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BANCA POPOLARE DI BARI: UN PIANO DI SOPRAVVIVENZA DOPO IL DISASTRO.

Si è finalmente voltato pagina nel percorso di salvataggio della Banca Popolare di Bari.

Ancora una volta dopo il fallimento “privato” di una Banca Popolare, gestita da 60 anni dalla stessa famiglia, successione dinastica compresa, con perdite pari a 1,144 miliardi di euro, deve intervenire il sistema bancario, nel suo complesso, ed il settore pubblico, in via prevalente, per evitare il baratro.

La messa in sicurezza dipendeva dall’adesione dei 70.000 soci, che dovranno rassegnarsi a recuperare le briciole.

I lavoratori pagano errori e reati altrui, con un accordo sindacale che produce 650 esuberi e 91 filiali da chiudere.

Oltre ai tradizionali strumenti utilizzati in tali casi (esodi ed incentivi al prepensionamento), qui ci sono rilevanti novità, ovviamente peggiorative, data la situazione.

Si incentivano i lavoratori a licenziarsi di propria iniziativa, si riduce l’orario di lavoro (ma anche le paghe…), si trasformano rapporti di lavoro a tempo pieno in rapporti a tempo parziale, si avviano trasferimenti passivi pesanti, più tutta una serie di misure che realizzeranno, nel complesso, risparmi per 67 milioni di euro.

Mentre la magistratura prosegue il suo corso, resta da spiegare come l’assenza di una seria vigilanza istituzionale e la latitanza di uno stringente controllo sindacale, abbiano potuto produrre un simile disastro, dove i lavoratori devono accettare condizioni capestro, sotto il ricatto occupazionale.

Buona lettura.

 

Banca Popolare di Bari.

Un piano di sopravvivenza dopo il disastro.

I soci della Banca Popolare di Bari hanno approvato nell’assemblea del 30 giugno, la trasformazione della banca in Spa e la consegna del controllo societario a Medio Credito Centrale e Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi, i due soggetti che ricapitalizzando la banca per un totale di 1,6 miliardi di euro, la possono salvare dal fallimento e metterla in sicurezza.

Per i soci che avevano partecipato agli aumenti di capitale 2014-2015 la perdita quasi totale del capitale investito sarà compensata, in misura molto parziale, dall’indennizzo transattivo di 2,38 euro ad azione (valevano 9,50 euro nei tempi andati…) e dalla attribuzione di un warrant, a valere su una ipotetica e futura ripresa dei corsi delle azioni. Perché la delibera di salvataggio fosse valida, doveva votare a favore il 50% dei soci, rappresentanti almeno il 60% del capitale sociale. Come già per Carige nello scorso settembre, ci sono stati dubbi ed incognite fino al voto finale, ultima spiaggia per prevenire un fallimento totale: il sì ha vinto con il 97% dei votanti.

Propedeutico all’esito positivo della vicenda, doveva esserci l’accordo con i sindacati, per tagliare i costi e realizzare i necessari risparmi, su costo del lavoro ed altri costi operativi: condizione essenziale posta dai Commissari, dall’esecutivo e dai vertici di Bankitalia per finanziare il salvataggio. E l’accordo è arrivato nei tempi e nei termini previsti, come avremo modo di vedere.

Ma prima di arrivarci, converrà fare un po’ di storia, per ricostruire il percorso che ha portato all’ennesimo clamoroso fallimento  in campo bancario, con un costo per il bilancio dello stato che è salito ormai, a conti fatti dopo tutti i salvataggi realizzati,  ben oltre i 10 miliardi di euro. Risorse che avrebbero potuto essere impiegate diversamente; senza contare le decine di miliardi perdute dai risparmiatori, il più delle volte del tutto incolpevoli.

Fondata nel 1960, cresciuta in modo esponenziale a partire da inizio anni ’90, controllata da sempre dalla famiglia Jacobini, gestita per periodi alterni anche da Vincenzo De Bustis (ex. d.g. del MPS e presenza costante nei crack bancari più noti), la Banca Popolare di Bari ha commesso alcuni errori che sono poi risultati fatali. Tra essi gli acquisti a caro prezzo di 43 sportelli ISP nel 2007 e le 43 filiali  di C.R. Orvieto nel  2008, seguiti dalla rovinosa acquisizione della Tercas (che controllava Caripe) nel 2014, dietro autorizzazione di Banca d’Italia e con il sostegno del Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi, che intervenne con 330 miliardi di euro, fondi in seguito censurati dalla Commissione Europea come aiuti di stato in violazione della normativa Antitrust: l’inizio della fine.

Un’indagine partita nel 2017 in seguito ad una denuncia di un dipendente (ora si direbbe un whistleblower) porta allo scoperto le false informazioni sociali fornite nei prospetti per gli aumenti di capitale del 2014 e del 2015. I vertici vengono sanzionati pesantemente e si comincia a fare luce sui veri conti della banca. Il bilancio 2018 chiude con 420 milioni di perdite e la crisi è ormai conclamata.

In questo susseguirsi di azioni concitate, per dissimulare il reale stato di salute della banca, non si può tacere del ruolo a dir poco imbarazzante dei sindacati trattanti. Almeno due episodi meritano di essere citati.

Nelle 400 pagine dell’ordinanza del GIP del Tribunale di Bari per il rinvio a giudizio dei vertici della banca per falso in bilancio si legge, precisamente a pag. 371 e seguenti, l’intercettazione tra due dirigenti aziendali a proposito dell’accordo del 2017 per i 514 esuberi della C.R. Orvieto e si legge testualmente, a proposito di un’opera di persuasione della BPB nei confronti dei sindacati: “”in guerra come in guerrasi è comprato i sindacati... non si possono comprare pure l’anima e l’affetto (sembra dire) di tutti quanti mo’ vedremo…”.  Poi tra i 9 esponenti aziendali rinviati a giudizio non ci sono sindacalisti, quindi non risulta emerso nulla di penalmente rilevante, ma certo il contenuto del discorso finito nell’inchiesta apre forti dubbi sull’indipendenza dei rappresentanti dei lavoratori.

L’altro episodio è meno generico ed esplicitamente targato Fabi, come riporta la cronaca locale:  ”A questo proposito c’è il caso di Carmine Iandolo, iscritto alla Fabi dal 2016 (prima era in Fisac, n.d.r), fino a pochi mesi fa responsabile dell’Organo di coordinamento del gruppo Bpb e Cari Orvieto. In un congresso sindacale del 2017 Iandolo dichiarò che la Popolare “è gestita magistralmente dal nostro grande presidente Marco Jacobini con la collaborazione dei suoi figli“. L’affermazione pare abbia lasciato basito lo stesso Segretario Generale Lando Maria Sileoni,  che era presente, e che a frittata ormai fatta ha dovuto ammettere che ” La banca non aveva gli anticorpi. Anche i sindacati di Bari hanno la responsabilità di non aver saputo quello che stava accadendo”. Peraltro non la sola Fabi aveva un atteggiamento condiscendente verso il vertice della BPB, se è vero quanto afferma lo stesso Sileoni: “Aggiungo però una cosa che mi è stata riferita da alcuni colleghi: fino ad alcuni anni fa quando le persone venivano assunte in banca, insieme alla lettera di assunzione gli veniva presentata la tessera di due organizzazioni sindacali. Fra queste non c’era la tessera della Fabi”.

In ogni caso il degrado dei conti della Banca porta al Commissariamento da parte della Banca d’Italia in data 13.12.2019 e poi all’arresto di Marco e Gianluca Jacobini nel gennaio 2020, dopo un ultimo tentativo di distrazione di fondi per milioni di euro, dai conti della banca a favore di conti personali. Il 16 luglio 2020, presso il Tribunale di Bari, partirà il processo penale nei loro confronti, rispettivamente ex presidente ed ex condirettore della Banca Popolare di Bari, accusati di 14 capi d’imputazione tra cui i reati di falso in bilancio, falso in prospetto e false comunicazioni.

Per quanto riguarda i lavoratori, come dicevamo, si è aperta la procedura di confronto che ha portato all’accordo sindacale lo scorso 10 giugno. La gravità della crisi ha prodotto un accordo che chiude 91 filiali (su circa 350) e riduce i costi di circa 67 milioni di euro, portando l’individuazione degli esuberi dai 900 inizialmente richiesti dalla banca ai 650 definiti dall’accordo. Ampia, innovativa e in alcuni casi anche peggiorativa è la gamma degli strumenti utilizzati o utilizzabili. Visto che nel settore tutto rappresenta un “precedente”, sarà bene analizzare nel dettaglio le novità, che potranno essere copiate, in futuro, in situazioni analoghe.

I lavoratori che possono andare in pensione entro il 2021 con “quota 100” avranno un incentivo che va da due ad otto mensilità nette, in relazione ai mesi di anticipo rispetto alla finestra ordinaria.

Le colleghe che accetteranno di andare in pensione con “opzione donna” avranno un incentivo pari a nove mensilità nette.

Avranno la possibilità di andare in esodo con il Fondo di Solidarietà tutti i lavoratori e le lavoratrici che matureranno il diritto alla pensione entro il 31.12.2029. Possono presentare richiesta anche i lavoratori che intendono avvalersi del riscatto degli anni di laurea e che maturerebbero i requisiti nel 2030 e 2031 (il costo del riscatto sarebbe a carico del Fondo).

Le tempistiche di uscita avverranno, con modalità diverse, tra il 30.09.2020 ed il 31.12.2024. I lavoratori che maturano il trattamento di pensione entro il 31.12.2027 cesseranno dal servizio gradualmente, in modo da permanere nel Fondo per 36 mesi. I lavoratori che matureranno il trattamento tra il 31.12.2027 ed il 31.12.2029 usciranno non più tardi del 31.12.2024 (in questi casi si potrà restare nel Fondo per periodi maggiori, fino a 60 mesi).

Qui c’è la prima importante novità: chi sta nel Fondo per più di 36 mesi vedrà dal 1.1.2022 trasformarsi il proprio rapporto di lavoro da tempo pieno a tempo parziale, con orario non superiore al 70%. Rientrerà a tempo pieno solo nel mese precedente l’accesso al Fondo.

Inoltre, ed è una seconda novità,  i lavoratori che aderiscono alle tre opzioni (quota 100, opzione donna, esodo), assegnati a filiali in chiusura e passibili di trasferimento oltre i 70 km, potranno richiedere di essere collocati in aspettativa parzialmente retribuita al 60% per il periodo che va dalla chiusura della filiale alla data di cessazione del rapporto di lavoro.

Sia per gli uni che per gli altri (cioè chi passa al part-time con il 70% e chi va in aspettativa pagata  al 60% della retribuzione) l’azienda verserà a previdenza complementare aggiuntiva il 10% della differenza netta, cioè della perdita retributiva subita.

Una terza importante novità rappresenta la previsione, per chi NON ha i requisiti per accedere né  al Fondo di Solidarietà né al trattamento pensionistico, di risolvere il proprio rapporto di lavoro (cioè di licenziarsi) per accedere alla parte emergenziale del Fondo. In questo caso, come sappiamo, il Fondo prevede un’integrazione al trattamento ASPI differenziato (fino all’80% – 70% – 60% dell’ultima retribuzione, in base alla fascia di reddito). Questo trattamento ha una durata di 24 mesi totali. E’ previsto poi un periodo di 12 mesi in cui l’azienda fornisce un servizio di “outplacement” (sostegno alla ricerca di un nuovo lavoro, anche attraverso corsi di riqualificazione), secondo quanto previsto dal Regolamento del Fondo.

Ai lavoratori che accettano questa soluzione viene offerto un incentivo pari a 12 mensilità nette.

Sono previste poi ulteriori misure tese a ridurre i costi.

La principale rappresenta un vero “contratto di solidarietà”, inteso come meno orario e meno salario. Fino al 31.12.2024 l’orario di lavoro viene ridotto per tutti a 35 ore settimanali con corrispondente riproporzionamento della retribuzione rispetto all’orario settimanale di lavoro di 37,5 ore. La riduzione può essere distribuita su base settimanale (7 ore al giorno di lavoro), oppure cumulata in giornate intere mantenendo in questo caso immutato l’orario giornaliero di 7,5 ore  (e cumulando 2,5 ore di riduzione per ogni settimana di effettivo servizio).

E’ previsto fino al 2024 un contributo di solidarietà per tutti coloro che hanno percepito nell’anno precedente una RAL superiore alla retribuzione tabellare prevista dai CCNL per il relativo inquadramento. La percentuale del contributo varia dal 5% al 20% in proporzione all’entità della quota eccedente.

Sempre nell’arco di validità del piano, cioè fino al 31/12/2024:

  • È sospesa l’erogazione del premio di rendimento eccedente lo standard di settore;
  • Il contributo aziendale a previdenza complementare non può superare il 2%;
  • Il Tfr per i dirigenti è calcolato su una base imponibile circoscritta allo stipendio ed eventuale ad personam.
  • Non verrà consentito lavoro straordinario e quello eccezionalmente autorizzato confluirà in banca delle ore.

In conclusione possiamo dire di essere in presenza di un accordo figlio dei tempi e della situazione estremamente deteriorata della banca.

L’azienda cercherà entro la fine del 2020 di vendere le 94 filiali indicate come possibile oggetto di chiusura, ma qualora non riuscisse a trovare compratori interessati, procederà alla chiusura di 91 sportelli, con potenziali e pesanti ricadute in termini di mobilità del personale. Il trattamento di mobilità giornaliera è limitato ad una distanza superiore ai 30 km e ad una durata di 36 mesi.

Resta come interrogativo come si sia potuto arrivare fino a questo punto senza che nessuno sia intervenuto per prevenire la catastrofe o porre rimedio ad uno stato d’avanzata decomposizione quando i dati hanno iniziato ad essere noti.

A perdere sono le finanze pubbliche (perché nessun privato si è azzardato a rischiare un euro per salvare il salvabile), l’economia del meridione in generale (dove la presenza di soggetti creditizi si fa sempre più labile) ed i lavoratori (che devono contribuire pesantemente in termini di posti di lavoro e di taglio allo stipendio).

Come sempre si interviene quando i buoi sono scappati, fino al prossimo giro di giostra…

 

C.U.B.-S.A.L.L.C.A. Credito e Assicurazioni

ANCHE NELLA RETE INTESA SANPAOLO LA MISURA E’ COLMA

La ripresa a pieno regime delle attività commerciali nelle banche italiane sta riproponendo il consueto tema delle pressioni alla vendita.

Incuranti della situazione del paese, dello stato d’animo dei risparmiatori, delle priorità della clientela, i modelli di offerta ripetono schemi obsoleti e ripetitivi.

Incapaci di autocritica sulla mediocrità dei prodotti collocati prima della crisi generale innescata dal coronavirus, con esiti insoddisfacenti (gestioni patrimoniali e polizze finanziarie) o imbarazzanti (certificati e fondi a finestra), le banche puntano a fronteggiare la prevedibile crescita delle sofferenze con un aumento dei ricavi su gestito e polizze di tutela.

In Intesa Sanpaolo, in particolare, l’ossessione per la tutela è pervasiva e assolutamente indifferente alla reale percezione del bisogno da parte della clientela, che subisce questa tipologia di proposta in modo del tutto passivo e respingente.

Ma il piano industriale richiede risultati e pretende allineamenti nei comportamenti individuali: alla linea gerarchica il compito di farli eseguire.

Non andrà tutto bene, se continuiamo di questo passo! Proviamo a reagire, a rispedire al mittente pressioni inaccettabili o ad ignorarle semplicemente. Anche perché, oltre alla nostra coscienza, anche l’Antitrust continua a vigilare!

 

leggi il nostro volantino:       

ANCHE NELLA RETE INTESA SANPAOLO LA MISURA E’ COLMA

Dopo la fase di lockdown in seguito all’emergenza Covid-19, lentamente si sta tornando alla normalità anche nelle filiali Intesa Sanpaolo, pur con le dovute misure di sicurezza. Dopo circa 3 mesi in cui tutti i colleghi, in varia misura, hanno dovuto affrontare situazioni di stress, dall’ansia per i rischi sanitari alle difficoltà legate alla gestione della famiglia a causa delle scuole chiuse, adesso si cerca di capire come riorganizzare il proprio lavoro, in ufficio o a casa, anche alla luce delle ormai prossime vacanze estive, che saranno senz’altro diverse da come s’immaginavano all’inizio dell’anno.

In questo scenario, ci si aspetterebbe da parte dell’Azienda un atteggiamento di comprensione e un maggior supporto, visto che chi ha continuato, seppure a giorni alterni, ad andare a lavorare in filiale, ha comunque messo a repentaglio la sua salute e quella dei propri cari. Invece, dall’alto stanno arrivando, ormai da alcune settimane, segnali d’insofferenza per i risultati che non arrivano dal punto di vista commerciale.

Riunioni via chat, telefonate-fiume tra i capi area e i direttori di filiale, insomma si cerca di rimettere in riga la squadra, perché si è già perso troppo tempo e il conto economico non può più aspettare. Il leitmotiv è, ancora una volta, saper ”‘cogliere le opportunità del momento”’. Il che si traduce nel proporre alla clientela (anch’essa psicologicamente provata dalla situazione, e in molti casi anche economicamente) i più svariati prodotti, in primis quelli assicurativi, partendo dal presupposto che nel momento in cui si rivolgono a noi, avendo bisogno di aiuto, sono più propensi all’ascolto.

Senza troppi giri di parole certi capi area hanno insistito sul fatto che, nel momento in cui un cliente chiede un finanziamento, oppure ha bisogno di sospendere le rate, bisogna approfittarne per piazzargli un prodotto di tutela, magari una bella polizza salute, vista la situazione.

Questo atteggiamento è tanto più subdolo se si pensa che i vertici della Banca hanno pubblicizzato in questi mesi varie iniziative benefiche di sostegno economico alle strutture sanitarie, in modo da dare all’opinione pubblica un’immagine di azienda vicina alla nazione nei momenti di maggiore difficoltà; invece i dipendenti dovrebbero fare la figura degli sciacalli che si approfittano delle persone più deboli.

Tutto ciò è deprecabile sia dal punto di vista etico, sia professionale. Forse la recente sanzione dell’Antitrust non è stata sufficiente per far cessare questo tipo di suggerimenti?

In questo scenario, si è aggiunta l’emergenza dovuta alla repentina chiusura delle task force adibite alla sospensione delle rate dei finanziamenti e all’anticipo della cassa integrazione.

Da un giorno all’altro, sul sito vetrina di Intesa Sanpaolo, i clienti hanno trovato l’avviso che li invitava a rivolgersi al proprio gestore per il disbrigo della pratica. Peccato che le filiali non abbiano ricevuto le istruzioni su come procedere, in particolare per l’anticipazione sociale della c.i.g., con conseguenti situazioni di imbarazzo nei confronti della clientela.

Scaricare sulle filiali un’ulteriore mole di lavoro in un periodo già di per sé difficile, è assolutamente inaccettabile, soprattutto senza alcun preavviso. E questa situazione contribuisce a inasprire il clima nelle filiali, dove i clienti sono esasperati per le restrizioni in essere e per le attese infinite agli sportelli, e scaricano il proprio malumore sui dipendenti della banca, con insulti, minacce verbali, e in casi estremi anche violenze fisiche.

E’ giunto il momento di dire basta, e di pretendere dall’Azienda condizioni di lavoro improntate a una maggiore sicurezza e rispetto nei confronti dei dipendenti, che non sono soltanto limoni da spremere, ma persone che lavorano quotidianamente con impegno, e grazie alle quali si sono raggiunti i ricchi utili di questi anni, che l’hanno resa il primo gruppo bancario italiano.

In tutto questo, i 6 giorni di ferie aggiuntive per chi ha lavorato in filiale durante l’emergenza hanno il sapore di un contentino, ma non eliminano l’amarezza per chi si sente, ogni giorno di più, trattato come “carne da macello”.

CUB-SALLCA Intesa Sanpaolo

UNICREDIT DALLA TRAGEDIA ALLA FARSA

L’emergenza Covid-19 sta iniziando a rientrare gradualmente, seppure permangano rischi imponderabili di contagio di ritorno. 

La fase convulsa che abbiamo alle spalle ha visto comportamenti diversificati tra le varie banche. 

A fronte di misure tempestive e comportamenti allineati ai provvedimenti governativi e ai protocolli di settore, si sono riscontrati purtroppo anche ritardi, inefficienze ed omissioni gravi.

Nella fase della “ripresa” si coglie negli umori aziendali un senso di accelerazione verso un ritorno all’antico, la corsa a recuperare il tempo perso, l’ansia da prestazione.

Non mancano però veri e propri autogoal, iniziative prive di senso, cadute di stile; a latitare sembra più che altro il senso della realtà. 

Abbiamo provato a raccontarlo attraverso le vicende di Unicredit.

(altro…)

INTESA SANPAOLO. PRESSIONI COMMERCIALI: UNA BOTTA SALUTARE

La sanzione dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, che ha recentemente colpito Intesa Sanpaolo ed altre importanti banche, ha finalmente costretto le aziende investite dal provvedimento a ripensare le proprie modalità di condotta.

Intesa Sanpaolo ha diramato, per prima, una comunicazione in cui intima ai propri responsabili commerciali, ad ogni livello, di attenersi  rigidamente a quanto previsto dai protocolli e dal modello di offerta. In particolare VIETA le richieste di rendicontazione dei dati di vendita ai colleghi di rete (che si configurano come pressioni improprie) e le iniziative commerciali autonome (affidate cioè alla fantasiosa “creatività” di chi vuole brillare…).

In particolare viene posta l’attenzione sulla tutela, ma il discorso investe in generale il modo di proporre i prodotti e servire i clienti.

E’ un primo passo importante per iniziare a cambiare e tornare a ipotesi più ragionevoli, in termini di budget e di modello di banca. Tanto più importante in una fase in cui il “ritorno alla normalità” si configura come un ritorno al passato, da parte di chi non ha ancora capito…

I colleghi devono tenere sempre a mente che la lettera dell’azienda rappresenta anche una sorta di manleva a suo discarico: se qualcuno d’ora in avanti, per mettersi in vista, adotta comportamenti non in linea o troppo disinvolti, non sarà più difeso dalla benevola e paternalistica tolleranza dei vertici… A buon intenditor, poche parole!

LEGGI IL VOLANTINO ALLEGATO (altro…)

Salute pubblica e polizze private. ISP: predatori si nasce….

L’esplodere del Covid-19 ha messo a durissima prova i sistemi sanitari nazionali, che hanno reagito in base alle dotazioni tecnologiche e al “capitale umano” disponibile. 

Il sistema italiano proviene da una decennio di tagli forsennati agli organici, ai posti letto, alle terapie intensive, alle strutture sanitarie territoriali.
Nonostante questo, il sistema pubblico ha dato buona prova, grazie all’innegabile spirito di sacrificio ed all’alto senso del dovere dei suoi operatori.
Al contrario la sanità privata ha contribuito ben poco a risolvere i problemi, mentre i lavoratori del settore hanno pagato un prezzo altissimo in termini di vite umane. Tuttavia le ragioni del business portano a negare l’evidenza e continuano a premere per uno spostamento del focus verso la sanità privata ed i suoi corposi interessi.
E’ una logica predatoria che vede banche e assicurazioni in prima linea e la sanità come terreno di caccia.
Nel volantino allegato ritorniamo sul tema dell’ossessione della prima banca italiana per le polizze del ramo danni ed in particolare per le polizze sanitarie.

 

PREDATORI SI NASCE……..
Per la maggior parte del Paese la fase 2 sta ponendo l’attenzione al ritorno alla vita sociale di tutti noi, richiamandoci al rispetto delle regole del distanziamento sociale, all’uso delle mascherine e guanti ed all’applicazione di ogni precauzione possa evitare una nuova ondata del contagio. Si sta cercando, insomma, di non collassare nuovamente le nostre terapie intensive già messe a dura prova durante la fase 1.
Mentre tutto ciò accade vi è chi studia e pianifica alleanze e fusioni strategiche per lucrare in questi momenti di enormi difficoltà, destinando ingenti risorse finanziarie in settori tipicamente pubblici come la sanità, sotto gli occhi di una classe politica incapace o peggio ancora collusa e corrotta da un capitalismo cinico e malato.
Dopo il fallimento del progetto ISP casa, è di questi giorni la notizia dell’acquisizione del controllo societario della RBM Assicurazione Salute da parte di Intesa Sanpaolo Vita che con la creazione di Intesa Sanpaolo RBM Salute entro il 2029 ne diventerà unico proprietario. L’operazione è ritenuta strategica in quanto RBM è la prima compagnia assicurativa nel ramo malattia con 577 milioni di premi ed una quota di mercato del 18% ed assicurerà al Gruppo Intesa il raggiungimento di quegli obiettivi di raccolta premi dichiarati nel piano di impresa, ma che finora erano bel lontani dal concretizzarsi nella rete di filiali.
Ciò che preoccupa ed invita ad una profonda riflessione sono le dichiarazioni del CEO Messina “Puntiamo alla leadership nel settore della sanità integrativa, proprio nel momento in cui gli italiani hanno capito il bisogno di una assicurazione sanitaria personalizzata ed efficiente”; e del CEO di Intesa Sanpaolo RBM Salute Vecchietti “Credo che l’emergenza causata da questo virus abbia fatto riflettere profondamente i cittadini sull’importanza, nell’adottare gli stili di vita “new normal”, di investire maggiormente sulla protezione della salute. Avendo magari a disposizione strumenti non alternativi alle cure SSN ma aggiuntivi, da utilizzare nella logica, che è propria di un sistema sanitario universalistico, di integrazione al pilastro sanitario pubblico di base.”
Prescindendo dalle vere motivazioni che hanno spinto il top management di Intesa, più vicino alle logiche di profitto sempre e comunque, piuttosto che alla reale creazione di un’integrazione al pilastro sanitario pubblico di base, viene spontaneo dissentire dalle dichiarazioni rese dai CEO, in quanto è opinione diffusa invece che il nostro Servizio Sanitario Nazionale abbia retto bene all’urto di questa pandemia storica nonostante negli ultimi 20 anni sia stato martoriato da tagli dissennati al personale ed alle risorse finanziarie (soprattutto quelle dedicate alla ricerca scientifica) e veri e propri trasferimenti di denaro pubblico a favore di strutture sanitarie private. Il tutto condito con corpose detrazioni fiscali, utilizzate anche nei contratti sindacali di primo e secondo livello, che hanno sostituito gli aumenti salariali con il “welfare aziendale”.
E’ proprio questo il momento di una mobilitazione generale che rivendichi una sanità pubblica che destini capitali pubblici in nuovi ospedali, nuove apparecchiature e nuove assunzioni di medici e personale sanitario. Riducendo drasticamente il ruolo della sanità privata, che nella tragedia delle RSA ha mostrato l’inadeguatezza del proprio management, esibito il suo plateale fallimento e decretato (auspicabilmente) il suo inesorabile declino.

 

C.U.B- S.A.L.L.C.A. Intesa Sanpaolo

 

Intesa Sanpaolo. Aggiornamento fase 2 covid

(comunicato del 28 maggio)

Ieri Intesa Sanpaolo ha comunicato ai sindacati firmatari le ultime decisioni aziendali sulla fase 2 Covid, in particolare con il passaggio delle filiali grandi alle stesse modalità di presenza di lavoratori in filiale di quelle medie (75% dell’organico), a partire dal 1 giugno.

Di seguito potete leggere la nostra ultima comunicazione pec al Ceo e alle funzioni di Tutela Aziendale.

 

Buongiorno,

l’avvicinarsi della stagione calda ci induce a ritornare su questioni già sollevate e che non sono state prese in considerazione.

E’ necessario accelerare le procedure di avvio degli impianti di aria condizionata, svolgendo le necessarie attività di cambio dei filtri e di manutenzione degli impianti.

Nello stesso tempo, proprio per l’aumento delle temperature, ci viene segnalato nelle filiali l’impraticabilità dell’utilizzo contemporaneo di mascherine e visiere. Molti lamentano il caldo e la difficoltà a respirare dovendo avere relazioni continuative con i clienti, sia allo sportello sia al telefono.

Torniamo a richiedere con forza i divisori in plexiglass, già installati in numerose altre banche, che sono anche garanzia del mantenimento delle distanze previste.

Desta più di una perplessità la previsione di uso delle mascherine FFP2 per cinque giorni. Oltretutto si pone il problema della loro custodia a fine giornata. Meglio sarebbe consentire la possibilità di scegliere di tornare all’uso giornaliero delle mascherine chirurgiche.

Continuiamo a considerare gravemente inadeguato il livello delle pulizie nei locali aziendali.

Nel corso degli anni i capitolati degli appalti sono stati proposti con l’ottica di un crescente risparmio e di una pesante riduzione delle prestazioni.

Filiali ed uffici sono sporchi ed è ipocrita e fastidioso chiedere ai responsabili di segnalare eventuali criticità, come se le colpe dei disservizi fossero degli addetti alle pulizie (le cui ore lavorative sono state oggetto di continui tagli) e non nelle scelte al risparmio fatte negli anni.

Chiediamo un segnale chiaro di attenzione aumentando i servizi di pulizia per ritornare a livelli decenti di pulizia dei locali, in epoca di coronavirus ed anche dopo.

Riteniamo anche che, fin quando saranno in vigore le norme sul distanziamento sociale, debba essere mantenuto il sistema degli appuntamenti anche per le casse e potenziato il servizio di steward per evitare assembramenti all’interno ed all’esterno delle filiali, che restano uno dei rischi maggiori per la rete.

Contrastare l’affollamento dentro e fuori le filiali rimane un risultato prioritario da perseguire per la salute di lavoratori e clienti.

Invitiamo l’azienda a dare piena applicazione a quanto previsto dal DPCM 18 maggio, anche per quel che riguarda lo smart working, evitando il più possibile i trasferimenti casa-lavoro e l’utilizzo dei mezzi pubblici.

Distinti saluti

Segreteria Nazionale Cub Sallca

 

INTESA SANPAOLO CASA: UNA STORIA TRISTE

Il Gruppo ISP ha annunciato nei giorni scorsi un drastico ridimensionamento di Intesa Sanpaolo Casa.

Dietro l’alibi della crisi economica innescata dal coronavirus, si tenta di evitare un serio bilancio dei gravi errori manageriali commessi nell’avvio dell’attività, che avrebbe dovuto rappresentare un tassello importante nella ricerca di servizi aggiuntivi e nuovi ricavi.

Invece emerge ancora una volta la preferenza per un modello fallimentare di gestione del personale, trattamenti economici e normativi penalizzanti, scarico sui dipendenti di responsabilità e conseguenze nefaste di scelte sbagliate che stanno a monte.

Come già nel caso dei “contratti misti” per consulenti finanziari metà autonomi e metà dipendenti, così come nel caso degli agenti ISP For Value, anche per ISP Casa vale il principio che i rischi vanno scaricati sul dipendente e se il business non decolla i costi devono essere ridotti tagliando il reddito dei futuri lavoratori.

Si tenta di espandere lo spazio per forme di lavoro autonomo nel settore e si punta in misura crescente su un modello per cui lo stipendio diventa variabile e dipende dall’andamento del business. In questo modo il rischio imprenditoriale viene assunto “anche” dal dipendente, mentre la distribuzione degli utili, quando le cose vanno bene, resta fortemente concentrata in mano a chi “mette il capitale”.

C’è bisogno di maggior tutela del lavoro e non dobbiamo accettare cedimenti su questo terreno minato…

CUB SALLCA Intesa Sanpaolo

IN ALLEGATO E A SEGUIRE IL NOSTRO VOLANTINO

 

INTESA SANPAOLO CASA: CRONACA DI UNA TRISTE STORIA
Ancora una volta il nostro top management ha mostrato il suo vero volto, nascosto ai piani alti di
lucenti grattacieli, o rintanato in lussuosi uffici centrali. Mai sazio di potere e soldi, gonfio di stock
options milionarie, figlie di quella finanza malata che sfrutta il lavoro di onesti e diligenti lavoratori
derisi e sfruttati, magari ingenui nell’accettare l’illusione del miraggio di premi declinati in sistemi
incentivanti fatti di regole ballerine mai certe e definite (come dimostrato anche quest’anno dalla
decisone unilaterale della banca di tagliare quanto promesso e preventivato ed illustrato in lunghe
riunioni dai capetti di turno), questo management punta soltanto a risparmiare sui costi.
Nel mentre il Paese conta i morti di una epidemia mondiale ancora in atto, i nostri dirigenti,
blindati in contratti favolosi, studiano meschinamente come mortificare quella che dovrebbe
essere la risorsa strategica più importante di questa azienda: i giovani, garanti della continuità del
passaggio generazionale di migliaia di lavoratori che hanno portato questa banca ai livelli attuali.
Proprio così i nostri giovani, pluridecorati sui campi scolastici ed accademici, nell’illusione di venire
a lavorare “nel posto più bello dove essere dipendenti” accettano contratti di lavoro capestro,
partoriti da menti insane di dirigenti e consulenti opulenti, possessori immeritevoli di una
ricchezza accumulata negli anni con stipendi ed indennità.
E’ notizia di questi giorni che la start up Intesa Sanpaolo Casa chiude, in sostanza, i battenti. Infatti
nel consiglio di amministrazione del 20/05/2020 il rampante CEO ha illustrato la “pesante
ristrutturazione”, come è stata definita dai vergognosi sindacati firmatutto, della società. Lo stesso
rampante CEO che aveva reclutato, motivato ed incentivato, circa 200 giovani tra agenti
immobiliari e dipendenti della banca, prospettando loro una fulgida carriera nel nuovo business
della banca nell’intermediazione immobiliare, ha dovuto decretare il fallimento del progetto
“casa” nascondendo i propri errori manageriali dietro “le difficili condizioni di mercato che acuite
dall’emergenza Covid-19 comporteranno un’ulteriore contrazione delle compravendite.”
VERGOGNA!!!
La società manterrà nel suo organigramma 3 responsabili di area commerciale e 16 dipendenti per
le funzioni amministrative e di governo, oltre ai 16 distaccati della banca. Staremo ad osservare
attentamente come la banca premierà il rampante CEO e quali criteri adotterà per la scelta dei 19
dipendenti. Agli altri sfortunati figli di nessuno verrà proposto:
 L’assunzione a tempo indeterminato e tempo parziale con orario settimanale di 30 ore con
assegnazione nella FOL al medesimo inquadramento ricoperto in ISP casa con applicazione
del CCNL credito, mantenendo l’attuale retribuzione e piazza lavorativa.
 In alternativa la possibilità di proseguire l’attività di intermediazione immobiliare con ISP
casa attraverso un contratto di lavoro autonomo e la possibilità nei 24 mesi successivi di
scegliere l’assunzione nella FOL.
Questo avviene dopo il crescente fallimento dei contratti misti cd “minotauri”, soprattutto al Sud.
Sono numerosi i casi di colleghi stagisti che, dopo aver superato l’esame da consulenti finanziari,
hanno preferito accasarsi altrove, con i sentiti ringraziamenti dei loro nuovi datori di lavoro, che si
sono ritrovati in casa giovani preparati e abilitati, risparmiando sulla formazione.
Intesa Sanpaolo ha così regalato a reti concorrenti di promozione finanziaria i nostri stagisti,
formati ed abilitati alla professione, ma demotivati grazie alla scellerata scelta di fare
reclutamento nelle regioni meridionali, con più elevata disoccupazione, per poi assumere nelle
regioni settentrionali, lasciando a carico di questi neo sventurati colleghi il sostenimento delle
spese di vitto, alloggio e trasporto da e verso i luoghi di origine/residenza. Scelta miope, fatta da
una dirigenza incapace di comprendere che costi proibitivi per il mantenimento in luoghi di lavoro
lontani e difficoltà di inserimento in tessuti economici non propri, sono barriere difficili da
superare in tempi brevi e sicuramente non congeniali ai tempi di consolidamento di portafogli
clienti adeguati per il raggiungimento dei budget richiesti.
Sarebbe auspicabile un’inversione dei ruoli e mandare questi dirigenti a svolgere il ruolo dei
“minotauri”, dando invece a questi giovani colleghi l’opportunità di occupare posti di dirigenza,
capitalizzando anni di studio in prestigiosi atenei (che qualcuno dei nostri dirigenti nemmeno
conosce), trovando il giusto equilibrio nella concertazione e contrattazione del lavoro, tra
innovazione ed esperienza, per abbandonare finalmente le logiche distruttive di valore e risorse
trasfuse in questi anni da società di consulenza esterne strapagate. Avremmo certamente una
visione del futuro più oculata e lungimirante…
Dicevamo quindi che, dopo il fallimento dei “contratti misti”, assisteremo al fallimento degli agenti
immobiliari, in probabile migrazione verso network più trasparenti che capitalizzeranno
l’investimento fatto dalla nostra banca con queste giovani risorse, dando loro delle risposte certe e
concrete alle aspettative alimentate da mesi di formazione/lavoro in ISP casa.
Nel mentre tutto ciò accade il CEO del Gruppo, nell’annunciare la prima ricca trimestrale 2020,
con un utile netto pari ad 1,4 miliardi di euro, dichiara:
 donati oltre 100 milioni per l’emergenza sanitaria;
 destinati 125 milioni a iniziative per contrastare gli squilibri socio-economici da pandemia;
 interventi rilevanti grazie alla forte base patrimoniale e alla redditività sostenibile,
e lancia un invito agli azionisti di UBI Banca a “unirsi con l’operatore più forte in Italia e uno dei più
forti in Europa”.
Ci scuserà il nostro CEO, ma in questa Italia dichiaratamente votata al dio profitto a tutti i costi,
scegliamo di raccogliere altri tipi di inviti basati su:
 donazioni si, ma libere e non condizionate come donare giorni di ferie (ai lavoratori della
rete) per poi tentare di forzarne la fruizione per tutti in periodo di lockdown imposto da
una pandemia devastante.
 destinazione di risorse finanziare per mantenere il benessere di tutti i lavoratori e non per
premiare pochi eletti, spesso incapaci di risultati durevoli raggiunti con correttezza ed
eticità.
 interventi significativi volti alla reale crescita professionale dei giovani di questo Paese con
politiche di assunzione concreta e stabile, per una buona e sana occupazione.
C.U.B.-S.A.L.L.C.A. Intesa Sanpaolo
www.sallcacub.org sallca.cub@sallcacub.org
http://www.facebook.com/SALLCACUB
f.i.p. 24.05.2020

 

La stagione della potatura

 

DA CUB-SALLCA
A ISCRITTI/E E LAVORATRICI/TORI DI INTESA SANPAOLO

LEGGI IL NOSTRO VOLANTINO IN ALLEGATO

Sono stati resi noti ed erogati nei giorni scorsi i premi 2019 del PVR, del SET e degli NPL. Come spesso accade gli scontenti superano i soddisfatti, perché lo scarto tra aspettative ingenerate e risultato finale è indifendibile, perché è tutto il sistema ad essere sbagliato.

Politiche commerciali aggressive (con relative pressioni), inquadramenti precari e da consolidare (al posto di gradi e regole certe: la nuova “trattativa” non promette niente di buono), premi legati a indici incomprensibili e sfuggenti (e variati in corso d’opera) costituiscono un unico, dannoso, sistema.

Va ricostruita la base della nostra professione: siamo consulenti e gestori e non piazzisti che devono inseguire un budget. Vanno combattute le forzature, che poi portano a sanzioni poco edificanti, come capitato recentemente. Se l’azienda distribuisce utili il premio deve arrivare per tutti, sostanzioso, contrattato ed esigibile.

Il vecchio premio, il Vap, ancora nel 2008 consentiva di erogare 1.940 euro lordi alla figura media del 3A3L: per gli altri il premio era riparametrato e pagato ogni anno. Poi è stato ridotto ed infine abbandonato e sostituito con il Lecoip: premio quadriennale aleatorio, legato alla quotazione del titolo Intesa Sanpaolo (che vale la metà di quando è partito nel 2018 e quindi, per ora, non si va oltre l’importo base garantito) e che si perde con un solo giorno di sospensione per provvedimento disciplinare nell’arco dei 4 anni; poi c’è il PVR (che ha messo insieme premio aziendale e sistema incentivante) ed infine è venuto il SET (per sfondare nelle polizze di tutela).

Un insieme di meccanismi complicati, opachi ed incontrollabili, che, per la maggior parte dei lavoratori, non compensa neanche il vecchio Vap.

Tutto questo assomiglia un po’ all’acchiappa-grulli del casinò: qualche giocatore ogni tanto vince (altrimenti non ci andrebbe nessuno), ma l’unico vincitore sicuro e costante è il banco.

Nel nostro caso tutti corrono, l’azienda macina ricavi e realizza i suoi utili, a fronte di un esborso predeterminato e selettivo, a beneficio di pochi. Un elemento divisivo potente, ma utile complemento alle pressioni commerciali: una carota incerta ed un bastone garantito!

LEGGI IL NOSTRO VOLANTINO ALLEGATO

Fase 2, un accordo di settore sciagurato, da contrastare

DA CUB SALLCA
A Iscritti/e, lavoratrici e lavoratori

Abbiamo letto con preoccupato stupore l’accordo, stipulato il 12 maggio tra Abi e sindacati firmatutto, che consente, dal 18 maggio, l’ingresso nelle filiali dei clienti senza appuntamento, pur mantenendo il vincolo che all’interno ci sia non più di un cliente per ogni addetto.

Abbiamo atteso qualche giorno prima di far uscire il nostro commento, per monitorare quanto sarebbe accaduto.

Almeno per la settimana dal 18 al 22 maggio i principali gruppi bancari (Intesa Sanpaolo, Unicredit, Ubi) hanno confermato il meccanismo degli appuntamenti e degli organici ridotti nelle filiali (ma in Ubi questo ultimo aspetto sta per essere superato).

Anche nei comunicati degli altri sindacati tutti sembrano concordare sul fatto che, laddove sia presente il servizio di cassa tradizionale, uno dei problemi maggiori è l’affollamento che si crea fuori dalle filiali, fonte di grave pericolo per i lavoratori e per i clienti stessi.

Ma allora perché firmare un accordo del genere? Il fatto che molte banche, per ora, non lo abbiano applicato, non giustifica questa scelta: non si firmano accordi per poi sperare nel buon cuore della controparte e nella non applicazione a livello aziendale.

Già oggi si creano assembramenti, se passasse il messaggio del “liberi tutti” la situazione diverrebbe ingestibile. Il sistema degli appuntamenti va mantenuto fino a quando verrà considerato necessario il distanziamento sociale.

Un documento sulla vicenda Monte Pegni di Intesa Sanpaolo

Avevamo provato a sollevare la questione della cessione delle filiali del Monte Pegni di Intesa Sanpaolo quando era uscita la notizia, alla fine dell’anno scorso.

Ma, come in passato, la notizia dell’esternalizzazione di attività (e lavoratori) non scalda gli animi: tutti pensano (sbagliando) “a me non toccherà mai”.

La finalizzazione della cessione è slittata già un paio di volte a causa dell’emergenza coronavirus, ma la vicenda è tornata agli onori della cronaca per le lunghe file e qualche tumulto davanti alle filiali del Monte Pegni in varie città.

La vicenda ha dato lo spunto al nostro iscritto e storico dirigente sindacale Claudio Bettarello per scrivere un documento per conto del Partito della Rifondazione Comunista. Al di là dell’etichetta politica, nel merito lo scritto lo abbiamo trovato interessante e ve lo proponiamo come spunto di riflessione.

Dal punto di vista sindacale attenderemo che la cessione venga portata a termine per assumere le opportune iniziative a tutela dei nostri iscritti e dei lavoratori che vorranno aggregarsi.

CUB-SALLCA

 

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