standard a Plus e da Plus ad Extra, 30% da polizza Standard ad Extra).

4 – Non c’è alcun riferimento ad un miglioramento nella gestione burocratica delle prestazioni. Le lavoratrici ed i lavoratori lamentano infatti un asfissiante formalismo nella gestione dei rapporti con gli iscritti alla Cassa Sanitaria. Le segnalazioni ricevute indicano spesso un eccesso di rigidità burocratica che, a nostro parere,  rischia di compromettere profondamente la percezione del valore sostanziale dell’Assistenza Sanitaria di Gruppo.

5 – La privacy dei pazienti ci preoccupa non poco. Ci risulterebbe, ed in pochi forse lo sanno, che all’atto della visita, l’ente che esegue la prestazione dovrebbe  inoltrare  copia  del  referto  alla  compagnia  assicurativa.  Il condizionale è d’obbligo, ma da alcune verifiche effettuate “sul campo” pare sia proprio così. E’ allarmante che la compagnia assicurativa si preoccupi di costruire una base dati dei dipendenti del Gruppo Unicredit. C’è da chiedersi con quale finalità tutto ciò venga svolto e se l’attuale sottoscrizione del trattamento dei dati personali consenta alla compagnia assicurativa di tenere questo comportamento.

Inoltre c’è da registrare che anche con il rinnovo per il prossimo biennio parte dei servizi erogati saranno finanziati indirettamente dalle lavoratrici e dai lavoratori. La polizza avrà durata di 24 mesi, con l’eventuale “upgrade” pagato dalle lavoratrici e dai lavoratori per 24 mesi, ma pienamente sfruttabile per 21/22 mesi (fatta eccezione per la casistica “interventi” che dovrebbero essere comunque coperti).

Nei prossimi mesi chi dovrà usufruire dei servizi prestati da UniCA dovrà provvedere a prenotare in forma “indiretta” anche presso strutture e medici convenzionati con UniCA/Previmedical, cioè anche con strutture che potrebbero essere preattivate direttamente dal gestore della polizza. Queste prestazioni, ancorché previste a piano, verranno successivamente rimborsate da UniCA con uno scoperto più alto del 500% (60 euro anziché 10) rispetto a quello  previsto  in  forma  “diretta”.  Noi  ci  chiediamo  se  è  corretto  che l’incapacità organizzativa di UniCA ricada sugli assistiti con maggiori oneri economici e burocratici.

Ricordiamo infatti che la quota di UniCA in capo al singolo lavoratore è finanziata dall’Azienda, ma per ottenere ciò le lavoratrici ed i lavoratori del Gruppo UniCredit, hanno rinunciato ad una quota di salario in busta paga. Un simile comportamento è un vero e proprio raggiro.

UniCA, ci risiamo: NON CI SIAMO

LETTERA APERTA AL DR. BERALDI, RESPONSABILE RELAZIONI INDUSTRIALI UBIS

smart2Egr. Dr. Antonio Beraldi,

abbiamo letto con interesse l’articolo pubblicato da Corcom.it, il quotidiano online di riferimento della digital community italiana, dal titolo “ Smart working, addio a uffici e scrivanie. Ecco i pionieri del lavoro agile” che riporta una sua intervista sul tema “smart “working”.

Non  ci  addentriamo  nel  contenuto  dell’articolo  che  in  fondo  aggiunge  poca sostanza  ad  un  tema  oggetto  d’attenzione  in  Unicredit  da  più  di  un  anno. L’intervista riporta le solite notizie trite e ritrite che Unicredit sbandiera ad ogni occasione. Bene o male le solite dichiarazioni di rito, molta propaganda e pochi contenuti; ma forse dovremmo dire più male che bene visto le imprecisioni riportate che sicuramente saranno da ascrivere a chi ha redatto l’articolo e non certo a Lei.

Lo “Smart Work” è un progetto di revisione delle allocazioni di spazi e modalità di lavoro in cui Unicredit sta investendo notevoli risorse, poco importa se poi questi decantati risparmi – reali o virtuali? – saranno fatti a spese dei lavoratori e degli utenti.

Già perché la rivisitazione degli spazi è fatta sulla base di statistiche stilate da consulenti esterni e spesso legate a realtà neppure italiane. “Gli americani insegnano che il 20% delle postazioni di lavoro non viene utilizzata” era stato dichiarato alla presentazione del progetto giusto un anno fa a quei colleghi di Ubis che si apprestavano a traslocare nella Palazzina A ai piani 4° e 5° in modalità “Smart Work(ing)”. Statistiche che avevano messo in evidenza da subito la limitata affidabilità, non a caso nell’Area Planning   “l’overbooking” era la regola, e si è dovuti correre subito ai ripari costringendo colleghi ad utilizzare aree dedicate per gli “informal meeting” o le focus area per non restare in piedi.

E a distanza di un anno poco è cambiato.

Non solo. Le strutture e gli arredi già mostrano i loro limiti. Al quinto piano è difficile trovare nei salottini un tavolo che non traballi, senza considerare che le lampade in queste aree sono prive di lampadine (ce le dobbiamo portare da casa? Basta saperlo!).

Dobbiamo forse pensare che gli investimenti per gli arredi siano stati “dirottati” per la realizzazione del “giardino zen” al quarto piano? Una spesa che “radio serva” quantifica in alcune centinaia di migliaia di Euro, il tutto per garantire una vista decente ai nostri Top Manager. Non è forse eccessivo?

Tagliamo il personale ma non gli sprechi. Una politica HR quanto meno discutibile. La rumorosità delle location, le chiacchiere ininterrotte dei colleghi, seguite dal costante passaggio di persone tra le scrivanie, sono tra i fastidi principali. Se poi ci aggiungiamo climatizzazione inefficiente, impianto d’illuminazione inefficace e limiti nella dotazione tecnica (pc, locker, giusto per citarne alcuni) la frittata è fatta.

L’Azienda per adempiere alle disposizioni di Legge ci impone di svolgere corsi on line sulla salute e sicurezza in cui dichiara che ogni lavoratore non può utilizzare per lavorare il proprio PC portatile se non collegato ad un monitor ed una tastiera esterna, che occorre rendere ergonomica la postazione di lavoro, ma poi nella realtà uno si deve adattare a tutt’altro tanto che ci sono colleghi che per evitare di ritrovarsi col mal di schiena o problemi alle articolazioni si affidano a coloro che arrivano presto in ufficio per farsi riservare dei posti decenti.

Dalla prenotazione delle sale riunioni a quella della scrivania. Avete già pensato ad un’App da istallare sullo smartphone?

La cosa è ovviamente ironica…ma ci sarebbe da piangere…

Si sta stretti e si perde concentrazione facilmente. Le aree che dovrebbero essere utilizzate come “pensatoi” sono occupate da chi non trova una postazione di lavoro e questo vanifica l’applicazione delle regole che dovrebbero garantire una gestione ottimale del lavoro. Ormai vige l’anarchia; ognuno fa ciò che vuole.

Le aree che dovrebbero garantire privacy durante le telefonate hanno i muri di carta velina, di fatto non tutelano nulla.

L’affannosa ricerca del posto di lavoro al mattino e qualche battibecco tra i colleghi dimostrano che forse questa metodologia di lavoro non è poi così ottimale. E mentre Ubis ai consulenti esterni rende disponibili postazioni di lavoro fisse, ai dipendenti toglie la scrivania. Anche questa è una politica HR quanto meno discutibile ma soprattutto, dal nostro punto di vista, inaccettabile.

Se l’organizzazione del lavoro attuale impone sempre più la condivisione degli spazi in ufficio, la decisione su come utilizzarli andrebbe presa tenendo conto di tutti gli aspetti che quotidianamente coinvolgono l’ambiente professionale. Altrimenti il rischio è che ad aumentare siano solo le tensioni tra i colleghi e lo stress dei lavoratori.

Ci aspettiamo quindi che Lei prenda a cuore la situazione delle lavoratrici e dei lavoratori su questo tema, affinché i pionieri del lavoro agile non diventino martiri da sacrificare in nome di una (presunta) spending review, perché che se ne dica, lo smart working parte dalla volontà di risparmiare sulle postazioni di lavoro e non da strani astratti concetti di condivisione sociale ed è figlio delle ennesime consulenze inutili perché si sa, le decisioni strategiche sono prese fuori dall’azienda.