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27 OTTOBRE: SCIOPERO GENERALE

Lo sciopero generale indetto per venerdì 27 ottobre da molte Organizzazioni Sindacali di Base, tra cui la C.U.B., riveste una particolare importanza per tutto il mondo del lavoro in Italia. Vuole essere una giornata di lotta che riporta in campo il conflitto, che non è uno strumento del passato, obsoleto ed inefficace, ma l’unico modo che abbiamo per difendere e far valere i nostri interessi. Vogliono farci credere che lottare sia inutile, che dobbiamo rassegnarci all’insicurezza, alla paura, alla precarietà, alle decisioni altrui, al dispotismo delle aziende, alla subalternità dei sindacati collaborativi, alla mancanza di democrazia sindacale, alle leggi che reprimono gli scioperi, all’assenza di alternative.

Invece scioperando noi diciamo che vogliamo un futuro diverso, stipendi più alti, pensioni decenti, vite lavorative più brevi, contratti di lavoro più stabili, orari ridotti, modelli di sviluppo espansivi e sostenibili. Anche in banca è ora di dire basta e chiedere una svolta: ritornare ad assumere e sostituire gli esodati (senza i contratti “ibridi”); eliminare le pressioni commerciali; alzare gli stipendi, in particolare del personale più giovane; ripristinare livelli di servizio adeguati, riprendere a fare credito all’economia reale, che non è certo mettere un camper sportello nelle zone terremotate (questa è solo pubblicità).

Impegnarsi tutti per una buona riuscita dello sciopero significa anche ribadire il ruolo centrale che devono avere gli interessi dei lavoratori in un settore investito dalla crisi, che dovrà affrontare a breve un CCNL delicato e impegnativo. Alleghiamo il nostro volantino che espone in modo analitico le ragioni dello sciopero.

RESET G7

Dal 26 settembre al 1^ ottobre i ministri di Italia, Francia, Germania, Stati Uniti, Canada, Giappone e Regno Unito si riuniranno alla Reggia di Venaria per discutere ufficialmente di scienza, industria e lavoro, ma in realtà per proseguire nel progetto politico che prevede lo smantellamento totale dei diritti dei lavoratori, la compressione dei salari, la polverizzazione del welfare e dei servizi sociali e previdenziali. Lo sviluppo tecnologico nel modello economico dominante diventa uno strumento per aumentare i profitti e contemporaneamente ridurre gli occupati. Il governo italiano persegue questa politica in obbedienza ai diktat europei e la attua da tempo tramite leggi che svuotano i diritti del lavoro (Fornero, Jobs Act), impoveriscono lo stato sociale e i servizi pubblici (“buona scuola”, riduzione dell’assistenza sanitaria, tagli alle pensioni e allungamento dell’età pensionabile), stravolgono i cardini democratici e costituzionali (obbligo del pareggio di bilancio, riforma della Costituzione – sonoramente bocciata dal Referendum popolare del 4 dicembre 2016). Il G7 Lavoro si svolge a Torino (anzi a Venaria, per paura di proteste): un’area metropolitana che dopo aver subito 100 anni di sfruttamento industriale è ora avviata ad una complicata trasformazione, che implica anche desertificazione produttiva e marginalizzazione sociale di massa. A Torino la Fiat si sta ritirando da ogni impegno produttivo, mentre le istituzioni pubbliche sono gravate da debiti mostruosi, che possono portare al dissesto. Intanto servizi e investimenti rappresentano occasione di appalti e di saccheggio da parte di consorzi e gruppi economici, che propongono contratti di lavoro in cui tutto (orari, turni, preavviso di chiamata, ferie, permessi) è aleatorio e in cui l’unica cosa certa per il lavoratore è l’obbligo a rimanere sempre e comunque “a disposizione”, ringraziando per il tozzo di pane guadagnato. Qui si utilizzano i trasferimenti a centinaia di chilometri di distanza come arma di ricatto per fare accettare sconvolgimenti di orari e sottrazione di diritti, oppure si impongono ai lavoratori come “incentivo” all’esodo. La più sfrenata “flessibilità” in mano ai padroni non frena affatto la chiusura di fabbriche e uffici, ma anzi la incentiva e la rende logica e naturale. Contro tutto questo il sindacalismo di base organizza un corteo dei lavoratori Venerdì 29 settembre con partenza alle ore 17.30 da Porta Palazzo (Corso Giulio Cesare – Ex stazione Torino Ceres) in direzione Giardini di Via Montanaro (Barriera di Milano)

C.U.B.-S.A.L.L.C.A. Credito e Assicurazioni

SINDACATINI, SINDACATONI E ATTACCO AL DIRITTO DI SCIOPERO

DA SEGRETERIA NAZIONALE CUB SALLCA
A iscritti/e, lavoratrici e lavoratori

Il recente sciopero nel settore dei trasporti ha provocato reazioni isteriche da parte di alcuni personaggi politici, che meritano una nostra riflessione .

Per parlare di diritto di sciopero potremmo partire dal settore che conosciamo meglio, quello bancario. Cominciamo col dire che anche da noi va avviata una procedura di “raffreddamento” che dura in tutto una ventina di giorni, va dato il preavviso dieci giorni prima (ma le aziende possono anche decidere di non mettere i cartelli) e spesso la controparte neppure si presenta in sede di conciliazione. Insomma, gli obblighi sono solo per noi.

Ma quali diritti dell’utenza devono essere tutelati? Il settore bancario venne inserito a suo tempo tra quelli nei quali deve essere garantito il servizio minimo essenziale, costituito, nel nostro caso, dal pagamento di stipendi e pensioni e dai mezzi di sussistenza  per le persone.

In origine,  nelle giornate di sciopero, doveva essere garantita la presenza di una cassa funzionante per i prelievi, appunto, di pensioni e stipendi. Poi si è passati alla formulazione attuale: i bancari non possono scioperare di mercoledi, giorno di franchigia per qualsivoglia tipo di astensione dalla prestazione lavorativa. Nel frattempo le banche ci hanno spiegato in tutti i modi che i clienti vanno (o devono andare) su Internet, usano il cellulare ed il bancomat e perciò hanno cominciato a chiudere filiali e sportelli di cassa. Ma il mercoledi si continua a non poter scioperare (ed a fare ogni tipo di operazione)…

Tutto questo dimostra che la legislazione sullo sciopero, lungi dal tutelare l’utenza, serve solo a ostacolare l’esercizio di questo diritto che, evidentemente, continua ancora a dare molto fastidio a lor signori.

Questa ampia premessa serve a presentare le nostre valutazioni sull’attuale, stucchevole, dibattito scatenato dal (riuscito) sciopero dei trasporti del 16 giugno indetto dal sindacalismo di base, tra cui la nostra confederazione.

Il settore dei trasporti è stato uno dei più penalizzati dalle politiche antipopolari dei governi che si sono succeduti negli ultimi anni. Ci sono stati tagli, privatizzazioni, mancanza di manutenzione dei mezzi, continui attacchi ai diritti dei lavoratori e degli utenti. La vicenda Alitalia è poi emblematica della volontà delle oligarchie europee di distruggere la compagnia di bandiera italiana per favorire  pochi gruppi (devono restarne solo tre: British Airwais, Air France, Lufthansa), impresa favorita dalla sudditanza di politici italiani imbelli e da manager incapaci (o forse capaci proprio di raggiungere l’obiettivo del fallimento). Una cosa è certa: l’unico fattore a non portare responsabilità per il disastro è il costo del lavoro, notevolmente più basso di quello dei principali competitori e persino di molte compagnie low cost.

A fronte di questa situazione, i soliti politici (con la complicità della segretaria della Cisl, Furlan) non hanno trovato di meglio che gridare allo scandalo e chiedere nuovi restringimenti del diritto di sciopero. Tra gli argomenti surreali utilizzati spicca quello per cui non dovrebbe essere consentito di indire scioperi a sindacati scarsamente rappresentativi: ma se un sindacato non è rappresentativo lo sciopero dovrebbe fallire, al contrario, se riesce, forse chi l’ha indetto non è così poco rappresentativo.

Geniale come sempre il presidente del consiglio ombra, Renzi, che ha tuonato contro gli scioperi di venerdi. Forse gli sfugge che chi lavora nei trasporti, turnando, lavora anche il sabato e la domenica, per cui la sua maliziosa osservazione è malposta, fermo restando che chi sciopera non viene pagato, quindi potrà pure scegliere quando non lavorare.

Resta il fatto che il ministro Delrio (si veda il sito www.cub.it) ha tentato di chiedere il rinvio dello sciopero ai sindacati promotori, che hanno risposto chiedendo al governo un incontro urgente al quale nessuno ha mai risposto. Insomma, tagliano, privatizzano, negano diritti, rifiutano di parlarci e poi ci chiedono anche di essere responsabili !! In allegato anche il comunicato della nostra confederazione

Ciao Piergorgio

DA CUB SALLCA A ISCRITTE/I

Sabato 18 marzo si è spento a Milano all’età di 78 anni Piergiorgio Tiboni, storico dirigente sindacale e fondatore della CUB. Tiboni è stata una figura di riferimento importante per intere generazioni di militanti sindacali. Entrato alle acciaierie Falck ancora ragazzo, dopo 8 anni di fabbrica si licenzia per diventare operatore sindacale a Brescia nella FIM-CISL e poi diventa segretario della federazione milanese, un vero e proprio laboratorio capace di rappresentare al meglio il grande fermento sociale che matura tra la fine degli anni ’60 e l’inizio degli anni ’70. E’ l’autunno caldo, con il sindacato che si apre alle nuove lotte e alla nuova composizione sociale di classe, che pratica il conflitto per contrattare da posizioni di forza, il sindacato che porta alle grandi conquiste, come lo Statuto dei Lavoratori. Si realizza una grande saldatura tra le lotte operaie, le  istanze dei tecnici, le esigenze degli impiegati e ceti medi che aderiscono per la prima volta alle agitazioni.

Insieme all’organizzazione sindacale, Tiboni si occupa anche di comunicazione, di informazione e di cultura, fondando Radio Popolare e la rivista Azimut. La FIM-CISL milanese e lombarda provano a resistere alla normalizzazione degli anni che verranno, ma alla fine degli anni ’80 la situazione diventa intollerabile e Tiboni con il suo gruppo esce dalla FIM-CISL per fondare la FLMU e subito dopo la CUB.

E’ la scommessa di un sindacato plurale e democratico, capace di aggregare militanti e lavoratori di diversa provenienza e fede politica, culturale, religiosa. Tiboni è un leader carismatico e pragmatico al tempo stesso, che riesce a fare sintesi senza mai alzare la voce.

Ha attraversato da militante e da dirigente sindacale 60 anni di conflitto, legando l’esperienza del sindacato dei consigli alla nuova avventura del sindacalismo di base. Ha lottato fino alla fine con una determinazione e una passione davvero rare, lasciando un’impronta indelebile. Non sarà facile sostituirlo, impossibile dimenticarlo. Ciao Piergiorgio.

Il funerale si terrà mercoledì 22 marzo alle ore 14,45 a Milano,  presso la parrocchia San Gerolamo Emiliani, Via Giovanni Calabria 36. Successivamente si terrà un saluto al Cimitero di Milano Lambrate (servizio navetta autobus di andata e ritorno). 

8 marzo di lotta

DA SEGRETERIA NAZIONALE CUB SALLCA 

A ISCRITTI/E, LAVORATORI/TRICI 

L’8 marzo le donne di tutto il mondo scioperano ma noi non possiamo!

Nell’ottica di ottemperare al “soddisfacimento delle necessità della vita attinenti ai diritti della persona costituzionalmente garantiti…

Le Organizzazioni sindacali firmatarie  si impegnano a non proclamare scioperi nella giornata di mercoledì…”

L’autoregolamentazione del diritto di sciopero nel settore bancario risale agli anni 80 e tale è rimasta sino ad oggi.

Al fine di consentire l’erogazione, durante lo sciopero, delle prestazioni ritenute indispensabili, quali il pagamento degli stipendi e delle pensioni, i sindacati firmatutto hanno sottoscritto un codice di autoregolamentazione che, tra le altre cose, vieta ai bancari l’indizione di sciopero per la giornata di mercoledì. Per il diritto di sciopero siamo considerati servizio pubblico essenziale ma questa caratteristica l’abbiamo persa da tempo sia per la possibilità di accedere all’erogazione di denaro attraverso altri canali, sia per la riduzione di sportelli e casse con la conseguenza di fornire un servizio sempre più scadente a chi non usa internet e bancomat.

Il nostro settore non è certo esente da discriminazioni di genere in particolare rispetto alla conciliazione dei tempi di vita e di lavoro; alle donne è comunque assegnato il ruolo di cura e assistenza e sono poche quelle che possono delegare a pagamento tale ruolo. 

Un esempio per tutti sono le risposte assurde alle richieste di part-time delle lavoratrici: articolazioni di orario che mettono in seria difficoltà la possibilità di seguire i figli, pena il trasferimento.

Condividendo i contenuti di questa manifestazione che, ricordiamo, ha carattere mondiale, non possiamo che invitare, chi può, a partecipare alla

CHIAMATA ALLO SCIOPERO INTERNAZIONALE DELLE DONNE  8 MARZO 2017 DI “NI UNA MENOS” 

L’iniziativa nasce dalle donne argentine che hanno deciso di incrociare le braccia l’8 marzo: se le nostre vite non valgono, noi non produciamo. Ci fermiamo per esprimere dissenso e disobbedienza, per rifiutare ogni forma di violenza sessista, razzista, di sfruttamento e oppressione.

Dalla manifestazione del 26 novembre 2016 a Roma si sono moltiplicati in tutte le città italiane le iniziative, i tavoli di discussione, i dibattiti in preparazione della manifestazione: Povertà e precariato, diritti Lgbt e discriminazioni verso le donne migranti, discriminazione sul lavoro.

La violenza non è solo quella che avviene nelle relazioni di intimità: c’è la violenza di interventi politici che rispondono alla crisi erodendo diritti, tutele, welfare, dando per scontato che siano le donne con il loro lavoro di cura a sostituire politiche sociali assenti. 

E’ ancora violenza quella di Stati che costruiscono muri contro l’immigrazione o promulgano leggi per respingere e deportare. E’ ancora violenza quella di uno Stato che smantella  i consultori e continua a lasciare la legge 194 ostaggio dell’obiezione, cosiddetta “di coscienza”, che spesso cela l’ipocrisia di ginecologi che attuano una volontà di controllo dei corpi delle donne o sono mossi da opportunismi di carriera.

A supportare l’agitazione saranno i sindacati USB, CUB, USI e SGB. 

Potete trovare i volantini delle varie Federazioni della CUB sul sito nazionale e su quelli locali o di settore, mentre per il dibattito generale vi invitiamo a visitare il sito nonunadimeno.wordpress.com dove potrete seguire le varie iniziative.

PER SALVARE QUEL CHE RESTA DELLA COSTITUZIONE E FERMARE RENZI (PRIMA CHE SIA TROPPO TARDI) AL REFERENDUM SI VOTA NO

Basta con le truffe di Renzi:no

il Senato non viene abolito, ma anziché essere eletto

verrà nominato e chi ne farà parte avrà l’immunità parlamentare.

Il risparmio, peraltro molto limitato,

(magari lo userà per costruire il Ponte sullo Stretto)

non può essere scambiato con la cancellazione della democrazia.

Con il Senato nominato e l’Italicum, che consentirà

a chi prende il 25% dei voti di ottenere la maggioranza dei seggi,

si prospetta un sistema oligarchico e autoritario.

Anche i poteri delle regioni vengono ridotti:

mano libera al governo per le grandi (nonché costose ed inutili) opere che dissipano risorse pubbliche e devastano il territorio.

 

 

Anche la riforma costituzionale di Renzi, come le leggi ordinarie approvate dal suo governo, fa promesse che non verranno mantenute.

Il sistema bicamerale (ammesso che sia un male) non viene eliminato: il Senato non voterà più la fiducia, ma resterà il doppio voto su numerose (e non sempre ben definite) materie. Il Senato non viene abolito, ma verrà costituito da nominati, anziché eletti, scelti tra consiglieri regionali e sindaci che godranno di immotivata immunità parlamentare.

La riduzione dei senatori determinerà un risparmio di meno di 50 milioni di Euro (dati ufficiali della Ragioneria di Stato e non “stime” della propaganda renziana), un vero e proprio specchietto per le allodole, un risultato che si poteva raggiungere facilmente con una semplice decurtazione del 10% delle ridondanti indennità parlamentari, senza mettere in piedi questo circo.

In realtà, la combinazione delle norme di questa “riforma” con il sistema elettorale determina un accentramento dei poteri ed un esito autoritario, perché chi vincesse le elezioni, anche con un minimo margine, finirebbe non solo per governare, ma per imporre anche la scelta di presidente della Repubblica e giudici costituzionali.

Il fatto che non sempre le regole elettorali premino chi le ha volute (si veda la recente elezioni dei sindaci) nulla toglie alla natura antidemocratica e distorsiva della rappresentanza di queste norme.

D’altronde Renzi è abituato a mettere etichette fasulle ed accattivanti a prodotti scadenti.

Il job’s act rivendica l’introduzione del contratto a tutele crescenti, mentre in realtà ha introdotto la libertà indiscriminata di licenziamenti individuali (i recenti dati sull’impennata del 30% dei licenziamenti individuali per giusta causa lo confermano).

Altri governi ci avevano provato, ma solo questo governo è riuscito a cancellare l’art.18 per i neoassunti (per ora?).

Il decreto “Sblocca Italia” favorisce l’ulteriore libertà di devastazione ambientale, salvo poi vedere i ministri in televisione rammaricarsi per qualche catastrofe naturale.

Non è un caso che il potere delle regioni, con questa riforma, venga ridotto proprio su materie come le “grandi” (e devastanti) opere.

La “Buona Scuola”….vabbè, lasciamo perdere.

Tutti i poteri “forti”, a partire da Confindustria, passando per i burocrati delle istituzioni europee, fino alla plateale ingerenza dell’ambasciatore e dell’ex presidente degli Usa, plaudono a questa riforma.

Noi pensiamo che la Costituzione vada applicata e non manomessa e che si debba impedire di fare ulteriori danni a chi ha governato con provvedimenti dannosi, iniqui e truffaldini.

È uno scandalo che ancora la recente Legge di Stabilità, mercanteggiata con Bruxelles per ottenere lo zero virgola di flessibilità, sia piena di misure degne del gioco delle tre carte.

Ad esempio, vengono concessi aumenti alle pensioni più basse ma si taglia la spesa sanitaria. Oppure si alza la voce contro Equitalia, ma si “dimentica” che questa è la mera esecutrice delle norme fissate da enti locali e governo, compreso quello di Renzi.

Il cambiamento che serve all’Italia non è quello di conferire più poteri a chi ha dimostrato di governare male e di aggiungere danni a quelli già esistenti, a cominciare dalla totale libertà di licenziare per i nuovi assunti.

Per questo il voto dei lavoratori non può che essere per il NO a nuove derive autoritarie, che finirebbero solo per favorire ulteriori misure antipopolari.

 

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cicl. in p. 14-11-2016

4 NOVEMBRE 2016 LE RAGIONI DI UNO SCIOPERO GENERALE NEL GIORNO DELLA RETORICA NAZIONALE

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Le organizzazioni sindacali di base CUB, SGB ed USI hanno proclamato uno sciopero generale per venerdì 4 novembre. Le motivazioni dello sciopero sono articolate sui seguenti punti:

  • No alla guerra, per opporsi allo schieramento di truppe nei vari scenari di crisi e al coinvolgimento sempre più marcato del nostro paese nei conflitti armati, come sta accadendo in Libia per ragioni economiche e strategiche; no alle spese militari e alle fabbriche di morte; no alla guerra, non dichiarata, contro le classi popolari e i lavoratori;
  • Messa in sicurezza del territorio e delle abitazioni su basi anti-sismiche, per prevenire catastrofi come quella del recente terremoto in Italia Centrale, trasformando questa tragedia in un grande piano per l’occupazione; bonifica dei siti inquinati, come quello dell’Ilva di Taranto;
  • Piano per la sicurezza nei luoghi di lavoro, per prevenire infortuni e malattie mortali;
  • Opposizione alla politica economica del governo Renzi, che applicando le direttive dell’Unione Europea, ha introdotto il jobs-act, precarizzato il lavoro, abolito l’art. 18 e ridotto i diritti;
  • Sbloccare i contratti pubblici e privati, per fare ripartire i consumi e la produzione, anziché investire in grandi opere inutili che distruggono il territorio;
  • Redistribuzione del reddito attraverso consistenti aumenti di salari e pensioni, per porre rimedio alle gravi ineguaglianze, cresciute con la crisi;
  • Riforma delle pensioni e della legge Fornero, non con meccanismi perversi come l’Ape, che costringe i pre-pensionati ad accendere un mutuo, bensì con la riduzione dell’età pensionabile e l’assunzione dei tanti giovani disoccupati;
  • Diritto al lavoro, attraverso la riduzione d’orario, piano per l’occupazione con la riconversione del modello produttivo verso il risparmio energetico, la sostenibilità ambientale, il risanamento dei siti inquinati e la sistemazione idro-geologica del territorio;
  • Parità dei diritti per gli immigrati e abolizione integrale della legge Bossi-Fini;
  • Ritiro dell’accordo sulla rappresentanza tra Confindustria e Cgil-Cisl-Uil del 10.01.2014, che calpesta il diritto alla democrazia sindacale nei luoghi di lavoro.

La questione della democrazia e della difesa della costituzione ritorna anche nel referendum, chiesto dal governo, per dare un’ultima picconata al sistema istituzionale e comprimere ulteriormente gli spazi di partecipazione politica. Tutto questo mentre si aggrava la crisi economica, produttiva e occupazionale del paese, con forti segnali di deterioramento complessivo.

Stato di crisi ben evidenziato dalla crisi delle banche, che in molte rischiano di non sopravvivere o di essere scalate facilmente da colossi esteri. La perdita di sovranità sarebbe definitiva, mentre ai lavoratori bancari vengono ripetutamente prospettati scenari disastrosi sul fronte occupazionale, come se questa situazione fosse loro responsabilità.

Ci sarebbero quindi tutte le ragioni per un’adesione compatta allo sciopero, che però cade in una data particolarmente sfavorevole per la nostra categoria (la partecipazione allo sciopero in coincidenza con una festività soppressa, come il 4 novembre, implicherebbe un doppio addebito in busta paga).

La nostra organizzazione garantirà comunque la partecipazione dei propri militanti alle manifestazioni, devolvendo il controvalore di una giornata di sciopero a sostegno di iniziative di lotta particolarmente significative in questa situazione così grave.

Invitiamo quindi i lavoratori/trici del credito, impediti ad astenersi dal lavoro, a contribuire con l’equivalente di una giornata di sciopero tramite bonifico da effettuarsi sul seguente IBAN:

 

IT46 X033 5901 6001 0000 0116 036

presso  Banca Prossima – Torino, intestato CUB-SALLCA, con causale:

sottoscrizione straordinaria per sostegno alle vertenze in corso

Invitiamo altresì a partecipare alle manifestazioni del 4 novembre.

Milano, Largo Cairoli, ore 9,30

Napoli, Piazza Mancini, ore 10,00

 

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25 ottobre 2016

BEN VENGA MAGGIO!

MAGGIO, come nel 1968, la Francia esplode ancora una volta in maggio.fr

La “Loi du travail”, imposta dal governo francese con le solite “procedure d’urgenza” e scritta (come da noi) dalle associazioni padronali, ha visto una poderosa mobilitazione di lavoratori e studenti, che nello scorso maggio è diventata “esplosiva”.

I lavoratori in Francia sono impegnati in una lotta prolungata e vera, diversamente dalla quella limitata ad un sola giornata di sciopero (giusto per salvare la forma) che i sindacati italiani confederali ed autonomi hanno “opposto” al Job Act.

Union syndicale solidaires insieme ad altri sindacati di lavoratori e studenti, dal 9 marzo, è impegnata nella mobilitazione contro il progetto di legge Loi Travail. Questa legge significherebbe un arretramento senza precedenti dei diritti individuali e collettivi dei lavoratori francesi.

Accettare la proposta di legge del governo francese, fatta per soddisfare i datori di lavoro, significherebbe:

  • accettare la liquidazione delle 35 ore di lavoro la settimana;
  • accettare di lavorare fino a 12 ore al giorno; 
  • accettare che i padroni possano licenziare quando vogliono e come vogliono; 
  • accettare una maggiorazione per gli straordinari del 10 % (invece del 25 %); 
  • accettare che gli apprendisti debbano lavorare 10 ore al giorno e 40 ore settimanali; 
  • accettare che i referendum aziendali, imposti in situazione di ricatto, possano annullare i diritti collettivi.

L’Unione Sindacale Solidaires, CGT, FO e FSU e i sindacati degli studenti hanno promosso dopo il 9 marzo manifestazioni e scioperi: il 31 marzo, il 9 aprile, il 13 aprile, il 26 aprile, il 28 aprile, il primo maggio, il 17 e il 19 maggio, il 26 maggio. Questo significa strategia, impegno e continuità nella lotta in difesa dei propri diritti… e da noi? Un pomeriggio di sciopero nel 2011 (sotto Natale) per “contrastare” la Legge Fornero e una giornata per “combattere” il Job Act e la cancellazione dell’Art.18.

Il 14 giugno prossimo si terrà un’altra poderosa manifestazione in Francia, alla stessa parteciperanno delegazioni da tutta Europa perché, se ancora non lo abbiamo capito, si tratta di una lotta che coinvolge tutti. In Italia? Rien, rien, dormez bien, petit italien!

Milano, 10.6.2016       SALLCA CUB  BPI-BNL

SOSTENERE LA LOTTA DEI LAVORATORI FRANCESI, RIPRENDERE QUELLA IN ITALIA

lottefranciaLa CUB-SALLCA è ovviamente al fianco delle lavoratrici e dei lavoratori francesi da mesi, ormai, in lotta contro la Loi Travail, il loro Job Act per capirci.

Stridente è il contrasto con il nulla che è successo in Italia in primo luogo a causa della passività dei sindacati concertativi.

Allucinante il velo di silenzio che i principali mass media tentano di stendere su quanto sta accadendo.

Anche la maggior parte dei nostri colleghi ha un livello di informazione e conoscenza dei fatti del tutto inadeguato.


A SEGUIRE (e in allegato) TROVATE UN EFFICACE DOCUMENTO PREDISPOSTO DALLA NOSTRA STRUTTURA DEL MONTE PASCHI. 

Naturalmente la situazione è in costante evoluzione (si parla di casse di resistenza internazionali, di manifestazioni di fronte alle ambasciate francesi,…) e, per quanto possibile, cercheremo ancora di informarvi su eventuali iniziative che coinvolgano direttamente la nostra organizzazione ed il sindacato di base in generale.

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SOSTENERE LA LOTTA DEI LAVORATORI FRANCESI, RIPRENDERE QUELLA IN ITALIA

La grandiosa mobilitazione della classe lavoratrice francese per il ritiro della Loi Travail, dopo aver mostrato la forza della compattezza e della determinazione, inizia ad essere attaccata dal capitale e dai suoi mestatori politici e mediatici, con le consuete formule ideologiche che fanno perno sull’incompatibilità di quanto richiesto dai lavoratori, con le esigenze relative alla competitività del Paese sullo scenario internazionale. È una commedia già vista fin troppe volte, seppur con declinazioni diverse. È, in fondo, lo stesso ricatto posto al popolo greco al tempo del referendum.
La Loi Travail per alcuni aspetti ricalca il Jobs Act del governo Renzi, per altri anticipa quelle che sono le richieste presenti nell’agenda della Confindustria.
Il provvedimento del governo Hollande pone gli accordi aziendali in posizione prevalente rispetto ai contratti collettivi, estende la possibilità dei licenziamenti economici anche per l’abbassamento significativo degli ordinativi o per una riorganizzazione aziendale, offre al datore di lavoro la possibilità di imporre per cinque anni riduzioni di salario e aumenti dell’orario di lavoro.
La lotta dei lavoratori francesi riafferma la centralità del lavoro nei processi di trasformazione sociale, rompendo la cortina che ne aveva relegato il ruolo a mera appendice di dinamiche economiche e finanziarie autoreferenziali.
Questa volta noi lavoratori europei non possiamo fallire. Nostro compito è quello di delineare una chiara strategia di sostegno alla protesta francese.
Alcune organizzazioni sindacali e politiche hanno proclamato giornate di mobilitazione con manifestazioni e presidi davanti ai consolati francesi, in diverse città d’Italia.
Accanto a queste iniziative, noi proponiamo l’istituzione di una cassa di resistenza a supporto dei lavoratori francesi, che dopo un periodo di intensa mobilitazione, si apprestano ad affrontare il peso dello sciopero illimitato, proclamato dal fronte sindacale che si oppone alla controriforma del lavoro.
La cassa di resistenza va collocata in una prospettiva a lungo termine, nella quale si dovranno sviluppare forme maggiormente strutturate di lotta su scala sovranazionale, forme che finora si sono realizzate per quanto concerne l’Europa, attraverso la fusione a freddo dei vertici burocratici sindacali, senza alcun reale peso sulla dialettica tra imprese e lavoratori.
Da ciò l’inevitabile marginalità politica del lavoro, con il proliferare di “riforme” ostili attuate da governi di destra o di “sinistra”.
Le condizioni dei lavoratori – strette tra la morsa delle politiche deflattive assunte dalle autorità europee e la posizione di forza del capitale, determinata dalla sua ampia capacità di spostarsi alla ricerca di un costo del lavoro inferiore – stanno progressivamente tornando ad essere quelle preesistenti alle conquiste del movimento operaio del secondo dopoguerra.
Con la cassa di resistenza, oltre a perseguire lo scopo di un sostegno concreto alla lotta dei lavoratori francesi, possiamo esprimere la nostra distanza dai vertici dei nostri sindacati collaborativi e dalla loro inerzia complice.
Che continuino a non proclamare scioperi per riforme come quella della Fornero o il Jobs act, passate come noto, senza colpo ferire. Che perseverino sulla strada dell’ammiccamento con un potere politico, che non si sbarazza di loro definitivamente, solo per il ruolo di ammortizzatori del conflitto sociale che continuano a svolgere. Lasciamoli soli a raccogliere firme per una Carta dei diritti universali che mai nessun parlamento nazionale approverà, visto che dovrebbe verificarsi una completa inversione di tendenza, degli stessi rappresentanti che hanno provveduto a smantellare il perno su cui si reggeva lo Statuto dei lavoratori, attraverso la cancellazione dell’articolo 18, di cui le imprese richiedono ora l’applicazione nella nuova forma senza reintegro, anche per gli assunti prima dell’entrata in vigore del Jobs Act…
Cruciale diviene allora porci al fianco dei lavoratori francesi, per sostenere la loro lotta e per riprendere quella in Italia. Tutto deve contribuire a materializzare la nostra presenza al loro fianco, anche per rompere il muro di silenzio che i nostri asserviti mezzi di comunicazione di massa hanno innalzato su tali vicende.
Il limite del contesto nazionale si può abbattere così.
Oggi il fuoco divampa in Francia. Domani sarà di nuovo in Grecia o in Portogallo. Chissà forse in Italia.
E avremo solo una certezza: quanto faremo adesso, verrà metabolizzato dal soggetto collettivo in fieri, di respiro europeo, che accrescerà sé stesso.
La lotta di ci dirà il resto.

Trivelle: Referendum del 17 Aprile

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Il 17 aprile si vota per il referendum abrogativo che punta a fermare (anche prima dell’esaurimento del giacimento) gli impianti di trivellazioni petrolifere collocati entro 12 miglia marine dalle coste italiane.

L’iniziativa è promossa dai Comitati NoTriv e da nove regioni ed è sostenuta da un ampio arco di forze politiche e sindacali.

Anche la CUB-SALLCA ritiene importante il successo del SI al referendum e si impegnerà a diffonderne le ragioni tra le lavoratrici ed i lavoratori del settore.

In primo luogo, alleghiamo un vademecum esplicativo sul quesito referendario che invitiamo tutte/i a leggere con attenzione e diffondere quanto più possibile.

Altro materiale lo potete trovare sul sito:

http://www.notriv.com/ 

o alla pagina 

https://www.facebook.com/Coordinamento-Nazionale-No-Triv-1428315400765373/

Naturalmente sono attivi o stanno sorgendo in questi giorni anche molti comitati locali attraverso i quali si può ottenere materiale aggiuntivo e/o conoscere le iniziative a livello territoriale.