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CCNL BANCARI: AGGIORNAMENTO 14 MARZO

 

DA CUB SALLCA
A iscritti/e, lavoratrici e lavoratori

Comincia male il rinnovo del CCNL del credito.

Nonostante i soliti commenti positivi dei sindacati firmatutto (che ormai ci hanno abituati a “vendere” come vittorie gli arretramenti), ci sono due novità entrambe negative.

Il tentativo di riavere il TFR calcolato sull’intera retribuzione (come chiesto anche da noi) è sospeso. L’Abi al momento ha risposto con un secco no, a dimostrazione che quando si cede qualcosa riconquistarlo è complicato.

Viene poi spacciata come vittoria la riconferma del Fondo per l’Occupazione. Ci vuole coraggio a sostenere che sia una conquista un fondo alimentato con il sacrificio (obbligatorio) di una giornata di banca ore o ex festività dei lavoratori ed un contributo economico (volontario) dei manager.

Nella nostra piattaforma avevamo chiesto che il mantenimento di questo meccanismo davvero singolare (per favorire l’occupazione si lavora di più!) fosse legato perlomeno al ripristino dell’art.18 nel settore per i neoassunti. Anche su questo nessun risultato.

Anzi: nel FOC ci sono almeno 140 milioni di euro inutilizzati (in attesa del bilancio definitivo 2018) e bisognerà vigilare che non vada in porto la proposta di usare i fondi per entrare nel capitale di rischio di banche in difficoltà (come ha proposto il segretario generale FIRST per Carige).

Come abbiamo già scritto, siamo favorevoli all’intervento dello stato per le banche in crisi, i sindacalisti dovrebbero occuparsi di altro!

Noi a dicembre le nostre proposte le abbiamo presentate, siamo ancora in attesa che i sindacati firmatutto partoriscano la loro piattaforma.

Approfittiamo dell’occasione per divulgare un contributo al dibattito contrattuale, che condividiamo, tratto da un blog che ospita posizioni di minoranza all’interno della Fisac Cgil. Ci fa piacere che anche tra i sindacati firmatutto ci sia qualche voce critica.

LOST in negotiation

di Aggregazione Agor@

Il rinnovo del CCNL Credito non riesce a decollare, nonostante i sei mesi di prolungamento della scadenza di quello del 2015. Si disse allora che quei sei mesi in più sarebbero serviti a ponderare bene la piattaforma ed essere pronti al rinnovo prima della scadenza del 31/12/2018.
Niente di più sbagliato! Siamo alla fine di febbraio e della piattaforma non c’è traccia. Nel frattempo ABI tiene bloccate le sigle sindacali o meglio, i Segretari Generali, invocando la conferma della riduzione dell’importo del TFR in cambio dello spostamento dei termini della scadenza del CCNL. Eh già, da quelle parti nulla si concede senza scambio e siccome siamo stati così bravi da cadere nel rischio di rinnovo automatico dell’attuale CCNL (conferma dell’esistente senza trattativa), avendo ritardato l’elaborazione della piattaforma, ABI ha buon gioco a concedere l’avvio della trattativa in cambio del risparmio sul TFR.
Ma i problemi non finiscono qui. Ad oggi nessuna sigla pare in grado di presentare una piattaforma compiuta di rinnovo del contratto.
Si possono capire le difficoltà nel comporre proposte del tutto innovative, al passo con il cambiamento dirompente che sta investendo il settore, ma è altrettanto lecito chiedersi perché si è aspettato così tanto ad elaborare proposte, perdendosi in convegni e confronti tra pochi, senza mai mettersi all’ascolto dei lavoratori. Certo se si fosse fatto avremmo dovuto dare precedenza alla soluzione del malessere lavorativo che pervade tutta la rete ed a cui si stanno dando risposte del tutto evasive!
Presentare una piattaforma, arrivare ad un’ipotesi di chiusura del CCNL senza porre le condizioni per un miglioramento delle condizioni lavorative, sarebbe un atto scellerato, che ci allontanerebbe ulteriormente dai lavoratori.
E mentre accade tutto questo la FISAC che fa?
Cade nel tranello della litigiosità tra sigle sindacali, si fa bollare come inaffidabile e marginale da diverse testate giornalistiche, le stesse che qualche giorno dopo ci informano della ritrovata unità sindacale sotto l’ala protettrice dell’unico esponente capace di visione di lungo periodo e cioè il Segretario Generale della Fabi.
Il gruppo dirigente brancola nel buio, tenuto all’oscuro degli avvenimenti e non informato per tempo delle novità. Di ragionamenti collettivi e di mandato del Direttivo Nazionale per la costruzione di un impianto della piattaforma non se ne vede l’ombra. Si fanno lavorare a tempo perso le commissioni contrattuali, spacciando il tutto per grande esercizio democratico e nel frattempo riappare quello che è stato il fiore all’occhiello della FISAC nel precedente mandato: un bel convegno sul contratto e la situazione del settore sotto l’egida del precedente Segretario Generale!!!
Tempi duri, mentre tra un rinvio della scadenza del contratto e l’altro si fa sempre più difficile recuperare il valore pieno del TFR e la stessa valenza del futuro CCNL al 1/1/2019.
E siamo soltanto all’inizio!

https://agorasindacale.blog/

Intesa Sanpaolo: ulteriori problematiche sulle filiali con casse chiuse e sulle ferie comandate.

 

Mano a mano che procede e si allarga l’”esperimento” delle filiali medio/grandi che tengono le casse chiuse, emergono sempre più evidenti le criticità di questo modo di operare e l’intollerabile assenza di regole formalizzate. Inoltre emergono ulteriori problemi per le ferie “comandate” Quindi, siamo tornati a scrivere ai vertici aziendali per denunciare lo stato delle cose e sollecitare iniziative per rimediare.

 

Spett. Intesa Sanpaolo

Al CeoCarlo Messina

Al Responsabile di Banca dei Territori Stefano Barrese

Al Responsabile Sicurezza sul lavoro Dario Russignaga

Al Medico competente Maurizio Coggiola

p.c. alle lavoratrici ed ai lavoratori del Gruppo Intesa Sanpaolo

 

Torino,12-3-2019

Oggetto: Ulteriori problematiche sulle filiali con casse chiuse e sulle ferie comandate.

 

Siamo costretti a tornare sul tema dell’”esperimento” delle filiali di dimensioni medio-grandi che lavorano con le casse chiuse.

Il progressivo aumento delle filiali coinvolte ci conferma che non si può più parlare di esperimento e che non è accettabile che queste modifiche del modello di filiale passino in modo strisciante e silenzioso.

La prima questione è che non è possibile che i clienti delle filiali coinvolte non vengano informati preventivamente con comunicazioni scritte e con il necessario preavviso.

Al contrario, chi entra nelle filiali oggetto dell’esperimento, si ritrova la “sorpresa” ed i colleghi devono spiegare cosa sta accadendo, quasi fosse una loro idea balzana.

Accade sovente che parte dell’utenza reagisca con aggressioni verbali, quando non con insulti, nei confronti dei lavoratori. Il fatto di costringere i clienti che non ne sono in possesso di dotarsi di bancomat, ora a pagamento, è un altro fattore di tensione.

Chiediamo quindi che l’avvio di queste modifiche organizzative sia comunicato in forma ufficiale alla clientela coinvolta.

Oltre a ciò, rinnoviamo la richiesta di aprire un confronto sulle problematiche che il nuovo modello organizzativo determina e sulla necessità di stabilire regole sull’operatività, considerato che su molti aspetti della stessa ogni filiale si comporta in modo diverso.

A fare le spese dell’”esperimento” è soprattutto la clientela anziana, parte della quale non è in grado di gestire le operazioni con bancomat. Capita frequentemente che venga chiesto ai colleghi di fare l’operazione al loro posto, mostrando candidamente il codice segreto.  Allo stesso tempo c’è il rischio di un aumento delle truffe per la cattiva gestione degli stessi codici, per non parlare di quelli che arrivano su cellulari che non sanno usare.

Rinnoviamo, inoltre, la richiesta di superare l’obbligatorietà delle ferie comandate nelle filiali che chiudono nei “ponti”. Emergono ulteriori problematiche per le filiali retail che convivono con le filiali personal, che dovranno farsi carico anche della loro clientela, in permanenza di turni e delle ferie, servirebbe quindi un rafforzamento dell’organico recuperando i colleghi che non intendono fruire di ferie imposte. Stesso ragionamento vale per uffici di sede tra loro collegati, dove le ferie comandate di un ufficio hanno ricadute negative su altri.

Ancora una volta scriviamo a tutte le funzioni aziendali interessate per tutelare la salute dei lavoratori e metterli al riparo dalle conseguenze di errori determinati dall’approssimazione organizzativa e dall’assenza di regole certe e formalizzate.

Segreteria Nazionale Cub Sallca

 

8 MARZO 2019: SCIOPERO GLOBALE

Per il terzo anno consecutivo, la rete internazionale delle donne NON UNA DI MENO si è mobilitata per una giornata di lotta a livello internazionale, in difesa dei diritti delle donne e contro la violenza.

La richiesta di indire lo sciopero nella giornata dell’8 marzo è stata accolta soltanto da parte dei sindacati di base.

Per noi non si tratta di un’occasione per omaggi eleganti, offerta di mimose, parole di condiscendenza e proclami politicamente corretti.

Noi preferiamo stare nella tradizione storica di una giornata proposta, nei primi anni del Novecento, sulla spinta delle prime rivendicazioni femminili socialiste, poi mitizzata nel ricordo di una strage (il rogo in una fabbrica di operaie tessili negli Usa del 1911 con 146 vittime) e infine scelta come data per ricordare l’inizio della rivoluzione russa (la manifestazione delle donne per il pane e per la pace dell’8 marzo 1917 a San Pietroburgo).

Preferiamo stare nella lotta delle donne, che dopo oltre 100 anni, si trovano ancora ad affrontare situazioni simili, in molte realtà produttive del capitalismo avanzato.

In Italia una donna su tre (tra i 16 e i 70 anni) è stata vittima della violenza di un uomo, quasi 7 milioni di donne hanno subito violenza fisica e sessuale, ogni anno vengono uccise circa 200 donne dal marito, dal fidanzato o da un ex. 420 mila donne hanno subito molestie e ricatti sessuali sul posto di lavoro. Meno della metà delle donne adulte è impiegata nel mercato del lavoro ufficiale, la discriminazione salariale va dal 20 al 40% a seconda delle professioni, un terzo delle lavoratrici lascia il lavoro a causa della maternità.

Lo sciopero è la risposta a tutte le forme di violenza che sistematicamente colpiscono la vita delle donne, in famiglia, sui posti di lavoro, per strada, dentro e fuori i confini.

Con la convinzione piena che non può esserci miglioramento duraturo, se non attraverso una lotta comune, di donne e uomini insieme, lavoratrici e lavoratori, senza distinzione di genere, per una radicale trasformazione del modello produttivo e della cultura dominante.

Invieremo un secondo messaggio con il dettaglio delle manifestazioni in programma per la giornata del “LOTTO MARZO”.

Non prendete appuntamenti… E LEGGETE ANCHE IL VOLANTINO ALLEGATO

Inoltre, si può scaricare un video prodotto da CUB Donne cliccando su questo link

https://youtu.be/O36ZCeJ-gCg

 

Aggiornamento su CCNL e ferie comandate ed una notizia utile

Com’era prevedibile, la richiesta dei sindacati firmatari di prorogare la scadenza del contratto con l’eccezione della parte che prevede il taglio della base di calcolo del TFR (che in molte aziende impatta anche sulla previdenza integrativa) non è piaciuta all’Abi. Non ci sorprende che i banchieri non vogliano rinunciare a questo regalo del precedente contratto, infatti la richiesta del ripristino del conteggio completo è presente anche nella bozza di piattaforma della Cub Sallca, inviatavi a suo tempo.

Ma c’è un altro tema che dovrebbe entrare tra quelli del rinnovo del ccnl. Un’altra sgradevole novità che si sta affermando è quella della chiusura di filiali ed uffici in occasione di ponti e/o nel periodo di ferragosto, con i lavoratori messi in ferie obbligate. Questa pratica è stata messa in atto in particolare modo da Intesa Sanpaolo, che ha sempre rifiutato la possibilità di consentire ai lavoratori, che non erano interessati alle ferie, di essere ricollocati temporaneamente in altri punti operativi.

Le ferie dovrebbero servire al recupero psico-fisico del lavoratore. Se non è possibile concordarle con il resto della famiglia, difficile che ciò possa accadere. Ecco quindi un altro punto rivendicativo da assumere!

Vogliamo ricordare che, a questo proposito, l’anno scorso, abbiamo scritto alla Commissione di Garanzia sugli scioperi, chiedendo se tale atteggiamento delle banche fosse corretto: se per indire uno sciopero dobbiamo sottostare a una procedura di 20 giorni e regole limitative, non si capisce perché le banche possano chiudere le filiali impunemente e senza procedure particolari. Oppure si deve prendere atto che, la clientela utilizza ormai i canali alternativi (come ci raccontano le aziende) e che la limitazione al diritto di sciopero nel settore non ha più senso di esistere.

La risposta della Commissione è stata illuminante, a suo modo (a chi interessa possiamo inviare la lettera). Il quesito è stato girato all’Abi (il controllore che fa rispondere al controllato), che ha così risposto, in sintesi: è vero che si stanno chiudendo molte filiali, ma il rapporto tra numero di sportelli e popolazione, in Italia, resta tuttora tra i più alti in Europa. E’ vero che c’è un sempre maggiore uso dei canali alternativi, ma questi, per funzionare, necessitano del lavoro dei dipendenti (ma pensa), che quindi non possono scioperare senza rispettare le regole.

Peraltro nessuna risposta è arrivata sulla facoltà dell’azienda di chiudere l’operatività delle filiali quando le fa comodo. Non sarebbe, peraltro, materia di competenza della Commissione, mentre lo è quello dei sindacati firmatutto di rimettere in discussione una norma anacronistica che ostacola l’esercizio dello sciopero nel settore.

Visto che sul contratto tira aria di scontro, se si volesse davvero attivare il conflitto, la prima cosa da fare sarebbe cancellare la normativa antisciopero.

Infine, una notizia inquietante ed interessante allo stesso tempo. Alleghiamo un articolo del giornale on line “Il Velino”, che riporta la storia di una lavoratrice di MPS con gravi problemi di salute, che anziché ricevere la tutela prevista per legge ha dovuto subire comportamenti mobbizzanti, al punto di doversi rivolgere alla consigliera di pari opportunità presso il Comune di Napoli.

Inquietante il fatto che la lavoratrice abbia dovuto ricorrere ad un’autorità esterna per tutelare i propri diritti (peraltro senza che MPS abbia mostrato il minimo rispetto per questa figura istituzionale). Interessante la notizia della possibilità del ricorso a questa figura, sicuramente poco conosciuta da parte della maggior parte dei lavoratori.

Segreteria Nazionale CUB-SALLCA

Modifiche all’organizzazione del lavoro in Intesa Sanpaolo; il Sallca scrive al CEO Messina

In questo periodo si assiste ad una serie di cambiamenti significativi nelle filiali, dagli “esperimenti” delle casse chiuse alla riportafogliazione che ha coinvolto le filiali imprese e retail. Il tutto avviene in modo disordinato e senza regole.

A complicare la vita dei lavoratori è anche arrivata la “sorpresa” dei ponti e delle ferie comandate (scusate, collettive) che quest’anno coinvolge filiali retail, personal, imprese e vari uffici di sede.

Abbiamo voluto segnalare in modo formale e scritto una serie di questioni e anche di richieste al Ceo ed al Responsabile della salute sul lavoro. Riteniamo che non si debba assistere passivamente a tutto questo e che l’azienda debba dare risposte convincenti alle questioni sollevate.

Ecco il testo della lettera inviata (vedi anche allegato)

Al Ceo Carlo Messina

Al Responsabile Sicurezza sul lavoro Dario Russignaga

p.c. alle lavoratrici ed ai lavoratori

 

Torino,18-2-2019

Oggetto: problematiche relative alle recenti modifiche organizzative.

 

Partiamo dall’analisi dell’esperimento delle filiali che stanno lavorando con le casse chiuse: doveva essere un provvedimento temporaneo, ma la sua prosecuzione  ed estensione lo sta trasformando in un modello operativo consolidato e tutto questo pone questioni normative importanti.

Intanto ci sono possibili conseguenze rilevanti sulla salute dei lavoratori, si pensi solo al periodo prolungato nel quale i colleghi devono stare in piedi o sullo sgabello rialzato della postazione dell’accoglienza. Il DL 81/2008 prevede che significative modifiche nell’organizzazione del lavoro devono essere valutate preventivamente con gli RLS per le ricadute che possono avere sulla salute e la sicurezza dei lavoratori. E’ stato fatto?

Inoltre una modifica così significativa imporrebbe una formazione adeguata per gli addetti (che non c’è stata) e l’apertura di una contrattazione per normare adeguatamente il nuovo modo di operare. Si pensi, solo per fare un esempio, ai frequenti episodi di clienti che consegnano ai colleghi che li stanno aiutando il loro pin, con tutti i rischi che questo può comportare.

Apprendiamo da siti sindacali che nel corso dell’incontro trimestrale dell’Area Torino e provincia con i sindacati firmatari l’Azienda ha sostenuto che non si tratta né di una sperimentazione, né di una nuova modalità: a suo dire i colleghi devono “semplicemente” accompagnare la clientela verso il cambiamento come stanno già facendo “al fine di ridurre le code e le attese”. Ha inoltre sottolineato che le casse rimangono comunque aperte per particolari operazioni che non possono essere effettuate alle macchine.

Riteniamo questa posizione unilaterale e non corrispondente alla realtà dei fatti. Per quello che ci riguarda ci dichiariamo disponibili a discutere di queste tematiche, essendo noi esclusi dal tavolo di trattativa non per nostra scelta e per una discriminazione ingiustificata, avendo dimostrato in più occasioni il nostro livello di rappresentatività.

Un altro problema che vogliamo evidenziare è quello della massiccia chiusura di filiali prevista in occasione dei vari ponti festivi.

Come noto, le ferie devono servire al recupero psico-fisico del lavoratore ed imporre un numero elevato di giorni spezzettati e non concordati è motivo di disagio per parecchi colleghi. L’estensione dei ponti obbligatori a filiali personal, imprese ed uffici di sede, determina il coinvolgimento nel problema di un numero sempre crescente di dipendenti. Rilanciamo quindi la richiesta che, fermo restando il potere dell’azienda di decidere la chiusura dei punti operativi, i lavoratori possano scegliere se fare le ferie, lavorare in una filiale vicina, oppure anche collegarsi da casa per completare la formazione.

Segnaliamo altresì il particolare accanimento verso i colleghi di Intesa Sanpaolo Casa, costretti a due settimane di ferie in agosto che vanno da mercoledi a mercoledi, con tutti gli inconvenienti immaginabili per le prenotazioni e lo sfruttamento completo dei giorni di vacanza.

Altra fonte di preoccupazione deriva dal passaggio di un numero significativo di rapporti di aziende dalle filiali imprese alle filiali retail. Apprendiamo, sempre da comunicati sindacali, che è previsto un piano formativo e questo è apprezzabile.

Resta il fatto che buoni progetti restano spesso sulla carta e che, nel frattempo, i gestori imprese retail si ritrovano a dover affrontare prodotti e procedure (soprattutto per l’operatività estero ma non solo) che non conoscono.

Questa comunicazione è da intendersi, a tutti gli effetti, come manleva per eventuali errori in cui potrebbero incorrere  i lavoratori per carenze formative.

Segreteria Nazionale Cub Sallca

 

Contratto bancari: oltre il confine della realtà

L’anno scorso avevamo lanciato, a dicembre, l’allarme per il preoccupante silenzio calato sul contratto del credito, in scadenza al 31-12-2018.

In base alle norme contrattuali, sei mesi prima della scadenza andrebbe presentata la piattaforma.

L’Abi aveva magnanimamente rinviato al 31 dicembre l’eventuale disdetta del contratto. Aveva anche proposto la proroga di un anno del contratto, ma i sindacati firmatutto avevano rifiutato sdegnosamente e si erano impegnati ad elaborare nell’autunno passato la piattaforma.

A dicembre, oltre a lanciare l’allarme per la situazione, la Cub Sallca ha rotto gli indugi e proposto ai lavoratori una propria bozza di piattaforma.

Ora le ultime novità le potete leggere nel sintetico quanto surreale comunicato allegato, che merita di essere analizzato con attenzione.

I termini della disdetta vengono spostati a febbraio e nel frattempo ci sarà un fitto calendario di incontri con l’Abi per “ricercare le tematiche di maggiore rilevanza” che saranno da affrontare nell’ambito del rinnovo del Contratto Nazionale del Credito. Vorremmo capire: ora prima di un rinnovo contrattuale si concorda (o ci si fa dire?) dalla controparte di cosa si può parlare?

Il comunicato prosegue così: questo percorso dovrà avere termine entro il 28 febbraio, mentre gli incontri svolti fino alla stessa data siintendono ad ogni conseguente effetto avvenuti entro il 31 dicembre 2018. Oramai siamo alla realtà virtuale, a meno che questo balletto di date non serva ad evitare che scatti l’indennità di vacanza contrattuale (pochi soldi, ma sono nostri).

La soluzione concordata congela gli effetti della scadenza del Contratto Nazionale del credito e ci consente di definire in modo compiuto la Piattaforma Sindacale, strumento indiscutibile per l’avvio del negoziato, che potrà arricchirsi di quanto potrà emergere dal confronto che si articolerà entro il 28 febbraio.Bontà loro, la Piattaforma Sindacale (in Maiuscolo) è considerata strumento indiscutibile per l’avvio del negoziato. Ci pare incredibile che si debba affermare che serva la piattaforma (ma davvero? A meno che per indiscutibile si intenda che non potrà essere messa in discussione dai lavoratori) aggiungendo pureche la stessa piattaforma potrà arricchirsi grazie al confronto con la controparte (cioè verranno già assunte le richieste dell’Abi?).

Ottenuta l’approvazione dei banchieri, la Piattaforma sarà quindi presentata per l’approvazione alle Lavoratrici e ai Lavoratori, nel corso diapposite assemblee (meno male, pensavamo attraverso un sondaggio telefonico).

Siamo noi ad essere troppo polemici e malfidenti??

 

P.S. Notizia dell’ultima ora: i sindacati firmatari proporranno all’Abi la proroga del contratto fino al 31 maggio (data entro cui si impegnano a presentare la piattaforma votata nelle assemblee), con l’eccezione del comma 6 dell’art. 81 (tradotto in italiano: quello che decurtava pesantemente la base di calcolo del TFR).

 

Segreteria Nazionale CUB-SALLCA

 

Conclusa positivamente la vertenza in Unicredit: cui prodest? A chi giova veramente?

 

 

Il 21 dicembre scorso azienda e sindacati firmatutto hanno raggiunto l’accordo sulla vertenza in corso riguardante numerosi temi: le pressioni commerciali, la carenza di organici, la formazione e l’organizzazione del lavoro.

A far scendere l’azienda a più miti consigli sarà stata l’atmosfera buonista del Santo Natale, ormai alle porte o “le prese di posizione molto ferme da parte sindacale (testuale)?”

Ci chiediamo però chi tragga veramente giovamento da questo accordo: sono i Lavoratori a trarne i maggiori benefici?

Gli stessi Lavoratori ormai stremati, da anni, dalla partenza del piano lacrime e sangue Transform 2019, a nostro giudizio versione aziendale del moloch, l’antica divinità mediorientale che aveva il potere di esigere pesanti sacrifici. L’applicazione di Transform 2019 ha ridotto il personale delle agenzie all’osso, basta infatti un’assenza imprevista dell’ultimo minuto per mandare in crisi non solo l’agenzia, ma l’intera area commerciale.

Senza dimenticare le pressioni commerciali, che nei mesi hanno assunto una escalation preoccupante, esercitate con ogni mezzo disponibile, in un momento in cui i mercati andavano in una direzione opposta a quella sperata dalle “rotazioni” dei portafogli.

Lavoratori costretti a una formazione on line, secondo noi assolutamente inutile e non formante, anche e soprattutto su temi delicati come antiriciclaggio e Mifid. Corsi effettuati sottraendo tempo alla pausa pranzo, magari a casa, riducendoli a un mero obbligo e non a un momento di crescita professionale.

Lavoratori alle prese con le disfunzioni di Firmamia e con carichi di lavoro cresciuti a dismisura  per la spedizione dei documenti con codice a barre, che ha appesantito l’operatività e le incombenze delle agenzie.

Di questo accordo ne beneficia sicuramente, nel breve periodo, l’azienda che, dopo i successi dei pochi scioperi a livello locale (Genova, Trieste, ecc.) vede così sfumare quello a livello nazionale, con indubbi vantaggi anche e soprattutto nei confronti dei media e dell’opinione pubblica, posticipando di alcuni mesi le verifiche sull’effettiva attuazione degli accordi stessi. Di certo, come riportato nella mail degli auguri di Natale inviata dal top management a tutti i dipendenti, verrà chiesto ai Lavoratori di fare la differenza nell’ultimo terzo del piano triennale Transform.

Con quello che abbiamo visto finora, non sappiamo se si tratti di uno stimolo motivazionale o sia il preavviso di ulteriori tagli ai costi.

Nel breve termine hanno anche un po’ di respiro i sindacati firmatari, che, a quanto ci viene detto, sono stati duramente attaccati in alcune assemblee dai pochi fortunati che vi hanno potuto partecipare. I sindacalisti entrando nelle agenzie possono così sostituire l’elmetto con la copia del volantino dell’accordo.

Ad azienda e sindacati firmatari i Lavoratori chiedono:

  • quale sarà in termini effettivi l’apporto nelle Agenzie delle nuove assunzioni (110, peraltro a tempo determinato con durata di cinque mesi), se saranno prevalentemente destinate ad Unicredit Direct?
  • quale sarà il “completo” rispetto degli accordi sulle pressioni commerciali, considerando che il Protocollo del 2016 e l’Accordo Nazionale del 2017 sono stati evidentemente disattesi?
  • perché nell’accordo si parla di previsioni di consulenza a livello temporale, mentre ai Lavoratori vengono chieste previsioni sulle vendite?
  • come sarà possibile programmare la formazione, dal momento che in molte agenzie anche le assenze ordinarie come ferie e permessi sono di difficile gestione?
  • perché nell’accordo nulla si dice delle possibili ricadute sui Lavoratori dei tagli dei servizi alla clientela, come chiusura di Agenzie, o la riduzione parziale o totale dei servizi di cassa? Nel medio periodo ciò potrebbe trasformarsi in un boomerang, considerando l’età media della clientela e la scarsa digitalizzazione della stessa, soprattutto nelle piccole realtà locali.

Come Cub-Sallca non possiamo far altro che ricordare a tutti i Lavoratori di attenersi scrupolosamente alle normative vigenti.

L’azienda può legittimamente assegnare al lavoratore un budget, ma, nel contenuto della prestazione lavorativa, che il lavoratore è tenuto ad espletare con la dovuta diligenza e conformandosi alle direttive impartite dal datore di lavoro, così come precedentemente sottolineato, NON E’ RICOMPRESO L’OBBLIGO DI REALIZZARLO.

Ricordiamo anche ai Lavoratori l’esigenza del rispetto delle pause, in primis quella per il pranzo, troppo spesso fatta in Agenzia per espletare lavori di vario genere (corsi, caricamento Bancomat, ecc.).

Rispetto che l’azienda deve riconoscere per l’orario di lavoro in senso lato: ancora oggi ci risulta siano troppi i Lavoratori, soprattutto donne, che lavorano ben oltre l’orario del loro part-time, costrette a coniugare obiettivi sempre più sfidanti a situazioni di tagli di personale sempre più pesanti. Solo il senso di responsabilità e di abnegazione di queste Lavoratrici e di questi Lavoratori ha fatto sì che in molte agenzie la situazione non raggiungesse livelli insostenibili.

Rispetto che deve essere riconosciuto anche per il lavoro straordinario, con l’applicazione delle norme contrattuali: compensazione in banca ore o pagamento in busta paga, secondo i casi. È credibile, a vostro giudizio, che a fronte di tutto quanto esposto gli straordinari siano diminuiti?

Chiediamo inoltre ai Lavoratori di segnalarci immediatamente e senza indugio ogni situazione che violi l’accordo e, più in generale, il Contratto dei bancari ed ogni comportamento atto ad indurre il Lavoratore a non operare secondo deontologia ed etica professionale, pur di ottenere risultati in ambito commerciale.

C.U.B.-S.A.L.L.C.A. Gruppo UniCredit

Carige per noi

SULLA VICENDA CARIGE, RITENIAMO UTILE PUBBLICARE UN CONTRIBUTO ALLA DISCUSSIONE DI CLAUDIO BETTARELLO, DEL DIRETTIVO NAZIONALE DELLA CUB-SALLCA.

In questi giorni, attorno alla vicenda Carige si sta alzando un gran polverone.

Sembra quasi che il punto principale, certo quello che appassiona di più, sia la misura del grado di continuità tra i provvedimenti annunciati dal governo gialloverde e quelli messi in campo dai precedenti esecutivi di centrosinistra.

I commentatori economici mainstream ironizzano perché la furia iconoclasta dei grillini nei confronti dei banchieri si sarebbe rivelata l’ennesima eresia a scadenza elettorale; il PD, attraverso il ghigno di Renzi, chiede addirittura le scuse ufficiali; il governo (ed i 5stelle in particolare) provano a fare spallucce sparando la solita bordata di frasi ad effetto. Del resto, quando si costruiscono spettacolari fortune politiche in un certo modo è davvero difficile non pensare che, appena possibile, gli avversari ti rendano pan per focaccia.

Ma anche “a sinistra” siamo messi piuttosto male se si osservano i commenti e gli slogan che sui social ricevono i maggiori consensi. Naturalmente è del tutto comprensibile la voglia di mettere alla berlina un governo complessivamente indecoroso e democraticamente pericoloso ma per questo forse sarebbe sufficiente la fulminante ironia del post “Comunque vi avevamo chiesto di salvare una barca. Una baRca, con la R.

La mia opinione è che oggi (ripeto oggi) sia del tutto prematuro esprimere un giudizio ponderato sulla politica bancaria del nuovo Governo (ricordiamoci che siamo di fronte a pallisti seriali di nuova generazione) e ancor di più valutare se le modalità di intervento in Carige segnino una continuità non solo formale ma sostanziale con le politiche a guida PD. Nel merito siamo ancora in una fase interlocutoria e, comunque, tra le due esperienze esistono vistose asimmetrie che rendono difficile istruire un paragone.

Il centrosinistra, come noto, porta sulle proprie spalle la maggior parte della responsabilità politica e storica per quello che è oggi il sistema bancario italiano.

Sin dagli inizi degli anni novanta è stato l’alfiere dei processi di integrale ed affrettata privatizzazione del settore, il sostenitore convinto di tutte le direttive europee in materia (che certo non hanno avuto un impatto neutro sui diversi sistemi nazionali), il difensore interessato delle autorità di controllo spesso distratte e talvolta colluse. Tra i banchieri ha sempre annoverato moltissimi amici e se ne è sempre ricordato.

Per limitarci ad analizzare un pochino più approfonditamente la fase nella quale tuttora ci troviamo (quella apertasi nel 2015 quando l’onda lunga della crisi globale del 2008-09 e le conseguenze delle politiche austeritarie europee iniziano a colpire pesantemente il sistema bancario italiano) i governi Renzi-Gentiloni si sono trovati ad affrontare un’impressionante serie di crisi aziendali oltre tutto all’interno di un contesto sistemico di elevata fragilità.

Lo hanno fatto accumulando molti errori di valutazione e gravi ritardi e cercando di utilizzare, alternativamente o in collegamento, tutti gli strumenti a loro disposizione in un quadro di regole europee che non si voleva (poteva) mettere in discussione.

A fine 2015 si comincia con la “risoluzione” di Banca Etruria, Banca Marche, Carichieti e Cariferrara attraverso una complessa operazione che prevedeva anche il recepimento accelerato ed improvviso, nel nostro paese, della normativa sul bail-in. La scelta si rivela disastrosa soprattutto per il crollo di fiducia che determina nei confronti dell’intero sistema creditizio e che colpisce prioritariamente, aggravandone la situazione, le banche già più deboli.

Nei mesi successivi, sempre cercando soluzioni più o meno “di mercato”, si creano originali strumenti di sistema (basati su capitali privati) ma si impiegano anche fiumi di risorse pubbliche per provare a stabilizzare (invano) la situazione di Popolare Vicenza, Veneto Banca e, soprattutto, Monte dei Paschi.

Alla fine per le due banche venete arriva il “cavaliere bianco” (Intesa Sanpaolo) che, in cambio di garanzie e lauti finanziamenti, ne rileva solo le parti sane. Un’operazione da manuale in materia di socializzazione delle perdite e privatizzazione dei profitti.

E apro una breve parentesi per sottolineare come in tutti questi casi (più in altri minori) nessuna delle banche “in crisi” sia stata effettivamente “salvata”: in poco tempo di loro non è restata traccia alcuna. Si dovrebbe parlare semmai di “liquidazione ordinata”. E anche per quanto concerne i posti di lavoro (ma non c’è tempo per parlarne in questa sede) è tutta da fare una valutazione obbiettiva sulla percentuale di quelli effettivamente salvaguardati.

Tornando alla cronaca, l’ultima partita (quella più rilevante e anche più dolorosa visto che si gioca più che mai “in casa” del centrosinistra) si chiude, dopo molti ritardi, con l’intervento pubblico diretto e la conseguente nazionalizzazione (e salvataggio) del Monte dei Paschi; una conclusione però che arriva più “per contrarietà” che per convinzione e senza alcuna volontà politica di sperimentare una gestione “diversa”.

Come ho già detto in passato “Finché il ruolo del Pubblico rimane emergenziale e sussidiario poco cambia, a ben vedere, nel cedere subito ad Intesa il cuore sano delle due banche venete o farlo tra dieci anni per quello di MPS a vantaggio di qualche fondo d’investimento internazionale o di qualche banca cinese (tanto per dire).”

A differenza di questa lunga (e chiarissima) storia, il governo gialloverde si trova invece a dover affrontare la sua prima crisi bancaria ed a doverlo fare in un contesto che presenta anche una significativa novità.

Carige è infatti la prima banca italiana a manifestare gravi difficoltà gestionali dopo essere passata sotto la sorveglianza diretta della BCE in base ai meccanismi previsti dall’Unione Bancaria. Non appena ne ha avuto l’occasione, la vigilanza europea si è mossa con tempestività commissariandola ma, nel contempo, confermando sul ponte di comando i due principali manager da tempo alla ricerca di “soluzioni di mercato”. Una chiara “indicazione” al governo italiano di quale fosse la direzione da intraprendere e l’urgenza del farlo.

Da questo punto di vista, al di là delle facili ironie, il fatto che ci siano voluti solo pochi minuti per approvare il decreto “salvacarige” non mi sembra certo un fatto negativo visto che mai come in questi casi il tempo è davvero denaro.

Le caratteristiche del provvedimento sono ormai note ed è inutile tornarci sopra nel dettaglio. Emerge abbastanza chiaramente la volontà di preannunciare la possibile messa in campo di una pluralità di strumenti e di significative risorse finanziarie con la finalità di stabilizzare la situazione della banca nel breve periodo frenando, per quanto possibile, la fuga dei depositi.

Se a ciò si aggiunge la disponibilità di SGA a rilevare un significativo pacchetto di crediti deteriorati e l’impegno del governo a supportare i commissari nella ricerca di una (difficile) soluzione interna o in quella di un possibile acquirente mi sembra che l’armamentario sia completo.

Sono gli stessi strumenti utilizzati di volta in volta o nel loro insieme dagli ultimi governi di centrosinistra? Certo, del resto non è mica facile inventarsene di altri. Il decreto è una scopiazzatura di quello Gentiloni su MPS? Probabile, ma non mi sembra una questione centrale al di là delle polemiche su coerenza e dintorni.

Quello che si può dire è che, al momento, siamo di fronte all’apertura di un ventaglio di possibili soluzioni molto ampio, all’interno del quale ci sono certo quelle più apprezzate dai Mercati e più favorevoli ai banchieri che dovessero farsi avanti ma anche quelle che nel nostro campo riteniamo essere più positive per l’interesse pubblico quali la nazionalizzazione.
Occorre quindi attendere.

Nel nostro metro di giudizio una cosa dev’essere chiara e mi pare che sia stata ben sintetizzata nel pur stringato comunicato di Rifondazione Comunista dove si afferma che: “Se si metteranno soldi pubblici, lo stato deve entrare nel capitale azionario, e avere un peso diretto nella gestione della banca, tutelando in primis il risparmio e l’occupazione degli oltre 4000 lavoratrici e lavoratori”. Come abbiamo già detto più volte non è una cosa di per se sufficiente a garantire una svolta ma è quanto meno un passaggio necessario.

Questo, naturalmente, se si è tutti d’accordo che la banca vada “salvata” e non si pensi invece che l’elemento di continuità deteriore con il centrosinistra (o con il centrodestra) consista nel solo tentativo di farlo. E’ un dubbio che in questi giorni mi ha assalito spesso e penso che sul punto sia davvero necessario fare chiarezza.

In primo luogo, i comunisti sono sempre stati (ovviamente e giustamente) a fianco di chi lotta per la difesa dei propri posti di lavoro (e di una capacità produttiva) che si tratti di una fabbrica metalmeccanica di 300 operai e impiegati o di una società di servizi di 50 precari.

In questi casi si finisce sempre per sollecitare l’intervento degli enti locali o dello stato. Quando le cose vanno particolarmente male ci si accontenterebbe anche dell’acquisizione da parte di un concorrente più solido o dell’arrivo di un qualche serio padrone straniero, cinese o americano che fosse.

Da questo punto di vista sarebbe davvero incomprensibile che non si ritenga positivo, senza remora alcuna, il tentativo di salvare una banca che occupa più di 4mila persone (oltre all’indotto che anche in questi casi non è trascurabile).

Ma c’è ovviamente di più. Dovrebbe essere risaputo che una banca non è una fabbrica di caramelle (concetto che si ritrova anche nel vecchio motto secondo cui il banchiere è un mestiere troppo delicato per lasciarlo in mano ai privati).

Soprattutto quando ragioniamo di aziende con forte concentrazione regionale (come è il caso di Carige) si creano con il territorio reticoli di relazioni tali che un fallimento non può che avere gravissime ripercussioni sull’economia locale (nel caso poi già duramente provata).

E, naturalmente, ci sono pure i depositanti che certamente sono parzialmente tutelati, sino a 100mila euro a testa, dal Fondo di Garanzia (strumento peraltro gestito dai perfidi banchieri e mai sperimentato su così larga scala) ma ai quali, comunque, non mi sento di augurare di trovarsi di fronte ad uno sportello sbarrato quando volessero prelevare 100€ dal proprio conto.

Chiarito questo punto, io penso che in una vicenda del genere il compito di una forza comunista ed anticapitalista (e dei suoi militanti più preparati) dovrebbe essere quello di provare a spostare l’attenzione popolare dai siparietti politici e dai tecnicismi vari verso due questioni centrali che, se comprese, possono consentirci di fare dei passi avanti nella ricostruzione di una critica e di un’opposizione di massa al sistema attuale.

La prima concerne l’accertamento delle cause e delle responsabilità della crisi di un’azienda come Carige; la seconda verte sul che cosa dovrebbe/potrebbe fare una banca “nazionalizzata”. Naturalmente su entrambi i temi mi limito solo ad alcuni accenni.

Dal primo punto di vista la vicenda Carige (500 anni di storia e prima cassa di risparmio ad essere quotata in borsa nel 1995) è davvero emblematica, un po’ come quella del Monte Paschi. Ripercorrendola si trova di tutto. Gli equilibri imposti dal processo di privatizzazione all’italiana con il pubblico che deve lasciare spazio ai nuovi manager privati; la voracità e infine le malefatte dei piccoli capitalisti nostrani; gli intrallazzi con la politica (qui in primis di centrodestra); i prestiti agli amici degli amici; la folle corsa all’acquisizione di sportelli dei primi anni duemila alimentata dal mondo del business finanziario; il ruolo compromissorio e decadente della Fondazione (che nel 2013 possedeva ancora oltre il 46% del capitale) ma che non può reggere i successivi ripetuti aumenti di capitale (anche imposti dalle regole europee); la debolezza dei soliti manager riciclati alla bisogna e tanto altro ancora.

Sul dominus Berneschi, che ha guidato la banca per vent’anni, è sufficiente riportare (come fa Marco Bersani nel suo recente articolo “Quando la banca chiama non c’è Governo che non accorra”) un passaggio delle motivazioni della sentenza con cui il Tribunale di Genova lo ha condannato assieme al suo braccio destro Menconi, rispettivamente a 8 e 7 anni di reclusione. Vi si legge infatti: “ … Il maggiore gruppo bancario ligure è stato condotto al progressivo depauperamento attraverso un minuzioso e costante disegno truffaldino, architettato da un comitato d’affari occulto, che come obiettivo aveva unicamente l’arricchimento personale. Un vero e proprio gruppo criminale che sfruttava le proprie posizioni apicali, aveva appoggi internazionali e si appoggiava sistematicamente su paradisi fiscali e banche offshore”.

Da vecchio perfido sindacalista mi limito solo ad aggiungere che Berneschi era talmente stimato non solo dalla politica e dalla curia ma dagli stessi suoi colleghi da fare pure una bella carriera in ABI. Era infatti uno dei vice del presidente Mussari (suo degno compare, distruttore di Monte Paschi) quando nel 2012 i banchieri imposero ai bancari (mal difesi) uno dei peggiori rinnovi contrattuali nella storia della categoria, chiedendo loro ulteriori pesanti sacrifici nell’interesse supremo (e comune) del rilancio del settore e del paese. Amen.

Ancora più importante, secondo me, è aprire una discussione sulla seconda questione, il che fare oggi di una banca commerciale sotto controllo statale. Fallimenti e ruberie delle gestioni private hanno infatti riaperto uno spazio nel contesto neoliberista e la possibilità di un ragionamento sul ruolo della finanza pubblica a partire dal quale occorrerebbe saper incalzare (e contestare) il governo gialloverde.

Marco Bersani nell’articolo già citato (e che pure non condivido integralmente) conclude correttamente così: “Ma oltre a tutto quanto detto sopra, resta una considerazione di fondo: quando si inizierà ad accompagnare ai salvataggi con soldi pubblici delle banche private, una strategia politica che rimetta il sistema bancario e finanziario dentro l’interesse generale e il controllo democratico e popolare?”

Interloquisce indirettamente un passaggio di un comunicato sulla vicenda Carige della Cub-Sallca, il sindacato di base dei bancari: “Una banca pubblica dovrebbe caratterizzarsi per un diverso modello di banca, che sia davvero utile alla collettività, che conceda credito a chi lo merita, che tuteli i risparmi dei clienti e non li saccheggi, dove il ruolo del bancario abbia un contenuto professionale qualificato, di reale consulenza al servizio dell’utenza e non sia quello di piazzista”.

Come ho già avuto modo di affermare in relazione alla vicenda MPS, ritengo che alcune coordinate d’azione possono essere individuate nella definizione di un “patto strategico” (tra azienda, lavoratori, sindacati e clienti) finalizzato alla cessazione delle pressioni commerciali e della vendita di prodotti inadeguati; nella conseguente ridefinizione della gamma di offerta (in primo luogo per quanto concerne i prodotti di risparmio e di tutela); nell’utilizzo preferenziale della banca pubblica per la canalizzazione dell’attività di Cassa Depositi e Prestiti e del flusso di finanziamenti agevolati di matrice nazionale o europea.

Tornando a Carige, spero sia stata definitivamente accantonata l’idea un po’ balzana che fosse MPS ad acquisirla. Ciò non toglie che, nel caso di nazionalizzazione, una regia pubblica (degna di questo nome) potrebbe facilmente individuare, nell’immediato futuro, interventi di razionalizzazione delle reti (sono due banche a radicamento territoriale contiguo) e messa a fattor comune di servizi che potrebbero aiutare entrambi i gruppi a risollevarsi.
Fermo restando che, a quel punto, gli utili resterebbero pubblici.

Torino, 10 gennaio 2019

Claudio Bettarello

Vicenda Carige. Il comunicato della Cub-Sallca

 

DA SEGRETERIA NAZIONALE CUB SALLCA

A iscritti/e, lavoratrici e lavoratori

 

Il decreto con cui il governo ha deciso di offrire la garanzia pubblica sulle obbligazioni emesse da Carige è una scelta utile e necessaria, peraltro in linea con gli ultimi salvataggi bancari.

L’esigenza principale in questo momento è garantire la continuità aziendale, per tutelare i diritti dei lavoratori e i loro posti di lavoro, insieme agli interessi dei risparmiatori e di una realtà sociale già provata da altre tragedie

Attendiamo, quindi, i prossimi passaggi. Riteniamo che l’intervento pubblico non possa essere solo finalizzato a mettere a carico della collettività i danni prodotti dai banchieri. Se intervento pubblico deve essere, lo sia fino in fondo, con la nazionalizzazione della banca e la possibilità per lo Stato di incassare anche gli utili futuri della banca risanata.

E’ una linea che abbiamo già caldeggiato nel caso di Monte Paschi. Come già abbiamo scritto più volte, l’intervento dello Stato deve anche essere qualitativo.

Una banca pubblica dovrebbe caratterizzarsi per un diverso modello di banca, che sia davvero utile alla collettività, che conceda credito a chi lo merita, che tuteli i risparmi dei clienti e non li saccheggi, dove il ruolo del bancario abbia un contenuto professionale qualificato, di reale consulenza al servizio dell’utenza e non sia quello di piazzista.

Come sindacato di base auspichiamo che si possa arrivare ad un radicale cambio di rotta: i disastri degli ultimi anni sono in buona misura i frutti della furia privatizzatrice partita nel 1990 e delle politiche austeritarie imposte dalle regole europee.

SPERIMENTAZIONE FILIALI SENZA CASSE: OPERAZIONE RIUSCITA, IL PAZIENTE E’ IN COMA

Da circa un mese Intesa Sanpaolo sperimenta la chiusura delle casse in filiali medio-grandi con caratteristiche diverse.

L’innovazione vorrebbe puntare all’eliminazione definitiva della figura del cassiere tradizionale, già falcidiata dalla massiccia ondata di esodi e dal draconiano ridimensionamento del servizio. L’obiettivo sarebbe quello di costringere l’utenza all’utilizzo dei canali remoti e imporre di forza la digitalizzazione della clientela.

Ma non tutto funziona come vorrebbe chi ha lanciato l’esperimento: esiste il rischio concreto di ottenere conseguenze indesiderate e paradossali (LEGGETE IL VOLANTINO ALLEGATO) dal perdere un pezzo di clientela, al rovesciare su chi dovrebbe fare solo attività “commerciale” il  compito di dare assistenza operativa fine a se stessa, con effetti limitati e temporanei. Se poi anche la tecnologia non aiuta, con bancomat e CSA spesso fermi, la situazione si complica.

Anche per i lavoratori l’esperimento non è una passeggiata: la “riconversione professionale” implica fatica e stress, spesso anche un aumento del rischio. Servirebbe  aprire un tavolo di trattativa per garantire a tutti diritti e tutele nella nuova organizzazione del lavoro di sportello, ma questa vicenda è  l’ennesima prova di come i sindacati “firmatutto” abbiano completamente perso il controllo su questo tema e la possibilità di contrattarne le ricadute.

Questo è il frutto di anni di “moderne” relazioni industriali, in cui la ricerca del riconoscimento da parte delle aziende ha sostituito il rapporto con i lavoratori. E’ singolare che, a fronte del proliferare di commissioni paritetiche inutili (se non per chi beneficia dei permessi per parteciparvi), sia scomparsa la Commissione Organizzazione del Lavoro, attiva fino a non molti anni fa: ma ovviamente la sua utilità dipenderebbe da una presenza sindacale non subalterna ai voleri aziendali.

 

Dalla Direzione Regionale Piemonte una notizia che segnala un (parziale) barlume di buon senso: gli orari di molte filiali flexi vengono ridimensionati.

 

Cogliamo l’occasione per ricordare che dal 1/1/2019 partirà l’iniziativa “arrotonda solidale”, prevista dall’accordo “inclusione”, che fa parte degli accordi di 2^ livello firmati dai sindacati trattanti il 3 agosto scorso (mai sottoposti al voto dei lavoratori).

Il progetto è gestito dal Comitato Welfare e tende a favorire l’occupazione delle persone con disabilità.

Per finanziare l’iniziativa è previsto “il riversamento dell’arrotondamento all’euro inferiore dello stipendio mensile netto (con un massimo di 99 centesimi) di tutti i dipendenti del Gruppo che non manifesteranno espressamente la volontà di non aderire all’iniziativa. Le Aziende del Gruppo contribuiranno a versare mensilmente l’importo pari al completamento ad 1 euro dei singoli arrotondamenti donati dai propri dipendenti”.

Quindi, come già accaduto per Prosolidar, per aderire non è necessario fare nulla, mentre chi volesse recedere deve seguire questo percorso:

  • accedere alla piattaforma People
  • selezionare in alto a sinistra l’icona con foglio/matita
  • vai a “le mie richieste”
  • selezionare “arrotonda solidale”
  • selezionare “revoca” e fare conferma.

 

CUB_SALLCA Intesa Sanpaolo

 

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