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I servizi bancari ed assicurativi non sono essenziali in modo indistinto in un momento di emergenza

(comunicato del 23 marzo – Lettera a Conte/Speranza)

Dopo aver sentito il premier Conte annunciare l’ulteriore stretta per l’emergenza coronavirus (che peraltro non soddisfa il mondo del lavoro e già ci sono scioperi spontanei nel settore industriale) e dichiarare che “sono garantiti i servizi bancari, assicurativi e finanziari”, abbiamo sentito il dovere di scrivere anche noi al governo, inviando una pec urgente

 

Al Presidente del Consiglio Giuseppe Conte.
Al Ministro della Salute Roberto Speranza.

Le reiterate dichiarazioni del Presidente del Consiglio che, anche dopo aver deciso la chiusura di tutte le attività non indispensabili, confermavano che “verranno garantiti i servizi bancari, assicurativi e finanziari”, contraddicono le affermazioni relative all’emergenza della fase attuale.

Ogni giorno ci giungono notizie di filiali di banca, con casi di positività al coronavirus, che vengono chiuse per azioni di sanificazione e con i dipendenti posti in quarantena.

Non possiamo condividere l’idea che i servizi bancari, assicurativi e finanziari siano considerati tout court servizio pubblico essenziale.

Il settore assicurativo non è neppure compreso tra le attività soggette a limitazione del diritto di sciopero.

Nel settore bancario la prestazione garantita dalla normativa sul diritto di sciopero si limita all’apertura di un giorno alla settimana, il mercoledì.

Peraltro è singolare che oggi si invochi il servizio pubblico essenziale dopo che da anni viene tollerata la politica dei gruppi bancari tesa a chiudere filiali (anche nei piccoli centri dove l’offerta di servizi bancari scarseggia) e postazioni di cassa (che, come diremo, sono quelle più necessarie in questo momento agli sportelli).

Oltretutto le dichiarazioni del Presidente del Consiglio vengono sbrigativamente interpretate dai mezzi d’informazione con notizie tipo “gli sportelli bancari e postali funzioneranno normalmente”.

Questo è tanto più grave perché così si favoriscono assembramenti dei clienti fuori dagli sportelli, creando nuove situazioni di pericolo.

Ma gli sportelli non funzionano “regolarmente”.

Molte banche hanno già deciso di ridurre gli orari ed il numero di dipendenti presenti.

Il settore bancario venne sottoposto alla regolamentazione del diritto di sciopero, in origine, solo per il pagamento di stipendi e pensioni. Da allora la crescita dei canali alternativi ha reso la disposizione anacronistica. Oltre che per una piccola quota di operazioni che non possono essere svolte con i canali alternativi (oltretutto in calo per la stretta alle attività produttive), la presenza dell’operatore di sportello, in questo momento di emergenza (perché in periodi ordinari restiamo convinti che il cliente debba avere tutta l’assistenza possibile) è indispensabile solo per quella quota di clientela anziana che non possiede bancomat e operatività on line o che, pur avendoli,  non ha parenti e familiari in grado di aiutarli nel loro utilizzo.

Ne consegue che ci uniamo alla richiesta, già avanzata dai sindacati firmatari del contratto di categoria, per chiedere la chiusura temporanea delle filiali bancarie, garantendo la gestione regolare dei bancomat ed eventuali “finestre” di operatività

limitate alle tipologie di operazioni ricordate.

Il governo potrebbe ulteriormente contribuire a ridurre il numero di operazioni indispensabili. Ad esempio, nel momento in cui varie attività commerciali ed  artigiane sono chiuse, servirebbe un provvedimento di proroga della scadenza delle cambiali.

Più in generale i servizi bancari ed assicurativi  possono comunque continuare a funzionare garantendo a tutti i lavoratori non allo sportello di lavorare da casa (esistono ancora margini per facilitare lo smart working) e limitando i trasferimenti per andare al lavoro.

Restiamo a disposizione per eventuali chiarimenti.

Distinti saluti

Segreteria Nazionale Cub Sallca

Facciamo il punto sull’emergenza coronavirus

(comunicato del 19 marzo)

La trattativa dei sindacati firmatari con Abi per la chiusura delle filiali si è conclusa con un nulla di fatto.

Abi ha invocato il servizio di pubblica utilità ed i sindacati firmatari hanno rivolto un appello al premier Conte per sbloccare la situazione.

In attesa di deliberazioni del governo (che sarebbero urgenti, a partire dalle regioni più colpite come la Lombardia) riteniamo che si debbano rivendicare questi punti:

Massimo utilizzo del lavoro da casa anche utilizzando i pc personali con VPN.

Stante le difficoltà a procurare mascherine a norma, installazione immediata nelle filiali di divisori in plexiglas sia per le postazioni di cassa, sia per le scrivanie. Vista la previsione di una durata non breve della pandemia in corso, reiteriamo la richiesta alle aziende di organizzarsi per dotare i lavoratori di mascherine protettive adeguate.

Restano ferme le disposizioni che limitano gli accessi nelle filiali alle operazioni urgenti che non possono essere effettuate con i canali alternativi.

Limitazioni alla mobilità dei lavoratori, consentendo trasferimenti temporanei per chi effettua spostamenti disagevoli e/o con mezzi pubblici

Segnalazioni agli RSPP e medici competenti di tutte le situazioni di potenziale pericolo.

Segnaliamo che in Intesa Sanpaolo l’azienda ha deciso di concedere ulteriori 6 giorni di ferie ai lavoratori delle filiali e che svolgono attività che non permettono il ricorso allo smart working (fruibili dopo la fine della pandemia).

Riteniamo, infine, di fare cosa utile allegando un riepilogo delle misure più interessanti per i lavoratori e le lavoratrici contenute nel Decreto Cura Italia.

La Segreteria CUB-SALLCA

E’ ora di chiudere le filiali

DA CUB SALLCA
A iscritti/e, lavoratrici e lavoratori
(comunicato 11 marzo)

Come abbiamo già scritto, le banche affrontano l’emergenza coronavirus in ordine sparso.

Le decisioni di alcune banche di lavorare col 50% di organico a giorni alterni nelle filiali medio grandi (in Intesa Sanpaolo con almeno 12, in Ubi 10 addetti) e chiusura pomeridiana rappresenta un ulteriore passo in avanti verso quello che stiamo chiedendo da lunedi scorso: la chiusura delle filiali (ed anche delle sedi).

Non è certo compito nostro valutare le misure più idonee per combattere il coronavirus, ma nel momento in cui si chiudono scuole, teatri, cinema, stadi, si incrementa il lavoro da casa (e lì ci sono ancora margini di miglioramento) e si dice alla popolazione di non uscire, non si capisce perché le filiali delle banche debbano restare aperte.

Persino l’anacronistica normativa (da noi sempre contestata) sul diritto di sciopero nel settore, prevede l’apertura un giorno alla settimana per i servizi essenziali.

Auspichiamo, quindi, che si arrivi alla soluzione che noi auspichiamo (purtroppo, perché significa che la situazione sta peggiorando)

Nel frattempo, ricordiamo a chi maneggia valori che l’OMS ha dichiarato che i contanti possono veicolare il virus, non tanto perché provochino infezione toccandoli, ma perché poi si può avere un contatto involontario con bocca, naso e occhi.

E siccome la BCE ha dichiarato che non ci sono problemi….usate i guanti di lattice. Anche se le aziende non li passano possiamo fare lo sforzo di prenderli per conto nostro.

Ai gestori e consulenti ricordiamo che, nel momento in cui il governo invita a non uscire da casa, appare piuttosto singolare che i bancari telefonino ai clienti per invitarli ad appuntamenti commerciali.

Per problemi e criticità suggeriamo di scrivere ai responsabili del Servizio Prevenzione e Protezione e della Tutela Aziendale, nonché ai medici competenti.

TUTELARE I LAVORATORI AI TEMPI DEL CORONAVIRUS

(comunicato dell’8 marzo)

L’ulteriore aggravamento della diffusione dell’epidemia da coronavirus peggiora le difficoltà quotidiane con cui fanno i conti tutti i lavoratori.

Anche le lavoratrici e i lavoratori delle banche affrontano problemi seri, che attengono a salute e sicurezza, da una parte, e alla gestione delle problematiche familiari, dall’altra.

Le aziende hanno sinora adottato provvedimenti e diramato disposizioni in ordine sparso, creando non poca confusione.

L’aumento delle zone sottoposte a restrizioni impone la chiusura delle filiali e delle sedi che lì si trovano, come peraltro chiesto, in modo un po’ involuto, dagli altri sindacati all’Abi.

Per il resto, abbiamo fatto interventi specifici su singole banche, mentre vogliamo qui ribadire alcuni concetti generali, che riguardano l’intero settore e che saranno da aggiornare in base all’evolvere della situazione.

Oltre al dovere di applicazione delle misure adottate dalle autorità competenti, va ribadita la responsabilità delle aziende nella salvaguardia della salute e della sicurezza dei propri dipendenti.

Fino a quando si renderà necessario, urge dare priorità alle esigenze di chi lavora, anziché alle strategie commerciali per la realizzazione dei budget.

Nell’allegato le misure che a nostro avviso andrebbero adottate per rispondere ai bisogni immediati dei colleghi in questa fase.

Scriveteci per segnalarci problemi e criticità.

 

CUB-SALLCA

 

Ccnl credito, meno trionfalismi, più analisi serie

A breve partiranno le assemblee sul Ccnl del credito, precedute da articoli di stampa che, riprendendo le veline dei sindacati firmatari, esaltano l’intesa e raccontano che tutto va bene.

Ci spiace dovervi dire che la realtà è molto meno entusiasmante di quanto vi raccontino, come potrete leggere nel nostro commento allegato (anche in versione 2 pagine per chi volesse stamparlo più agevolmente).

I soldi sono meno di quanto possa apparire (nulla per il 2019, terza tranche di aumenti solo alla fine del 2022, proroga del blocco del TFR per altri 4 anni).

Viene “sanata” la questione del salario d’ingresso (introdotto nel 2012 e finanziato per il pregresso con l’uso del Fondo per l’occupazione), ma si peggiorano le tutele contro i trasferimenti passivi e non si ottiene nulla di concreto sul diritto alla reintegra in caso di licenziamento illegittimo.

Soprattutto non cambia niente per le martellanti pressioni commerciali, né per il penoso clima aziendale che esse producono.

Non c’è alcuna strategia per la riduzione d’orario o per un modello di banca che inverta la tendenza alla chiusura massiccia di sportelli e distruzione di posti di lavoro. Anzi, con la proroga del F.O.C., prosegue l’anomalia di un meccanismo che dovrebbe creare occupazione aumentando, di fatto, l’orario di lavoro.

Lo scarto tra i diritti perduti nel 2012 e le poche e parziali “riconquiste” di questa tornata è troppo ampio, a nostro avviso, per poter approvare l’accordo. Troppe le questioni aperte che il contratto avrebbe dovuto affrontare e restano invece irrisolte.

Invitiamo lavoratori e lavoratrici ad uno sforzo straordinario per approfondire gli argomenti toccati dal rinnovo contrattuale, a partecipare alle assemblee con la necessaria preparazione e discutere a fondo di tematiche che toccano il vissuto quotidiano di ciascuno, che sappiamo essere tutt’altro che facile.

E’ più che mai necessaria una svolta decisa e la costruzione di un forte sindacalismo di base, per una reale alternativa sindacale, che cambi in profondità le attuali condizioni lavorative.

CUB-SALLCA

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FIRMATA L’IPOTESI DI ACCORDO PER IL RINNOVO DEL CCNL BANCARI

IL COMUNICATO DELLA SEGRETERIA NAZIONALE DELLA CUB-SALLCA

 

E’ stata firmata in data odierna l’ipotesi d’accordo per il rinnovo del contratto dei bancari.

Il testo andrà analizzato in modo approfondito, ma un commento a caldo si impone, data anche la solita roboante girandola di giudizi esaltanti e sproloqui retorici che in queste occasioni si sprecano. Pochi punti danno il senso dell’operazione di rinnovo:

1) l’aumento medio a regime di 190 euro mensili è scaglionato in tre anni, a partire dal 1/1/2020;

2) non c’è alcun recupero per l’intero 2019;

3) il contratto slitta di un anno, fino al 31/12/2022;

4) non viene ripristinata la base di calcolo per il TFR, che secondo gli stessi conteggi dei sindacati, da solo fa risparmiare alle aziende 690 euro medi a dipendente all’anno;

5) non ci sono novità certe per quanto riguarda il ripristino dell’art. 18 sulla norma relativa ai licenziamenti;

6) l’abbattimento della riduzione per il salario d’ingresso degli assunti già in servizio grava sul Fondo per l’Occupazione, cioè in fin dei conti sui contributi versati dai lavoratori con maggior tempo lavorato.

 

Detto questo per correttezza di informazione, vanno riconosciuti e valorizzati quei punti normativi che rappresentano oggettivi passi in avanti per la difesa degli interessi non solo economici dei lavoratori. Un giudizio complessivo affrettato non potrebbe che basarsi su ragionamenti sommari, mentre invece merita di prendere le mosse da un’attenta lettura dell’articolato contrattuale, che potrà avvenire con tempi adeguati, visto che le assemblee partiranno solo tra qualche settimana.

BANCHE: LA MAPPA DELLE CRISI ED IL CASO UNICREDIT

 

Il sistema bancario italiano continua ad essere investito da crisi cicliche che ne mettono a dura prova stabilità ed equilibrio. Mentre a livello nazionale si chiude il rinnovo del contratto, scaduto da un anno, con modalità che definire opache è un eufemismo, continuano a riproporsi crisi e vicende aziendali caratterizzate da forti difficoltà.

Il caso Carige sembra avviarsi verso una possibile soluzione, dopo l’assemblea dei soci di settembre, l’accordo sindacale da 1.200 esodi di novembre ed il recente aumento di capitale da 800 milioni di euro, che ha aperto la strada al ritorno delle contrattazioni in borsa ed il passaggio alla nuova gestione della Cassa Centrale Banca e del Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi.

Un’altra vicenda drammatica è quella della Banca Popolare di Bari, che è stata commissariata da Banca d’Italia il 13 dicembre, con l’esigenza di ricapitalizzare per almeno un miliardo di euro, con il prevedibile concorso di Mediocredito Centrale e (nuovamente) del Fondo Interbancario. Un caso che è subito diventato anche un caso politico, perchè richiama in causa la questione dei salvataggi bancari, così come sono stati attuati in Italia dopo l’introduzione del bail-in e poi con la nazionalizzazione del Monte Paschi, la rottamazione delle banche venete a cura di Intesa Sanpaolo e per ultima la soluzione già citata del caso Carige, con un forte intervento statale.

La varietà dei governi non ha impedito l’adozione di provvedimenti simili, se non addirittura copiati, in mezzo a polemiche accese e spesso strumentali, che non hanno portato alcun elemento di chiarezza rispetto al ruolo pubblico nella gestione delle banche “fallite”: la nazionalizzazione MPS è restata alla fine la classica socializzazione delle perdite, mentre le banche “private” che sono intervenute per rilevare le banche decotte hanno incassato lauti contributi statali, presto trasformati in distribuzione di dividendi agli azionisti.

Ora siamo però, con il caso Unicredit, ad un punto di svolta che impone serie riflessioni sul futuro del “business” bancario e le annesse conseguenze sul lavoro impiegato nel settore. Con la presentazione del piano industriale 2020-2023 la banca ha gettato la maschera, confermando sostanzialmente le voci che correvano sin dall’estate scorsa: 8.000 esuberi, di cui 5.500 in Italia, e chiusura di 500 filiali di cui 450 in Italia.

Non si tratta, come negli altri casi citati, di un’azienda in crisi: nei primi nove mesi del 2019 la banca ha fatto 3.3 miliardi di euro di utile. Non si tratta di una banchetta locale investita da eventi imprevisti: parliamo di un colosso presente in 17 paesi, con 84.600 dipendenti e 4.500 filiali, che produce i suoi ricavi per il 47% in Italia, per il 21% in Germania, per il 10% in Austria e per il 22% nell’Europa dell’Est. E’ un’azienda che sin dai tempi di Alessandro Profumo ha basato la sua strategia su un modello di espansione paneuropea, realizzata con previsioni sbagliate, aspettative deluse, errori gestionali gravi.

L’esplosione della crisi finanziaria del 2008 ha fatto giustizia di progetti poco ponderati e costretto tutte le banche a fare i conti con la realtà. Unicredit ha dovuto dare corso ad aumenti di capitale corposi (l’ultimo, nel 2017, da ben 13 miliardi di euro) e nello stesso tempo battere in ritirata, vendendo tutti i migliori gioielli di famiglia (BankPekao, Fineco, Pioneer, Mediobanca) ed uscire dalle zone disastrate (Ucraina, Turchia).

Non resta molto su cui fare affidamento, le previsioni sul contesto economico sono molto conservative e prudenti (oseremmo dire realistiche). Nel nuovo piano Team 23 i tassi vengono visti molto bassi (Euribor – 0,50% fino al 2022 e poi – 0,40% nel 2023) e questo per una banca è un problema serio. Anche le altre componenti di ricavo (le commissioni sul gestito, le negoziazioni in proprio) vengono viste in stallo o addirittura in calo. Come si fa allora a garantire agli azionisti un adeguato ritorno sul capitale investito, se non c’è neanche più la possibilità o la convenienza di ulteriori fusioni e quindi nuove economie di scala?

Restano com’è ovvio soltanto i tagli lineari al personale e la chiusura degli sportelli! Tagliare sui costi per difendere gli utili, questo diventa il mantra di Unicredit per i prossimi 4 anni…

Certo non si tratta di una vera e propria novità: dal 2007 ad oggi la banca ha già fatto a meno di 22.000 addetti e si è liberata di altri 3.000 con cessioni ed esternalizzazioni. Tuttavia non sfugge a nessuno il salto di qualità, nell’adottare un piano che esplicitamente si propone di tutelare solo gli interessi degli azionisti e rompe con la retorica dominante che di solito parla in difesa di tutti gli “stake-holders”.

Obiettivo dichiarato è infatti quello di generare 16 miliardi di euro di nuovo capitale e distribuirne metà ai soci (6 miliardi tramite dividendi cash e 2 miliardi tramite buy-back delle azioni), mentre l’altra metà andrebbe al rafforzamento patrimoniale per soddisfare i requisiti regolamentari.

Un miliardo di euro dovrebbe provenire dal taglio del personale, con oneri di ristrutturazione che per la gran parte sarebbero concentrati in Italia e spesati già nel 2020.

Il costo del personale subirebbe in questo modo un vero e proprio tracollo: il totale degli stipendi pagati passerebbe da 6.423 milioni del 2018 ai 5.844 del 2023, mentre invece il rapporto costi/ricavi risulterebbe in calo di oltre tre punti già alla fine del 2021, scendendo dal 58,5% al 55,1%. Un bel caso di contenimento dei costi sulla pelle dei lavoratori…

Per gli azionisti invece si profilerebbe un bell’incremento di redditività, perché il dividendo distribuito per azione passerebbe da 0,27 euro del 2018 a 0,94 nel 2023, con una stabilizzazione del tasso di rendimento del capitale quantificabile nel 6,6% annuo. Non stupisce quindi che gli analisti e i gestori di fondi abbiano valutato molto positivamente il piano Team 23, dandogli un titolo adeguato: “da un comune caso di ristrutturazione si passa ad una storia molto attraente di distribuzione di capitale”.

I sindacati del settore hanno definito “irricevibile” il piano Unicredit e persino Landini, il segretario generale della CGIL, ha invitato l’azienda a “rivedere” il suo piano. Anche la politica ha alzato i toni, sollevando critiche alla gestione del CEO francese (ex-parà) Jean Pierre Mustier, arrivando anche a ipotizzare un disimpegno dall’Italia in vista di una fusione paneuropea che invece Unicredit ha escluso.

Intanto esistono ragionevoli dubbi che la massa di esuberi dichiarati possa essere gestita con il normale ricorso al Fondo di settore, vista la mole degli sfoltimenti già realizzata nel recente passato con il coinvolgimento “volontario” di tutti i colleghi che avevano i requisiti anagrafici e previdenziali per poter accedere al Fondo.

Ma anche se così fosse e quindi nessuno fosse costretto a farsi male, resta la questione della legittimità a tagliare l’organico per un’azienda che realizza ingenti profitti e che non mette sul piatto alcuna assunzione compensativa rispetto ad un piano draconiano.

Perché i sindacati non provano a ricostruire la mappa degli organici, analizzando filiale per filiale, ufficio per ufficio, per ogni posto di lavoro che si vuole sopprimere, la reale necessità di personale per fornire un servizio adeguato e lavorare in condizioni dignitose?

Non sarebbe opportuno contrattare un rapporto fisso tra “esuberi” e nuove assunzioni, anziché accettare la posizione della controparte che unilateralmente decide quanti posti distruggere?

Se ci sono nel nostro Paese 160 tavoli di crisi aperti, con il rischio di perdere centinaia di migliaia di posti di lavoro, legati in qualche modo a crisi aziendali “oggettive”, perché dovremmo permettere una riduzione di organico ed il conseguente calo della base occupazionale, solo perché Unicredit vuole incrementare i profitti per gli azionisti? Non sarebbe il caso di farne una questione di principio e provare ad opporsi, resistere, difendersi?

Una lotta dura può anche diventare una sconfitta, ma chi non lotta ha già perso in partenza…

C.U.B.-S.A.L.L.C.A. Credito e Assicurazioni

Costruiamo insieme l’alternativa sindacale, iscriviti alla Cub Sallca

Sono passati 20 anni da quando nel settore bancario nasceva il sindacato di base Cub Sallca.

Le ragioni che ci avevano indotto a creare un’alternativa ai sindacati esistenti restano più che mai attuali.

Se allora polemizzavamo contro una linea sindacale troppo cedevole, che aveva portato al disastro del rinnovo contrattuale del 1999, oggi non sapremmo nemmeno più cosa contestare, visto che una linea sindacale (parliamo di chi siede al tavolo di trattativa) semplicemente non c’è più.

A livello aziendale una conferma di quanto stiamo dicendo è apparsa evidente sui temi degli inquadramenti e dei sistemi premianti. L’azienda fa quello che vuole, avanza lei le proposte ed i sindacati al tavolo si limitano a chiedere qualche correzione e poi firmano.

A livello di categoria, dopo il disastro del ’99, piattaforme apparentemente allettanti per i lavoratori vengono abbandonate e la discussione avviene sulle proposte dell’Abi. La strategia è quella del “contenimento del danno”, che però nel 2012 non ha funzionato, portando a pesanti arretramenti, come il calcolo su base limitata del TFR e gli orari estesi.

Lo stesso rinnovo in corso procede in modo altalenante (si vedano i nostri ultimi comunicati)

L’unica cosa che i sindacati firmatari possono effettivamente vantare è la fuoruscita di decine di migliaia di lavoratori con piani di esodo relativamente “morbidi”, cui fa da contraltare il pesante degrado delle condizioni lavorative di chi ha la sfortuna di restare in azienda.

Riteniamo che si debba reagire a questo stato di cose: per farlo serve la volontà dei lavoratori di rafforzare l’unica alternativa sindacale oggi esistente.

Passa dalla tua parte, iscriviti alla Cub Sallca, collabora con noi per cambiare lo stato di cose esistente.

CCNL ED ESUBERI UNICREDIT, LA COMMEDIA NON E’ DIVERTENTE.

 

Il secondo round di incontri sul ccnl, il 18 luglio,  è ruotato intorno al tema della digitalizzazione. Un tema dichiarato fondamentale nella piattaforma dei sindacati FTTN (firma tutto, tratta nulla), al punto da dedicargli circa 10 righe e rivendicare la creazione di una commissione mista.

In effetti la contesa si è accesa attorno all’appassionante dibattito se sia meglio un “osservatorio” (come suggerito dall’Abi) o una “cabina di regia” (come rivendicato dai SindacAbi). Trapela ottimismo sulla possibilità di trovare un accordo, come ipotizzato da First Cisl,  con la creazione di un organismo bilaterale….

Ma mentre le parti si aggiornavano al terzo incontro, esplodeva la notizia dei 10.000 esuberi che potrebbero essere dichiarati col prossimo piano industriale di Unicredit.

Si tratta di una voce, per ora priva di conferme e di dettagli, che ha scatenato le immediate reazioni dei sindacati  FTTN: “pronti a fare a cazzotti” ruggisce Sileoni della Fabi. “Il dottor Mustier deve sapere che contro quest’atto la Fisac  farà le barricate e per lui sarà un nuovo Vietnam”, incalza Calcagni.

Tutti potranno ricordare il livello di conflittualità che, sia a livello generale, sia a livello aziendale, questi sindacati hanno garantito in questi anni, per cui queste “sparate” non possono che provocare fragorose risate, ma c’è poco da ridere.

Andranno valutate attentamente le intenzioni di Unicredit quando queste verranno dettagliate, ma certamente una notizia del genere rischia di condizionare pesantemente il rinnovo del ccnl e di offrire una facile via di fuga ai nostri aspiranti “pugili”: mica si può chiedere la luna in presenza di rilevanti esuberi nel settore”.

Verificheremo quindi la strumentalità di questa fuga di notizie. Quello che si può osservare da subito è che i prodi manager di Unicredit, dai temerari ed ambiziosi progetti di acquisizioni clamorose in terra teutonica, sono passati in fretta ai più rassicuranti approdi dell’evergreen rappresentato dai tagli dei costi. Complimenti per la fantasia.

Il 30 luglio il terzo incontro per il CCNL non si è tenuto, ma L’Abi ha trasmesso un documento, ancora sul  tema delle nuove tecnologie, proponendo la creazione di un comitato bilaterale e paritetico.

I sindacAbi condividono l’idea ma non la sua realizzazione. L’appassionante dibattito proseguirà dopo la pausa estiva, il 23 settembre.

A parte le battute, su questo argomento i sindacati FTTN vogliono impedire “fughe in avanti” delle singole aziende con accordi di secondo livello fuori dalle regole nazionali. Forse un tentativo tardivo di impedire idee creative come quella di Intesa Sanpaolo, dove  sono partiti i contratti “misti”, con la figura ibrida di lavoratori part time che, nei giorni in cui non sono dipendenti, fanno i promotori a partita iva?? Però qualcuno a livello aziendale la firma l’ha messa a questa genialata!

Buone ferie a tutti/e.

Segreteria Nazionale CUB-SALLCA

RINNOVO CONTRATTO BANCARI: SI PARTE CON LE SLIDES, UN CLASSICO…

Il primo incontro tra la parti, avvenuto il 3 luglio, si è tradotto nella presentazione da parte di ABI del quadro economico finanziario che fa da cornice al rinnovo. Nelle parole del capo delegazione Poloni: “ABI ha presentato oggi un aggiornamento e approfondimento dello scenario economico di riferimento, attuale e prospettico, all’interno del quale le banche si posizionano in modo diversificato”. In altre parole, ci sembra di capire, alcune banche sono ben messe e potrebbero pagare aumenti di rilievo, ma il grosso del settore è ancora, o sarà presto di nuovo, in seria difficoltà, quindi concederemo qualcosa con molta prudenza…

Per intuire il contenuto del documento ABI, visto che le slides non sono state diffuse, dobbiamo basarci sul resoconto del Sole 24 Ore e sulle dichiarazioni pubbliche dei dirigenti sindacali presenti. Il Sole 24 Ore, citando Prometeia, aggiorna le previsioni sugli utili bancari del biennio 2019-2020: si scende da 28 miliardi a poco più di 20 miliardi. Sono 7,6 miliardi in meno, rispetto al dato di maggio 2018, una visione molto più realistica rispetto a piani industriali campati per aria…

In un video la Uilca rivela che il documento parte dalla contrazione del commercio internazionale, passa per la descrizione del basso tasso di crescita dell’economia e arriva alla poco brillante situazione del settore. Settore investito da nuovi competitori, attanagliato da una bassa domanda di credito, regolato da normative europee sfavorevoli e sbilanciato sul sostegno alle necessità finanziarie del settore pubblico: la previsione è di un futuro “nuvoloso”.

La Fabi, per bocca di Sileoni, fa leva su questo quadro poco ottimistico per sostenere che l’unico investimento da fare, nel contesto dato, è quello sul fattore lavoro e quindi arriva alla conclusione che la richiesta economica presentata (200 euro al mese in media) è persino insufficiente per remunerare correttamente i lavoratori.

Colombani, segretario First Cisl, sottolinea l’innegabile aumento di produttività registrato nel settore, dove sono diminuiti gli addetti, ma sono saliti i volumi e quindi i ricavi e gli utili pro-capite.

Le dichiarazioni della Fisac assumono toni ancora più battaglieri, puntando alla difesa di interessi più generali. Dopo aver ricordato che la logica dei numeri, proposta da ABI, tende a far dimenticare “che ci sono lavoratori giovani e residenti nelle grandi città che faticano ad arrivare alla fine del mese”, la Fisac punta alto: “Per noi, lo ricordiamo, la questione è relativa alla redistribuzione della ricchezza rispetto alla remunerazione dei capitali finanziari che le banche impavidamente e spavaldamente assicurano ai propri azionisti”.

Infine, con formulazione leggermente sgrammaticata, Calcagni accenna addirittura all’alleanza tra lavoratori, consumatori e risparmiatori: “Mi auguro che ABI riesca a comprendere le nostre richieste elaborando un messaggio positivo per il Paese tutto, che complessivamente lo ricordiamo, conta decine di milioni di risparmiatori. Viceversa tutto il sindacato unirà le proprie forze affianco a clienti e i consumatori per farlo capire ad ABI”.

Sembrerebbero esserci i presupposti per un rinnovo che vola alto.

O sarà solo retorica per caricare le truppe?

Nel prossimo incontro, previsto per il 18 luglio, si dovrebbe cominciare ad entrare nel merito delle richieste. Probabilmente saremo ancora fermi alla melina di inizio partita, ma non potrà durare così a lungo…

CUB-SALLCA Segreteria Nazionale

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