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VENERDI’ 25 OTTOBRE – SCIOPERO GENERALE

La CUB ha indetto, insieme ad altri sindacati di base, lo sciopero generale per l’intera giornata del 25 ottobre.

Le elezioni europee di maggio ed il cambio di governo in Italia di settembre hanno ridimensionato le aspettative di una rottura radicale del quadro politico.

Tuttavia il progetto europeo arranca ed i problemi strutturali restano irrisolti. La crisi morde anche il centro dell’eurozona e non bastano le politiche monetarie a tassi zero per fare ripartire il ciclo. L’ossessione per i parametri di Maastricht continua a mietere vittime, mentre servirebbero investimenti pubblici e privati, crescita salariale, espansione produttiva, piani per l’occupazione.

Il lavoro deve tornare al centro dell’agenda e solo le lotte possono conquistare il risultato: ottenere il cambiamento del modello produttivo e insieme ridurre le diseguaglianze sociali e salariali.

Anche nel settore finanziario, bancario, assicurativo dobbiamo riconquistare diritti e salario,arrestando la deriva verso la privatizzazione del welfare.

Lo sciopero è indetto con il rispetto dei preavvisi di legge e ricordiamo che tutti i lavoratori, anche aderenti ad altri sindacati, possono partecipare.

Saranno organizzate manifestazioni nelle principali città, di cui vi daremo dettaglio in una prossima mail a ridosso dello sciopero.

Nel volantino allegato (e riportato qui sotto) illustriamo le motivazioni e gli obiettivi dello sciopero. Buona lettura!

C.U.B.-S.A.L.L.C.A. Credito e Assicurazioni

 

Lo sciopero è indetto dalla CUB e da altri sindacati di base per cambiare in modo radicale la politica
economica del nuovo governo, che ripropone la linea dell’austerità imposta dall’Unione Europea, la stessa che ha prodotto crisi, recessione, sacrifici, disoccupazione, impoverimento.

Per evitare l’aumento dell’IVA il governo sta ipotecando una manovra di bilancio che non avrà alcun
carattere espansivo o anticiclico, a fronte di una situazione economica sempre più preoccupante per la crisidell’eurozona e i dazi commerciali imminenti: altro che crescita e sviluppo! Per i lavoratori c’è il rischio che tutto si riduca ad un’insignificante riduzione del cuneo fiscale, mentre le aziende avranno ingenti aiuti e risparmi contributivi.
Le risorse devono venire da una lotta vera all’evasione e da una patrimoniale seria.

Sono altresì a rischio, in futuro, anche le poche misure del governo precedente che, almeno sul piano
sociale, sembravano invertire la direzione di marcia: decreto dignità, reddito di cittadinanza, quota 100.
E’ ora di pretendere una svolta vera che porti a cambiamenti duraturi nelle politiche del lavoro:
– Forti aumenti salariali da esigere nei rinnovi contrattuali in corso;
– Cancellazione del Jobs Act e di tutti i provvedimenti che hanno precarizzato il lavoro;
– Riduzione dell’orario di lavoro per migliorare la qualità della vita e assorbire la disoccupazione;
– Cancellazione della Fornero e diritto alla pensione con 60 anni di età e 35 di contributi;
– Investimenti sul welfare e sui servizi per rendere casa, istruzione e sanità diritti sociali universali;
– Corposo piano di investimenti infrastrutturali per recuperare il territorio e riconvertire il modello
produttivo, secondo criteri di sostenibilità ambientale per energia e mobilità;
– Ripristinare la democrazia sindacale tramite una legge che imponga l’elezione dei rappresentanti e
restituisca parità di diritti sul luogo di lavoro a tutte le organizzazioni.

Nelle banche quest’occasione di mobilitazione deve affrontare i numerosi problemi della nostra categoria.
In primo luogo deve dare una scossa ad un rinnovo contrattuale che si trascina da mesi, con gravi ritardi,
incomprensibili diversivi e un distacco abissale tra lavoratori e sindacati trattanti. La trattativa deve portare a risultati economici tangibili, ma soprattutto a colmare la grande frattura che si è creata tra generazioni, dopo numerosi rinnovi che hanno penalizzato fortemente gli assunti più giovani.

In secondo luogo deve essere la dimostrazione visibile del forte scontento che vive la categoria per le
intollerabili pressioni commerciali che stanno deteriorando il clima di lavoro e che non hanno trovato argine in alcuno degli accordi firmati sinora.

In terzo luogo va usata anche per denunciare la politica di tagli, agli sportelli e agli organici, che stanno
desertificando interi territori, con impatti preoccupanti sul servizio, la clientela, l’occupazione.

C.U.B.-S.A.L.L.C.A. Credito e Assicurazioni

8 MARZO 2019: SCIOPERO GLOBALE

Per il terzo anno consecutivo, la rete internazionale delle donne NON UNA DI MENO si è mobilitata per una giornata di lotta a livello internazionale, in difesa dei diritti delle donne e contro la violenza.

La richiesta di indire lo sciopero nella giornata dell’8 marzo è stata accolta soltanto da parte dei sindacati di base.

Per noi non si tratta di un’occasione per omaggi eleganti, offerta di mimose, parole di condiscendenza e proclami politicamente corretti.

Noi preferiamo stare nella tradizione storica di una giornata proposta, nei primi anni del Novecento, sulla spinta delle prime rivendicazioni femminili socialiste, poi mitizzata nel ricordo di una strage (il rogo in una fabbrica di operaie tessili negli Usa del 1911 con 146 vittime) e infine scelta come data per ricordare l’inizio della rivoluzione russa (la manifestazione delle donne per il pane e per la pace dell’8 marzo 1917 a San Pietroburgo).

Preferiamo stare nella lotta delle donne, che dopo oltre 100 anni, si trovano ancora ad affrontare situazioni simili, in molte realtà produttive del capitalismo avanzato.

In Italia una donna su tre (tra i 16 e i 70 anni) è stata vittima della violenza di un uomo, quasi 7 milioni di donne hanno subito violenza fisica e sessuale, ogni anno vengono uccise circa 200 donne dal marito, dal fidanzato o da un ex. 420 mila donne hanno subito molestie e ricatti sessuali sul posto di lavoro. Meno della metà delle donne adulte è impiegata nel mercato del lavoro ufficiale, la discriminazione salariale va dal 20 al 40% a seconda delle professioni, un terzo delle lavoratrici lascia il lavoro a causa della maternità.

Lo sciopero è la risposta a tutte le forme di violenza che sistematicamente colpiscono la vita delle donne, in famiglia, sui posti di lavoro, per strada, dentro e fuori i confini.

Con la convinzione piena che non può esserci miglioramento duraturo, se non attraverso una lotta comune, di donne e uomini insieme, lavoratrici e lavoratori, senza distinzione di genere, per una radicale trasformazione del modello produttivo e della cultura dominante.

Invieremo un secondo messaggio con il dettaglio delle manifestazioni in programma per la giornata del “LOTTO MARZO”.

Non prendete appuntamenti… E LEGGETE ANCHE IL VOLANTINO ALLEGATO

Inoltre, si può scaricare un video prodotto da CUB Donne cliccando su questo link

https://youtu.be/O36ZCeJ-gCg

 

Carige per noi

SULLA VICENDA CARIGE, RITENIAMO UTILE PUBBLICARE UN CONTRIBUTO ALLA DISCUSSIONE DI CLAUDIO BETTARELLO, DEL DIRETTIVO NAZIONALE DELLA CUB-SALLCA.

In questi giorni, attorno alla vicenda Carige si sta alzando un gran polverone.

Sembra quasi che il punto principale, certo quello che appassiona di più, sia la misura del grado di continuità tra i provvedimenti annunciati dal governo gialloverde e quelli messi in campo dai precedenti esecutivi di centrosinistra.

I commentatori economici mainstream ironizzano perché la furia iconoclasta dei grillini nei confronti dei banchieri si sarebbe rivelata l’ennesima eresia a scadenza elettorale; il PD, attraverso il ghigno di Renzi, chiede addirittura le scuse ufficiali; il governo (ed i 5stelle in particolare) provano a fare spallucce sparando la solita bordata di frasi ad effetto. Del resto, quando si costruiscono spettacolari fortune politiche in un certo modo è davvero difficile non pensare che, appena possibile, gli avversari ti rendano pan per focaccia.

Ma anche “a sinistra” siamo messi piuttosto male se si osservano i commenti e gli slogan che sui social ricevono i maggiori consensi. Naturalmente è del tutto comprensibile la voglia di mettere alla berlina un governo complessivamente indecoroso e democraticamente pericoloso ma per questo forse sarebbe sufficiente la fulminante ironia del post “Comunque vi avevamo chiesto di salvare una barca. Una baRca, con la R.

La mia opinione è che oggi (ripeto oggi) sia del tutto prematuro esprimere un giudizio ponderato sulla politica bancaria del nuovo Governo (ricordiamoci che siamo di fronte a pallisti seriali di nuova generazione) e ancor di più valutare se le modalità di intervento in Carige segnino una continuità non solo formale ma sostanziale con le politiche a guida PD. Nel merito siamo ancora in una fase interlocutoria e, comunque, tra le due esperienze esistono vistose asimmetrie che rendono difficile istruire un paragone.

Il centrosinistra, come noto, porta sulle proprie spalle la maggior parte della responsabilità politica e storica per quello che è oggi il sistema bancario italiano.

Sin dagli inizi degli anni novanta è stato l’alfiere dei processi di integrale ed affrettata privatizzazione del settore, il sostenitore convinto di tutte le direttive europee in materia (che certo non hanno avuto un impatto neutro sui diversi sistemi nazionali), il difensore interessato delle autorità di controllo spesso distratte e talvolta colluse. Tra i banchieri ha sempre annoverato moltissimi amici e se ne è sempre ricordato.

Per limitarci ad analizzare un pochino più approfonditamente la fase nella quale tuttora ci troviamo (quella apertasi nel 2015 quando l’onda lunga della crisi globale del 2008-09 e le conseguenze delle politiche austeritarie europee iniziano a colpire pesantemente il sistema bancario italiano) i governi Renzi-Gentiloni si sono trovati ad affrontare un’impressionante serie di crisi aziendali oltre tutto all’interno di un contesto sistemico di elevata fragilità.

Lo hanno fatto accumulando molti errori di valutazione e gravi ritardi e cercando di utilizzare, alternativamente o in collegamento, tutti gli strumenti a loro disposizione in un quadro di regole europee che non si voleva (poteva) mettere in discussione.

A fine 2015 si comincia con la “risoluzione” di Banca Etruria, Banca Marche, Carichieti e Cariferrara attraverso una complessa operazione che prevedeva anche il recepimento accelerato ed improvviso, nel nostro paese, della normativa sul bail-in. La scelta si rivela disastrosa soprattutto per il crollo di fiducia che determina nei confronti dell’intero sistema creditizio e che colpisce prioritariamente, aggravandone la situazione, le banche già più deboli.

Nei mesi successivi, sempre cercando soluzioni più o meno “di mercato”, si creano originali strumenti di sistema (basati su capitali privati) ma si impiegano anche fiumi di risorse pubbliche per provare a stabilizzare (invano) la situazione di Popolare Vicenza, Veneto Banca e, soprattutto, Monte dei Paschi.

Alla fine per le due banche venete arriva il “cavaliere bianco” (Intesa Sanpaolo) che, in cambio di garanzie e lauti finanziamenti, ne rileva solo le parti sane. Un’operazione da manuale in materia di socializzazione delle perdite e privatizzazione dei profitti.

E apro una breve parentesi per sottolineare come in tutti questi casi (più in altri minori) nessuna delle banche “in crisi” sia stata effettivamente “salvata”: in poco tempo di loro non è restata traccia alcuna. Si dovrebbe parlare semmai di “liquidazione ordinata”. E anche per quanto concerne i posti di lavoro (ma non c’è tempo per parlarne in questa sede) è tutta da fare una valutazione obbiettiva sulla percentuale di quelli effettivamente salvaguardati.

Tornando alla cronaca, l’ultima partita (quella più rilevante e anche più dolorosa visto che si gioca più che mai “in casa” del centrosinistra) si chiude, dopo molti ritardi, con l’intervento pubblico diretto e la conseguente nazionalizzazione (e salvataggio) del Monte dei Paschi; una conclusione però che arriva più “per contrarietà” che per convinzione e senza alcuna volontà politica di sperimentare una gestione “diversa”.

Come ho già detto in passato “Finché il ruolo del Pubblico rimane emergenziale e sussidiario poco cambia, a ben vedere, nel cedere subito ad Intesa il cuore sano delle due banche venete o farlo tra dieci anni per quello di MPS a vantaggio di qualche fondo d’investimento internazionale o di qualche banca cinese (tanto per dire).”

A differenza di questa lunga (e chiarissima) storia, il governo gialloverde si trova invece a dover affrontare la sua prima crisi bancaria ed a doverlo fare in un contesto che presenta anche una significativa novità.

Carige è infatti la prima banca italiana a manifestare gravi difficoltà gestionali dopo essere passata sotto la sorveglianza diretta della BCE in base ai meccanismi previsti dall’Unione Bancaria. Non appena ne ha avuto l’occasione, la vigilanza europea si è mossa con tempestività commissariandola ma, nel contempo, confermando sul ponte di comando i due principali manager da tempo alla ricerca di “soluzioni di mercato”. Una chiara “indicazione” al governo italiano di quale fosse la direzione da intraprendere e l’urgenza del farlo.

Da questo punto di vista, al di là delle facili ironie, il fatto che ci siano voluti solo pochi minuti per approvare il decreto “salvacarige” non mi sembra certo un fatto negativo visto che mai come in questi casi il tempo è davvero denaro.

Le caratteristiche del provvedimento sono ormai note ed è inutile tornarci sopra nel dettaglio. Emerge abbastanza chiaramente la volontà di preannunciare la possibile messa in campo di una pluralità di strumenti e di significative risorse finanziarie con la finalità di stabilizzare la situazione della banca nel breve periodo frenando, per quanto possibile, la fuga dei depositi.

Se a ciò si aggiunge la disponibilità di SGA a rilevare un significativo pacchetto di crediti deteriorati e l’impegno del governo a supportare i commissari nella ricerca di una (difficile) soluzione interna o in quella di un possibile acquirente mi sembra che l’armamentario sia completo.

Sono gli stessi strumenti utilizzati di volta in volta o nel loro insieme dagli ultimi governi di centrosinistra? Certo, del resto non è mica facile inventarsene di altri. Il decreto è una scopiazzatura di quello Gentiloni su MPS? Probabile, ma non mi sembra una questione centrale al di là delle polemiche su coerenza e dintorni.

Quello che si può dire è che, al momento, siamo di fronte all’apertura di un ventaglio di possibili soluzioni molto ampio, all’interno del quale ci sono certo quelle più apprezzate dai Mercati e più favorevoli ai banchieri che dovessero farsi avanti ma anche quelle che nel nostro campo riteniamo essere più positive per l’interesse pubblico quali la nazionalizzazione.
Occorre quindi attendere.

Nel nostro metro di giudizio una cosa dev’essere chiara e mi pare che sia stata ben sintetizzata nel pur stringato comunicato di Rifondazione Comunista dove si afferma che: “Se si metteranno soldi pubblici, lo stato deve entrare nel capitale azionario, e avere un peso diretto nella gestione della banca, tutelando in primis il risparmio e l’occupazione degli oltre 4000 lavoratrici e lavoratori”. Come abbiamo già detto più volte non è una cosa di per se sufficiente a garantire una svolta ma è quanto meno un passaggio necessario.

Questo, naturalmente, se si è tutti d’accordo che la banca vada “salvata” e non si pensi invece che l’elemento di continuità deteriore con il centrosinistra (o con il centrodestra) consista nel solo tentativo di farlo. E’ un dubbio che in questi giorni mi ha assalito spesso e penso che sul punto sia davvero necessario fare chiarezza.

In primo luogo, i comunisti sono sempre stati (ovviamente e giustamente) a fianco di chi lotta per la difesa dei propri posti di lavoro (e di una capacità produttiva) che si tratti di una fabbrica metalmeccanica di 300 operai e impiegati o di una società di servizi di 50 precari.

In questi casi si finisce sempre per sollecitare l’intervento degli enti locali o dello stato. Quando le cose vanno particolarmente male ci si accontenterebbe anche dell’acquisizione da parte di un concorrente più solido o dell’arrivo di un qualche serio padrone straniero, cinese o americano che fosse.

Da questo punto di vista sarebbe davvero incomprensibile che non si ritenga positivo, senza remora alcuna, il tentativo di salvare una banca che occupa più di 4mila persone (oltre all’indotto che anche in questi casi non è trascurabile).

Ma c’è ovviamente di più. Dovrebbe essere risaputo che una banca non è una fabbrica di caramelle (concetto che si ritrova anche nel vecchio motto secondo cui il banchiere è un mestiere troppo delicato per lasciarlo in mano ai privati).

Soprattutto quando ragioniamo di aziende con forte concentrazione regionale (come è il caso di Carige) si creano con il territorio reticoli di relazioni tali che un fallimento non può che avere gravissime ripercussioni sull’economia locale (nel caso poi già duramente provata).

E, naturalmente, ci sono pure i depositanti che certamente sono parzialmente tutelati, sino a 100mila euro a testa, dal Fondo di Garanzia (strumento peraltro gestito dai perfidi banchieri e mai sperimentato su così larga scala) ma ai quali, comunque, non mi sento di augurare di trovarsi di fronte ad uno sportello sbarrato quando volessero prelevare 100€ dal proprio conto.

Chiarito questo punto, io penso che in una vicenda del genere il compito di una forza comunista ed anticapitalista (e dei suoi militanti più preparati) dovrebbe essere quello di provare a spostare l’attenzione popolare dai siparietti politici e dai tecnicismi vari verso due questioni centrali che, se comprese, possono consentirci di fare dei passi avanti nella ricostruzione di una critica e di un’opposizione di massa al sistema attuale.

La prima concerne l’accertamento delle cause e delle responsabilità della crisi di un’azienda come Carige; la seconda verte sul che cosa dovrebbe/potrebbe fare una banca “nazionalizzata”. Naturalmente su entrambi i temi mi limito solo ad alcuni accenni.

Dal primo punto di vista la vicenda Carige (500 anni di storia e prima cassa di risparmio ad essere quotata in borsa nel 1995) è davvero emblematica, un po’ come quella del Monte Paschi. Ripercorrendola si trova di tutto. Gli equilibri imposti dal processo di privatizzazione all’italiana con il pubblico che deve lasciare spazio ai nuovi manager privati; la voracità e infine le malefatte dei piccoli capitalisti nostrani; gli intrallazzi con la politica (qui in primis di centrodestra); i prestiti agli amici degli amici; la folle corsa all’acquisizione di sportelli dei primi anni duemila alimentata dal mondo del business finanziario; il ruolo compromissorio e decadente della Fondazione (che nel 2013 possedeva ancora oltre il 46% del capitale) ma che non può reggere i successivi ripetuti aumenti di capitale (anche imposti dalle regole europee); la debolezza dei soliti manager riciclati alla bisogna e tanto altro ancora.

Sul dominus Berneschi, che ha guidato la banca per vent’anni, è sufficiente riportare (come fa Marco Bersani nel suo recente articolo “Quando la banca chiama non c’è Governo che non accorra”) un passaggio delle motivazioni della sentenza con cui il Tribunale di Genova lo ha condannato assieme al suo braccio destro Menconi, rispettivamente a 8 e 7 anni di reclusione. Vi si legge infatti: “ … Il maggiore gruppo bancario ligure è stato condotto al progressivo depauperamento attraverso un minuzioso e costante disegno truffaldino, architettato da un comitato d’affari occulto, che come obiettivo aveva unicamente l’arricchimento personale. Un vero e proprio gruppo criminale che sfruttava le proprie posizioni apicali, aveva appoggi internazionali e si appoggiava sistematicamente su paradisi fiscali e banche offshore”.

Da vecchio perfido sindacalista mi limito solo ad aggiungere che Berneschi era talmente stimato non solo dalla politica e dalla curia ma dagli stessi suoi colleghi da fare pure una bella carriera in ABI. Era infatti uno dei vice del presidente Mussari (suo degno compare, distruttore di Monte Paschi) quando nel 2012 i banchieri imposero ai bancari (mal difesi) uno dei peggiori rinnovi contrattuali nella storia della categoria, chiedendo loro ulteriori pesanti sacrifici nell’interesse supremo (e comune) del rilancio del settore e del paese. Amen.

Ancora più importante, secondo me, è aprire una discussione sulla seconda questione, il che fare oggi di una banca commerciale sotto controllo statale. Fallimenti e ruberie delle gestioni private hanno infatti riaperto uno spazio nel contesto neoliberista e la possibilità di un ragionamento sul ruolo della finanza pubblica a partire dal quale occorrerebbe saper incalzare (e contestare) il governo gialloverde.

Marco Bersani nell’articolo già citato (e che pure non condivido integralmente) conclude correttamente così: “Ma oltre a tutto quanto detto sopra, resta una considerazione di fondo: quando si inizierà ad accompagnare ai salvataggi con soldi pubblici delle banche private, una strategia politica che rimetta il sistema bancario e finanziario dentro l’interesse generale e il controllo democratico e popolare?”

Interloquisce indirettamente un passaggio di un comunicato sulla vicenda Carige della Cub-Sallca, il sindacato di base dei bancari: “Una banca pubblica dovrebbe caratterizzarsi per un diverso modello di banca, che sia davvero utile alla collettività, che conceda credito a chi lo merita, che tuteli i risparmi dei clienti e non li saccheggi, dove il ruolo del bancario abbia un contenuto professionale qualificato, di reale consulenza al servizio dell’utenza e non sia quello di piazzista”.

Come ho già avuto modo di affermare in relazione alla vicenda MPS, ritengo che alcune coordinate d’azione possono essere individuate nella definizione di un “patto strategico” (tra azienda, lavoratori, sindacati e clienti) finalizzato alla cessazione delle pressioni commerciali e della vendita di prodotti inadeguati; nella conseguente ridefinizione della gamma di offerta (in primo luogo per quanto concerne i prodotti di risparmio e di tutela); nell’utilizzo preferenziale della banca pubblica per la canalizzazione dell’attività di Cassa Depositi e Prestiti e del flusso di finanziamenti agevolati di matrice nazionale o europea.

Tornando a Carige, spero sia stata definitivamente accantonata l’idea un po’ balzana che fosse MPS ad acquisirla. Ciò non toglie che, nel caso di nazionalizzazione, una regia pubblica (degna di questo nome) potrebbe facilmente individuare, nell’immediato futuro, interventi di razionalizzazione delle reti (sono due banche a radicamento territoriale contiguo) e messa a fattor comune di servizi che potrebbero aiutare entrambi i gruppi a risollevarsi.
Fermo restando che, a quel punto, gli utili resterebbero pubblici.

Torino, 10 gennaio 2019

Claudio Bettarello

SCIOPERO GENERALE DEL 26 OTTOBRE 2018

DA CUB SALLCA
A ISCRITTI/E, LAVORATORI/TRICI DI BANCHE E ASSICURAZIONI

Ricordiamo che i sindacati di base, tra cui la CUB, hanno indetto uno sciopero generale per l’intera giornata di venerdì 26 ottobre.
La piattaforma rivendicativa integrale è scaricabile dal sito www.cub.it (clicca QUI)
mentre il volantino di categoria è reperibile su questo sito (clicca QUI).
QUI trovate invece la locandina nazionale.

Per il settore del credito lo sciopero è indetto con regolare preavviso, in osservanza della normativa di legge in vigore.

Invitiamo ad aderire allo sciopero anche come risposta, nel nostro settore, al degrado complessivo delle condizioni di lavoro ed alle insostenibili pressioni commerciali che stanno subendo i lavoratori, in un clima aziendale sempre più deteriorato dalla smodata ricerca di utili dei piani industriali in corso di esecuzione.

Ribadiamo che allo sciopero, indetto dai soli sindacati di base, possono partecipare TUTTI I LAVORATORI e che compete alle aziende esporre i preavvisi. La mancata ottemperanza a questo obbligo è responsabilità delle aziende e non pregiudica il diritto ad aderire allo sciopero da parte dei lavoratori.

Vi segnaliamo le principali manifestazioni organizzate nella giornata di sciopero dalle organizzazioni sindacali aderenti:

Milano – Largo Cairoli – concentramento ore 9,30

Torino – Porta Nuova – concentramento ore 9,30

Firenze – Largo Annigoni – concentramento ore 9,30

Roma – Piazza Montecitorio – concentramento ore 9,00

Napoli – Piazza Mancini – concentramento ore 10,00

Taranto – Piazzale Democrate – concentramento ore 10,00

Palermo – Piazza Vittorio Veneto (Statua) Via Libertà – ore 9,30

26 10 2018 Sciopero Generale Sindacati di Base

 

Le principali sigle sindacali di base hanno indetto unitariamente uno sciopero per l’intera giornata del 26 ottobre 2018.

La piattaforma (versione completa sul sito www.cub.it) riprende i principali temi che sono al centro dell’iniziativa dei lavoratori in questi anni di pesante arretramento dei diritti e delle condizioni contrattuali nei vari settori.

In primo piano la richiesta di un consistente recupero salariale, a partire dai prossimi rinnovi contrattuali (tra cui quello del credito); la difesa del welfare pubblico; la riduzione di orario; il ritorno a pensioni decenti come limiti di età, contributi e importo degli assegni; il ripristino della democrazia sindacale; il rigetto degli accordi vigenti su contrattazione e rappresentanza; il rafforzamento di norme su salute e sicurezza; la salvaguardia del territorio e la bonifica dei siti inquinati; la difesa e lo sviluppo dell’occupazione stabile di qualità; la guerra alla guerra.

Nel settore del credito, investito da trasformazioni profonde sul piano tecnologico e organizzativo, occorre insistere sul controllo degli orari di lavoro effettivi (per evitare evasione fiscale e contributiva) e sulla prevenzione dello stress lavoro correlato (fortemente legato alle abnormi pressioni commerciali che i lavoratori subiscono).

Partecipare allo sciopero è il modo più efficace per esprimere il proprio disagio lavorativo in un clima aziendale sempre più esasperante.

Comunicheremo successivamente luoghi e orari delle manifestazioni.

 

CUB-SALLCA

 

Un autunno caldo ci attende?

DA CUB-SALLCA
A ISCRITTI/E E LAVORATORI/TRICI DI TORINO E PROVINCIA

Dopo le elezioni del 4 marzo, abbiamo assistito ad un lungo negoziato, che ha alla fine portato alla formazione di un nuovo governo, con l’inedita alleanza Lega-M5S.

La fase convulsa che ne ha accompagnato la nascita ha riportato in evidenza il problema dello “spread”, innescando una minacciosa esplosione di crisi di fiducia nel nostro debito sovrano. E’ tornata una calma apparente solo quando i “tecnici” del nuovo governo hanno garantito continuità con il passato e prudenza nella gestione dei conti. Per i lavoratori può significare che non cambierà nulla: le grandi aspettative espresse nella bocciatura elettorale delle politiche austeritarie rischiano di andare deluse. Intanto sale una violenta marea razzista e xenofoba che coagula in tutta Europa le forze più retrive.

Per cominciare a ragionare sul nuovo quadro politico e le misure concrete che l’esecutivo varerà con la manovra d’autunno abbiamo organizzato

un’assemblea a Torino, in Via Lombroso 16, Mercoledì 27 giugno, alle ore 20,30.

Vi invitiamo alla massima partecipazione.

COMMENTO SCIOPERO GENERALE E LINK CONVEGNO EUROPA BANCHE

DA CUB SALLCA

A ISCRITTE/I DI BANCHE E ASSICURAZIONI

Si è svolto il 27 ottobre lo sciopero generale dei sindacati di base, di cui diamo conto nel volantino allegato. Ringraziamo tutti coloro che hanno partecipato, provocando chiusure parziali o totali di punti operativi. E’ stata una bella giornata di lotta, nonostante i tentativi (alcuni ridicoli, altri dannosi) che in vario modo hanno cercato di ostacolarne la riuscita. Nelle banche non sono mancati i responsabili aziendali che hanno tentato di mettere in dubbio la legittimità dello sciopero. Ricordiamo ancora una volta che lo sciopero è un diritto dei lavoratori, che può essere esercitato da tutti e non solo dagli iscritti alle organizzazioni che l’hanno indetto; che viene preavvisato sempre a nostra cura con il rispetto delle previsioni di legge e degli accordi di settore; che è compito delle aziende esporre il preavviso al pubblico con congruo anticipo.

Passando a cose più serie, è stata grave la decisione del Ministro Graziano Delrio, che ha ridotto d’autorità la durata dello sciopero nel settore trasporti da 24 ore a sole 4 ore. Ancora una volta è stato violato il diritto di sciopero, ricorrendo ad una forzatura giuridica.

Altri due fatti gravi e importanti si erano verificati nei giorni precedenti: la Corte Costituzionale aveva rigettato i ricorsi legali dei pensionati per i mancati adeguamenti al costo della vita, stabilendo il principio che i vincoli di bilancio (definiti da lor signori) vengono prima dei diritti.

Inoltre l’Istat, nel pieno del dibattito sull’età per il pensionamento, aveva fatto il “miracolo” di riallungare la vita degli italiani, dopo che, due anni fa, il rapporto di Osservasalute aveva rilevato, per la prima volta, una riduzione della speranza di vita.

Tutto si tiene quando si tratta di prolungare le politiche d’austerità che continuano a prostrare l’economia e la società. Ne abbiamo parlato nel convegno del 6 ottobre su “Euro e banche” di cui è possibileoraconsultare i video:

https://youtu.be/H9fu4-c7Xuo

https://youtu.be/C7XlqZEsz5E

https://youtu.be/TfZBK6BsGMA

27 OTTOBRE: SCIOPERO GENERALE

Lo sciopero generale indetto per venerdì 27 ottobre da molte Organizzazioni Sindacali di Base, tra cui la C.U.B., riveste una particolare importanza per tutto il mondo del lavoro in Italia. Vuole essere una giornata di lotta che riporta in campo il conflitto, che non è uno strumento del passato, obsoleto ed inefficace, ma l’unico modo che abbiamo per difendere e far valere i nostri interessi. Vogliono farci credere che lottare sia inutile, che dobbiamo rassegnarci all’insicurezza, alla paura, alla precarietà, alle decisioni altrui, al dispotismo delle aziende, alla subalternità dei sindacati collaborativi, alla mancanza di democrazia sindacale, alle leggi che reprimono gli scioperi, all’assenza di alternative.

Invece scioperando noi diciamo che vogliamo un futuro diverso, stipendi più alti, pensioni decenti, vite lavorative più brevi, contratti di lavoro più stabili, orari ridotti, modelli di sviluppo espansivi e sostenibili. Anche in banca è ora di dire basta e chiedere una svolta: ritornare ad assumere e sostituire gli esodati (senza i contratti “ibridi”); eliminare le pressioni commerciali; alzare gli stipendi, in particolare del personale più giovane; ripristinare livelli di servizio adeguati, riprendere a fare credito all’economia reale, che non è certo mettere un camper sportello nelle zone terremotate (questa è solo pubblicità).

Impegnarsi tutti per una buona riuscita dello sciopero significa anche ribadire il ruolo centrale che devono avere gli interessi dei lavoratori in un settore investito dalla crisi, che dovrà affrontare a breve un CCNL delicato e impegnativo. Alleghiamo il nostro volantino che espone in modo analitico le ragioni dello sciopero.

RESET G7

Dal 26 settembre al 1^ ottobre i ministri di Italia, Francia, Germania, Stati Uniti, Canada, Giappone e Regno Unito si riuniranno alla Reggia di Venaria per discutere ufficialmente di scienza, industria e lavoro, ma in realtà per proseguire nel progetto politico che prevede lo smantellamento totale dei diritti dei lavoratori, la compressione dei salari, la polverizzazione del welfare e dei servizi sociali e previdenziali. Lo sviluppo tecnologico nel modello economico dominante diventa uno strumento per aumentare i profitti e contemporaneamente ridurre gli occupati. Il governo italiano persegue questa politica in obbedienza ai diktat europei e la attua da tempo tramite leggi che svuotano i diritti del lavoro (Fornero, Jobs Act), impoveriscono lo stato sociale e i servizi pubblici (“buona scuola”, riduzione dell’assistenza sanitaria, tagli alle pensioni e allungamento dell’età pensionabile), stravolgono i cardini democratici e costituzionali (obbligo del pareggio di bilancio, riforma della Costituzione – sonoramente bocciata dal Referendum popolare del 4 dicembre 2016). Il G7 Lavoro si svolge a Torino (anzi a Venaria, per paura di proteste): un’area metropolitana che dopo aver subito 100 anni di sfruttamento industriale è ora avviata ad una complicata trasformazione, che implica anche desertificazione produttiva e marginalizzazione sociale di massa. A Torino la Fiat si sta ritirando da ogni impegno produttivo, mentre le istituzioni pubbliche sono gravate da debiti mostruosi, che possono portare al dissesto. Intanto servizi e investimenti rappresentano occasione di appalti e di saccheggio da parte di consorzi e gruppi economici, che propongono contratti di lavoro in cui tutto (orari, turni, preavviso di chiamata, ferie, permessi) è aleatorio e in cui l’unica cosa certa per il lavoratore è l’obbligo a rimanere sempre e comunque “a disposizione”, ringraziando per il tozzo di pane guadagnato. Qui si utilizzano i trasferimenti a centinaia di chilometri di distanza come arma di ricatto per fare accettare sconvolgimenti di orari e sottrazione di diritti, oppure si impongono ai lavoratori come “incentivo” all’esodo. La più sfrenata “flessibilità” in mano ai padroni non frena affatto la chiusura di fabbriche e uffici, ma anzi la incentiva e la rende logica e naturale. Contro tutto questo il sindacalismo di base organizza un corteo dei lavoratori Venerdì 29 settembre con partenza alle ore 17.30 da Porta Palazzo (Corso Giulio Cesare – Ex stazione Torino Ceres) in direzione Giardini di Via Montanaro (Barriera di Milano)

C.U.B.-S.A.L.L.C.A. Credito e Assicurazioni

SINDACATINI, SINDACATONI E ATTACCO AL DIRITTO DI SCIOPERO

DA SEGRETERIA NAZIONALE CUB SALLCA
A iscritti/e, lavoratrici e lavoratori

Il recente sciopero nel settore dei trasporti ha provocato reazioni isteriche da parte di alcuni personaggi politici, che meritano una nostra riflessione .

Per parlare di diritto di sciopero potremmo partire dal settore che conosciamo meglio, quello bancario. Cominciamo col dire che anche da noi va avviata una procedura di “raffreddamento” che dura in tutto una ventina di giorni, va dato il preavviso dieci giorni prima (ma le aziende possono anche decidere di non mettere i cartelli) e spesso la controparte neppure si presenta in sede di conciliazione. Insomma, gli obblighi sono solo per noi.

Ma quali diritti dell’utenza devono essere tutelati? Il settore bancario venne inserito a suo tempo tra quelli nei quali deve essere garantito il servizio minimo essenziale, costituito, nel nostro caso, dal pagamento di stipendi e pensioni e dai mezzi di sussistenza  per le persone.

In origine,  nelle giornate di sciopero, doveva essere garantita la presenza di una cassa funzionante per i prelievi, appunto, di pensioni e stipendi. Poi si è passati alla formulazione attuale: i bancari non possono scioperare di mercoledi, giorno di franchigia per qualsivoglia tipo di astensione dalla prestazione lavorativa. Nel frattempo le banche ci hanno spiegato in tutti i modi che i clienti vanno (o devono andare) su Internet, usano il cellulare ed il bancomat e perciò hanno cominciato a chiudere filiali e sportelli di cassa. Ma il mercoledi si continua a non poter scioperare (ed a fare ogni tipo di operazione)…

Tutto questo dimostra che la legislazione sullo sciopero, lungi dal tutelare l’utenza, serve solo a ostacolare l’esercizio di questo diritto che, evidentemente, continua ancora a dare molto fastidio a lor signori.

Questa ampia premessa serve a presentare le nostre valutazioni sull’attuale, stucchevole, dibattito scatenato dal (riuscito) sciopero dei trasporti del 16 giugno indetto dal sindacalismo di base, tra cui la nostra confederazione.

Il settore dei trasporti è stato uno dei più penalizzati dalle politiche antipopolari dei governi che si sono succeduti negli ultimi anni. Ci sono stati tagli, privatizzazioni, mancanza di manutenzione dei mezzi, continui attacchi ai diritti dei lavoratori e degli utenti. La vicenda Alitalia è poi emblematica della volontà delle oligarchie europee di distruggere la compagnia di bandiera italiana per favorire  pochi gruppi (devono restarne solo tre: British Airwais, Air France, Lufthansa), impresa favorita dalla sudditanza di politici italiani imbelli e da manager incapaci (o forse capaci proprio di raggiungere l’obiettivo del fallimento). Una cosa è certa: l’unico fattore a non portare responsabilità per il disastro è il costo del lavoro, notevolmente più basso di quello dei principali competitori e persino di molte compagnie low cost.

A fronte di questa situazione, i soliti politici (con la complicità della segretaria della Cisl, Furlan) non hanno trovato di meglio che gridare allo scandalo e chiedere nuovi restringimenti del diritto di sciopero. Tra gli argomenti surreali utilizzati spicca quello per cui non dovrebbe essere consentito di indire scioperi a sindacati scarsamente rappresentativi: ma se un sindacato non è rappresentativo lo sciopero dovrebbe fallire, al contrario, se riesce, forse chi l’ha indetto non è così poco rappresentativo.

Geniale come sempre il presidente del consiglio ombra, Renzi, che ha tuonato contro gli scioperi di venerdi. Forse gli sfugge che chi lavora nei trasporti, turnando, lavora anche il sabato e la domenica, per cui la sua maliziosa osservazione è malposta, fermo restando che chi sciopera non viene pagato, quindi potrà pure scegliere quando non lavorare.

Resta il fatto che il ministro Delrio (si veda il sito www.cub.it) ha tentato di chiedere il rinvio dello sciopero ai sindacati promotori, che hanno risposto chiedendo al governo un incontro urgente al quale nessuno ha mai risposto. Insomma, tagliano, privatizzano, negano diritti, rifiutano di parlarci e poi ci chiedono anche di essere responsabili !! In allegato anche il comunicato della nostra confederazione