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Monte dei Paschi: la carota delle parole, il bastone dei fatti

Se la realtà fosse costituita dalle parole, i dipendenti del Monte dei Paschi di Siena non avrebbero eguali tra tutti i lavoratori, in termini di considerazione da parte dei vertici aziendali. A loro è stato più volte riconosciuto il grande merito di avere permesso alla banca di navigare nei mari tempestosi che conosciamo.

Ma la realtà, purtroppo, ha il brutto vizio di non riuscire ad adeguarsi al vestito che le parole le cuciono addosso. Per quanto il miglior sarto si prodighi nell’occultarne le vere forme, queste rimangono tali.

E’ così che, dagli strappi di quel vestito fatto di parole piene di gratitudine, encomio, riconoscimento, è fuoriuscito un vecchio e nodoso bastone.

Una prima cucitura è saltata con la proposta di introdurre, in via sperimentale, l’utilizzo del badge. I passaggi registrati non saranno solo ad inizio e fine giornata. Ma anche quelli intermedi.

Quei lavoratori che nell’eloquio aziendale sono quasi degli eroi, vanno controllati nei loro movimenti, minuto per minuto. Perché? I sindacati firmatari, che potrebbero essere interessati a porre questo quesito, non sono dello stesso avviso, evidentemente.

Una seconda cucitura si è lacerata attraverso le modalità utilizzate per “convincere” i colleghi ad aderire all’esodo volontario. E’ stata adottata la forma più raffinata delle relazioni aziendali: la minaccia. A chi lasciava intendere una mancata adesione, è stato prospettato un trasferimento in luoghi disagiati e logisticamente difficili da raggiungere.

Anni infernali, quelli vissuti dai lavoratori del Monte dei Paschi, che hanno lasciato, in molti di loro, segni profondi. Esaurimenti o vere e proprie depressioni, vissute spesso in silenzio.

Assume quindi un valore beffardo l’invio di lettere di revoca della franchigia relativa alla presentazione di certificato medico per i primi tre giorni di malattia. Il comunicato unitario dei sindacati firmatari, pur evidenziando l’odiosità di una misura che colpisce, nella quasi totalità, dipendenti che rientrano al lavoro prima del previsto per senso di responsabilità, non va oltre la blanda richiesta di aumentare il periodo di riferimento del monitoraggio a due anni, senza nemmeno provare ad argomentare che la regola della franchigia non ha impedito lo sviluppo della banca e che nessun nesso, a meno che non si voglia mistificare completamente la realtà, è mai esistito tra questioni attinenti la quantità e la qualità del lavoro dei dipendenti del Monte dei Paschi e le sabbie mobili in cui esso si è impantanato. Dunque perché, adesso, divengono centrali aspetti concernenti il controllo della forza lavoro?

Come noto, la totale assenza di democrazia sindacale nel settore bancario ha pesato fortemente sulla perdita di diritti e salario dei lavoratori, nel periodo apertosi con la privatizzazione del sistema creditizio. Adesso però risulta arduo non vedere la trasformazione delle organizzazioni sindacali firmatarie in enti para-aziendali, organicamente integrati nell’esecuzione della governance dettata dal management.

Un fulgido esempio ce lo offre un punto dell’accordo sui prepensionamenti, nella parte che prevede un finanziamento della banca per i lavoratori esodati, nel caso in cui una legge intervenga nel frattempo, modificando i requisiti di accesso alla pensione. Una sorta di anticipo pensionistico oneroso, analogo a quello realizzato dal governo. Vale la pena ricordare, visti i tempi che viviamo, che la pensione è salario differito. Far pagare un interesse, sul proprio salario, che non si riesce a percepire, nell’ipotesi che una norma di legge varata dai rappresentanti politici del capitale, ne posticipi il godimento pur dopo 42, 43 o più anni di lavoro, è un’infamia che si traduce nella cessione di pezzi di quel salario alla rendita finanziaria.

Anche in questo caso i sindacati firmatutto non hanno nulla da eccepire sull’introduzione perniciosa del principio. Chiedono solo che il tasso d’interesse, previsto al 4,50%, venga…ridotto.

Quello a cui si assiste al Monte dei Paschi è un avvitamento autoritario, repressivo, che configura una forte regressione nei rapporti capitale-lavoro. E questo proprio nel momento in cui quel capitale diviene sostanzialmente pubblico, con il Ministero dell’Economia e delle Finanze assurto ad azionista di riferimento. Una nazionalizzazione finora accompagnata da forme di attacco ai diritti e alla dignità dei lavoratori, che nulla di buono lascia presagire. Ma su questo aspetto, la nazionalizzazione e le possibili azioni dei lavoratori che facciano perno su di essa, ritorneremo. La nostra voce non si spegnerà. Ma per farla pesare, abbiamo bisogno del vostro sostegno.

 

C.U.B.-S.A.L.L.C.A. Gruppo MPS

Brevi considerazioni sugli “esodi” al Monte Paschi

DA CUB SALLCA GRUPPO MPS
a iscritti/e lavoratrici e lavoratori

La firma dell’accordo per l’accesso al Fondo di 1200 colleghi, come quota per il 2017 dell’attuazione del Piano di Ristrutturazione 2017-2021, si presta ad alcune considerazioni

E’ evidente che la situazione di crisi di MPS non dipende dai lavoratori, ma dalle scelte sciagurate del management. E’ peraltro noto che in questo paese chi sbaglia, stando in alto, non paga mai ed infatti il prezzo degli errori è stato pagato dai lavoratori, con accordi che hanno azzerato il contratto integrativo e portato all’esternalizzazione di un migliaio di lavoratori (su questo torneremo).
Un esodo su base volontaria, quindi, non è certo la peggior sciagura capitata finora ai lavoratori di MPS. Eppure un dettaglio fastidioso (per usare un eufemismo) c’è anche qui. Laddove si ipotizza un eventuale cambiamento delle regole pensionistiche durante la permanenza nel fondo (allungamento dell’età pensionabile), l’accordo prevede un generico impegno delle Parti a reincontrarsi, ma, nel frattempo, si offre ai lavoratori in difficoltà l’opportunità di accedere ad un prestito, fino al raggiungimento della pensione, al modico tasso del 4,50% (si veda allegato). Davvero una condizione di maggior favore ai dipendenti nell’epoca dei tassi negativi!

Sempre nell’accordo, si cita “l’importanza di un coinvolgimento attivo del Sindacato”. Vista questa generosa disponibilità aziendale, perchè non utilizzarla, come primo gesto, per discutere del reintegro degli oltre 1.000 dipendenti esternalizzati in Fruendo di cui parlavamo all’inizio?
Un obiettivo che sanerebbe un’operazione illegittima (come già stabilito da numerose sentenze di secondo grado), porrebbe fine al trascinarsi del contenzioso legale, soprattutto ribadirebbe un principio che i sindacati dovrebbero sempre tenere come stella polare del loro operato, l’unità del processo produttivo, contro ogni tentativo di spezzettarlo in modo strumentale.

BANCHE VENETE E MONTE PASCHI: CRONACHE DI UNA MORTE ANNUNCIATA

Alla fine è avvenuto quello che era largamente prevedibile: le banche venete sono fallite e sono state azzerate, il Monte dei Paschi di Siena è stato nazionalizzato con la procedura di risoluzione e lo stato si fa carico di un disastro senza precedenti.

I venti miliardi stanziati a fine anno per risolvere i casi disperati saranno utilizzati a piene mani per prevenire una crisi di tipo sistemico che avrebbe potuto assumere dimensioni disastrose. Paghiamo anni d’inerzia e d’ipocrisia, di mancanza di controlli, di complicità politiche e storture istituzionali, di latitanza dei sindacati trattanti e di vincoli giuridici assurdi.

Lo Stato e quindi noi, come contribuenti, pagheremo il costo più salato (non meno di 12-15 miliardi), mentre come dipendenti bancari, ancora noi,  saremo tutti chiamati a contribuire al risanamento tramite la sopportazione di tagli di costo che devono ancora essere quantificati.

Proviamo a ricostruire come si è arrivati a questa tragica conclusione e quale futuro ci attende per i prossimi mesi.

La crisi delle banche italiane è emersa con ritardo, rispetto al panorama internazionale. Subito dopo l’esplosione del caso Lehman, le banche più grandi del mondo erano così esposte ai derivati e ai  mutui subprime da dover fare massiccio ricorso a ricapitalizzazioni statali per restare a galla.

Mentre esaltavano le virtù del mercato e del privato, i grandi colossi della finanza venivano salvati con risorse e garanzie pubbliche, usate per comprare i loro titoli tossici ed evitare un crollo generale. Superato il guado, sono tornate puntualmente le pratiche speculative precedenti, i bonus ai super manager e la prassi delle “porte girevoli”, fino al prossimo giro di giostra…

Come si ricorderà, le banche italiane disdegnarono gli aiuti pubblici, vantando solidità inesistenti derivanti dal proprio modello di business, ancorato al finanziamento dell’economia reale. Chi, come MPS, aveva appena comprato a prezzi stratosferici una banca destinata a svalutarsi nel breve, tentò di camuffare la realtà attraverso derivati leggendari (Alexandria, Santorini, ecc.).

In questo ha pesato anche la dottrina ideologica imperante: mai più lo stato nelle banche, basta lasciare i privati liberi di agire ed ogni problema si risolve in automatico!

Un primo segnale di allarme arrivò con il 2011: la crisi dello spread fece emergere che i bilanci bancari, pieni di titoli di stato in picchiata, non erano poi così solidi di fronte a shock “esogeni”. Ma arrivò Draghi alla BCE e varò prima l’LTRE (che fornì alle banche dell’area euro enorme liquidità a tasso zero, per ricomprare i BTP e   titoli simili a prezzi infimi), e poi il Quantitative Easing che riuscì a riportare in alto proprio i prezzi dei titoli in portafoglio. Scampato pericolo!

Intanto il governo italiano prestava qualche aiutino: nel 2013 la rivalutazione delle quote in Banca d’Italia, una nuova disciplina fiscale degli ammortamenti per smaltire le perdite in bilancio in cinque anni anziché diciotto, procedure più rapide per escutere le garanzie sui crediti finiti mali.

Fino alla fine del 2015 sembrava che tutto questo fosse bastato. Persino la borsa italiana (piena zeppa di titoli bancari e finanziari) ci credette e l’anno finì con un +13.9%, l’indice migliore tra quelli dei paesi avanzati. Ma le cose belle sono destinate a finire presto.

Tra il 2013 ed il 2014 era accaduto qualcosa di travolgente. Sulla spinta dei paesi “core” dell’Unione Europea, che avevano già risolto prima i loro casini bancari con capitali e garanzie pubbliche, si era arrivati all’approvazione della direttiva sul bail-in, cioè il divieto di affrontare e risolvere le crisi bancarie con il concorso di risorse pubbliche. L’intento era quello di impedire ai paesi “lassisti” di salvare i risparmiatori a spese dei bilanci statali: il risultato pratico è stato quello di innescare una miccia in grado di attivare una bomba ad orologeria, che è puntualmente arrivata ad esplodere nell’arco di pochissimo tempo.

La normativa sul bail-in viene applicata in Italia per la prima volta con la risoluzione delle banche del centro, nel novembre 2015. Per valutare i crediti deteriorati viene applicato un parametro sorprendentemente basso: il 17%. Se questo parametro venisse applicato a tutte le banche italiane, i trecentosessanta miliardi di sofferenze lorde, o gli ottantacinque miliardi di sofferenze nette, varrebbero molto meno di quanto sia correntemente contabilizzato nei bilanci ufficiali: l’effetto sul patrimonio e sulle quotazioni azionarie è devastante. Nell’arco di poche settimane il valore di borsa delle banche italiane scende di cinquanta miliardi di euro!

Siamo di fronte ad un brusco risveglio: dalla crisi Lehman il Pil italiano è già sceso del 10% ed il prodotto manifatturiero di circa il 25%. Le banche hanno reagito con una contrazione del credito, che non le ha però esentate da una crescita spaventosa di crediti incagliati, crediti dubbi e sofferenze conclamate.

L’abbattimento dei tassi da parte della BCE ha peraltro inferto un colpo durissimo al margine d’interesse, la storica componente principale dei ricavi bancari: l’effetto congiunto dei tassi zero e delle sofferenze a palla ha incrinato definitivamente l’equilibrio fragile su cui poggiavano le banche. Chi non aveva spalle abbastanza larghe, cioè canali di raccolta a basso costo e struttura dei ricavi orientata alla gestione del risparmio, è entrato nella fase della lotta per la sopravvivenza. La crisi di fiducia e la fuga dei depositi dalle banche percepite come “a rischio” ha fatto il resto e precipitato gli avvenimenti.

Il Monte dei Paschi non ha trovato soci privati per il suo aumento di capitale nel 2016, né partner bancari che se la siano sentita di assumerne attività e passività: l’intervento dello Stato al 70% è diventato, obtorto collo, l’unica via.

Per le banche venete è stata adottata una soluzione diversa: parte sana a Intesa Sanpaolo per un euro, bad-bank e cause legali allo Stato. Adesso colti ed incliti gridano allo scandalo, ma nessuno è stato in grado di proporre alternative concrete.

ISP assume nel proprio perimetro cinquanta miliardi di raccolta da garantire e 11.000 lavoratori che avrebbero rischiato moltissimo. I termini sono noti e la trattativa ha già prodotto un primo accordo: 1.000 esodi dalle ex banche venete, su base volontaria e senza incentivi. Saranno coinvolti tutti i dipendenti, dirigenti esclusi, che maturano i requisiti pensionistici entro il 2024 (7 anni). A latere: “superamento” della contrattazione integrativa aziendale, fatti salvi in via transitoria alcuni punti cardine (assistenza sanitaria, previdenza complementare, ticket pasto, condizioni agevolate, ecc.).

Più avanti si comincerà a discutere di taglio dei costi e si porrà il grave problema della mobilità territoriale, inevitabile conseguenza del piano di sostanziale azzeramento della rete distributiva delle ex-banche venete, cui si aggiunge la “razionalizzazione” della rete ISP. Oltre 600 filiali da chiudere non lasciano grandi margini di speranza in regioni di forte insediamento come il nord-est, ma anche Toscana, Puglia o Sicilia non saranno esentate.

A traguardo raggiunto, cioè acquisito il consenso dei primi 1.000 esodandi, partirà la procedura per almeno altri 3.000 dal perimetro ISP, appartenenti ad un bacino che ricomprende 6.500 lavoratori/trici (in questo caso dirigenti inclusi, con requisiti in maturazione entro il 2022). Per gli uni e per gli altri verranno utilizzate risorse pubbliche, con rifinanziamento del Fondo a carico dello Stato.

Entro la fine dell’anno avremo quindi un quadro definitivo delle “partenze”. In questo contesto verrà chiesto dall’azienda un taglio dei costi, che dovrà essere contrattato in un quadro di rapporti di forza ben diverso rispetto a quello precedente: sembrano passati anni luce dai precedenti rinnovi contrattuali. Quello del 2012 (sotto il governo di salute pubblica di Monti-Fornero), in cui la categoria subì un durissimo ridimensionamento in termini di tutele, al punto di bocciare in massa il contratto nelle assemblee (evento che fu arginato con i soliti trucchetti dai sindacati firmatari). Ma anche quello del 2015, quando, dopo quattro scioperi nazionali, si arrivò ad un compromesso transitorio, a costo zero per le aziende, in cui si scambiarono aumenti ridicoli e differiti con ulteriori sterilizzazioni di oneri contributivi su TFR e Previdenza complementare.

Adesso le banche pensano che siano maturi i tempi per mettere mano a quello stravolgimento dell’impianto contrattuale che è da lungo tempo auspicato e su cui si registrano fin troppe disponibilità da parte sindacale.

Lavoro di manomissione che è già cominciato concretamente proprio in quella banca (ISP) che si è fatta carico di risolvere il problema veneto come “banca di sistema” e che ora si candida a modello da seguire, pensando di avere conquistato la credibilità, il prestigio e la legittimità per chiedere e ottenere quello che vuole.

Nell’accordo sulle assunzioni ibride in ISP, del 1^ febbraio scorso, c’è già il modello prescelto per affrontare il nodo della scarsa redditività delle banche degli anni a venire: la condivisione degli oneri con i lavoratori (e con i clienti, aggiungiamo noi).

Infatti è noto che sta per entrare in vigore la MIFID II, che impone agli intermediari bancari di esplicitare ai clienti il totale dei costi cui sono sottoposti nel loro rapporto commerciale con l’azienda. Il recepimento della direttiva (dopo dilazioni e rinvii non più differibili) è previsto in Italia per il 1^ gennaio 2018: non sarà molto diverso, come impatto, da quello che è stato il bail-in.

Ma mentre questo agiva sul livello di affidabilità (reale o percepita) delle banche, la Mifid II avrà un impatto diretto sui ricavi, perché costringerà a ridurre o azzerare le commissioni di caricamento (implicite o esplicite) sui prodotti collocati e dare maggiore visibilità anche alle commissioni di gestione applicate.

Non è difficile pensare alla reazione dei clienti e alla loro prevedibile disaffezione verso modelli distributivi orientati su gamme di prodotti opachi e costosi, che dovranno avere per legge una struttura dei costi molto più trasparente ed esplicita.

Le banche dunque esprimono l’intenzione di muoversi su due piani: da un lato sostituire le commissioni sul gestito con il contratto di “consulenza evoluta” per stabilizzare i ricavi, dall’altra sostituire i contratti di lavoro dipendente con forme di lavoro autonomo, per ridurre i costi in misura correlata al prevedibile calo dei ricavi.

Non è altro che la richiesta del 2013 di ridurre la componente fissa del salario e la pressione per spostare sui lavoratori il rischio della variabilità dei risultati, in modo da condividere l’imprevedibilità del mercato, E nello stesso tempo si rafforza, in automatico, la responsabilità, la disciplina, l’autosfruttamento (diremmo noi!) del lavoratore. Le pressioni commerciali diventerebbero finalmente superflue, perché incorporate nel meccanismo di funzionamento del sistema. A questo punto si può anche fare a meno di una buona dose di capetti, che ora hanno il solo compito di controllare i vari fogli excel (non previsti dalle procedure aziendali) per poi redarguire chi non riempie a sufficienza le caselle.

Come categoria abbiamo quindi di fronte il rischio gigantesco di arretrare in modo sensibile su tutto l’impianto contrattuale, a coronamento di una fase in cui abbiamo già perduto molto: il controllo sull’orario di lavoro effettivo, il potere d’acquisto, la dignità professionale, la vivibilità del clima aziendale.

La difesa dell’occupazione, che ovviamente resta la priorità assoluta in una fase di forti turbolenze come l’attuale, non deve fare perdere di vista la necessità di difendere anche i diritti normativi e le condizioni retributive.

Si tratterà sotto ricatto e avremo pressioni enormi per cedere in via definitiva diritti fondamentali. Tutto rischia di avvenire nel più totale distacco tra rappresentati e rappresentanti, senza alcun rispetto delle più elementari norme di democrazia e di partecipazione. Cercheranno di calarci dall’alto accordi impresentabili e vorranno imporli senza discussione. Dipende da noi subire ancora una volta, o provare a cambiare strada.

C.U.B.-S.A.L.L.C.A. Credito e Assicurazioni

Monte dei Paschi di Siena: un disastro costruito con metodo

“Oggi la banca è risanata, e investire è un affare. Su Monte dei Paschi si è abbattuta la speculazione ma è un bell’affare, ha attraversato vicissitudini pazzesche ma oggi è risanata, è un bel brand”. Matteo Renzi, Presidente del Consiglio dei Ministri, al Sole 24 Ore, 22 gennaio 2016.

Una valutazione ragionata sul disastro Monte Paschi di Siena richiede almeno tre livelli di analisi.

Il primo livello attiene alla questione del “mercato” e del suo evidente fallimento nella soluzione della crisi, non solo del caso specifico e non solo del settore bancario, ma dell’intero sistema economico.

A dire il vero occorre estendere il ragionamento all’intera esperienza della privatizzazione delle banche italiane, per arrivare alla disarmante verità: il privato ha fallito e il pubblico ne deve pagare il prezzo. In estrema sintesi le banche pubbliche, trasformate in spa, privatizzate e quotate a partire dai primi anni ’90, sono diventate aziende come le altre, oggetto di contesa e speculazione, spremute per profitti di breve periodo, allontanate dalla originaria missione del fare credito e finanziare l’economia reale, infine abbandonate al loro triste destino. Malamente difese da scalate estere ostili, tramite barriere regolamentari anacronistiche e fusioni “difensive”, che hanno consegnato agli azionisti ricchi e intempestivi dividendi, frutto delle “economie di scala”, le banche italiane sono arrivate alla grande crisi con una struttura patrimoniale inadeguata per solcare mari in tempesta.

Avendo alle spalle uno stato finanziariamente debole e all’interno un management (strapagato) gravemente incapace e incosciente della gravità dei problemi, i banchieri (quasi tutti) hanno respinto sdegnosamente gli aiuti di stato (i famosi Tremonti Bond) per paura di  perdere potere. Mentre i crediti dubbi crescevano in modo esponenziale, le fondazioni faticavano a sorreggere gli aumenti di capitale resisi necessari e quindi si cercavano all’estero capitali di ventura (da Blackrock ai fondi sovrani arabi o libici), per racimolare capitale, possibilmente non troppo esigente nel pesare sugli assetti di comando.

Dieci anni di recessione hanno fatto esplodere i casi più disperati, che peraltro non sono frutto del caso, ma della combinazione perversa tra poteri forti, politica d’accatto, vigilanza latitante, elusione delle regole. Non dimentichiamo che Mussari (MPS) è stato per due mandati stimato presidente dell’ABI, con Berneschi (Carige) tra i vicepresidenti. Un parterre de roi, oggi indaffarato con inchieste penali non di poco conto. Mentre le banche tedesche, francesi, inglesi, olandesi, belghe venivano assistite dallo stato con centinaia di miliardi di euro, per restare in piedi dopo evidenti fallimenti tecnici, le banche italiane affermavano seriamente di essere solide e competitive sul “mercato”, tranne pochi casi isolati, opportunamente commissariati. Si diceva che presto anche per loro sarebbe arrivata una “soluzione di mercato”.

Si  procedeva così al recepimento, anche in Italia, della normativa europea del “bail-in”, che significa rifiutare gli aiuti di stato alle banche in difficoltà e azzerare il valore di azioni e obbligazioni subordinate, per passare poi, se necessario, alle obbligazioni senior e ai depositi sopra i 100.000 euro. Ricetta prontamente applicata al caso delle quattro banche fallite nel novembre 2015, scadenza che ha di fatto aperto le porte del baratro al sistema bancario italiano e scatenato una crisi che si cerca ora disperatamente di tamponare con l’intervento pubblico da 20 miliardi, per prevenire crisi sistemiche incombenti.

Le “soluzioni di mercato”, mantra ideologico martellante ma inservibile quando si tratta di scucire miliardi privati per scongiurare disastri imminenti, non si sono viste: Mediobanca e JP Morgan hanno fallito nel trovare compratori per MPS e il fondo del Qatar ha scelto di starne fuori. Il cerino in mano è rimasto ai piccoli risparmiatori, pieni di obbligazioni subordinate, e in ultima analisi ai contribuenti italiani, che dovranno ristorarne le perdite, sempre che l’UE non si metta di traverso, come già stanno facendo i falchi tedeschi e i custodi dell’ortodossia “di mercato”.

Ed è solo l’inizio di una partita lunga, che servirà da battistrada per altri dossier scottanti, che stanno ancora bollendo in pentola. Attaccare il nostro sistema bancario, fragile per i suoi 85 miliardi di crediti deteriorati netti, per la perdita di 5,6 miliardi di ricavi in 10 anni e per il crollo degli utili (dai 22,7 miliardi di euro nel 2007 ai 3,7 miliardi nel 2015) è lo sport preferito negli ambienti finanziari europei: farlo a pezzi è funzionale per chi punta magari a prendere il controllo di questo contenitore, che ingloba pur sempre il corposo risparmio degli italiani, uno dei più alti al mondo.

E arriviamo così al secondo livello del ragionamento, che prende in considerazione la disastrosa gestione politica della crisi bancaria italiana. Non è fuori luogo ricordare le “porte girevoli” che vedono circolare sempre gli stessi personaggi, tra aule universitarie, C.d.a. delle banche e poltrone di governo: Passera, Fornero, Monti, Profumo (Alessandro e Francesco), l’immarcescibile Bazoli, l’impresentabile Verdini, le telefonate compromettenti degli ultimi arrivati (“Abbiamo una banca?”), il conflitto di interessi della Boschi e tanti altri personaggi da operetta, che si sono trovati quasi casualmente a ricoprire ruoli di responsabilità in settori delicatissimi. Basti pensare al duo Renzi-Padoan, cui va attribuita, per intero, non tanto l’origine della crisi di Monte Paschi, ma certamente la sua incredibile e fallimentare gestione finale. Già nel 2013 il Fondo Monetario (avete letto bene, il Fondo Monetario…) aveva suggerito la nazionalizzazione della banca, ma il governo italiano riuscì a far depennare la frase nel documento finale!

E per tutto il 2016, a crisi ormai conclamata, sotto i colpi devastanti della vigilanza europea (che sorvola sui derivati delle banche dei paesi “core” ma sbertuccia le banche dei paesi “piigs”) Renzi e Padoan hanno rimandato tutto all’esito del referendum (per fare cosa?), affidandosi alla JP Morgan, che ha imposto a luglio il cambio di direzione, con la defenestrazione di Viola e l’intronamento di Morelli, capo di JP Morgan Europa e già direttore finanziario MPS all’epoca dell’acquisto scellerato di Antonveneta. Intanto i risparmiatori votavano con i piedi, ritirando 20 miliardi di depositi dalle casse del Monte, mentre gli obbligazionisti subordinati, terrorizzati dalla possibile perdita integrale del capitale come nel caso Etruria, accettavano obtorto collo di convertire i propri titoli in azioni. Tutto inutile, tutto da rifare…

Adesso il decreto del governo apre una difficile transizione: lo stato salirà al 70% del capitale, la banca emetterà 15 miliardi di titoli per rifinanziarsi nel 2017, ma non è affatto chiaro cosa significhi il modello di salvataggio prescelto (“burden sharing” in luogo del “bail-in”). Perché non parlare in italiano e spiegare bene ai risparmiatori come funzionerà la conversione delle loro obbligazioni subordinate prima in azioni e poi dopo di nuovo in obbligazioni senior? Quanto perderanno? Quanto costerà l’operazione alle casse dello stato? Perché si insiste già sul ruolo “provvisorio” dello stato, da non protrarsi oltre i 12-24 mesi? Perché bisogna fare intervenire lo stato per evitare casini e poi restituire tutto ai privati quando si può ricominciare a guadagnare?

Sono interrogativi retorici, che denunciano l’avvenuta e totale perdita di sovranità, in cambio dei diktat che recepiscono le direttive “del mercato”…

E così arriviamo al terzo livello, quello che alla fine ci interessa di più: le conseguenze sui lavoratori di questa situazione kafkiana, che vede uscire sconfitti tutti i soggetti “deboli”, mentre i giocatori d’azzardo avranno fatto affari memorabili, puntando prima sui ribassi e poi sul salvataggio pubblico. Negli anni i lavoratori MPS hanno subito svariati piani industriali che hanno pesato enormemente sugli organici, sulle condizioni retributive, sui diritti normativi, sul welfare aziendale. L’esternalizzazione di 1.000 lavoratori in Fruendo è stato il passaggio più traumatico, ancora oggetto di vertenze legali controverse. I diritti sono stati calpestati in nome della sopravvivenza dell’azienda, ma le rinunce non sono bastate per evitare il peggio.

L’ultimo piano industriale, varato a ottobre, prevedeva 2.900 esuberi e 500 chiusure di filiali, ma non è stato mai discusso veramente, dato che tutto dipendeva dalla ricapitalizzazione, poi fallita. L’accordo ponte firmato il 23 dicembre è poco più di un pannicello: manda a casa 600 addetti che maturano i requisiti pensionistici entro il 31.5.2022 e qualche decina di colleghe con “l’opzione donna”. Per gli altri passeranno altri mesi di angoscia e di incertezza, prima che un nuovo e più draconiano piano industriale emerga dalle nebbie dell’intervento pubblico. E’ grave che il management, Morelli in testa, sia stato riconfermato, a prescindere dal fallimento del suo “progetto”. Per i lavoratori MPS si apre una stagione durissima, come già si intravede per i casi più noti (fusione Veneto Banca – Pop. Vicenza, fusione Banco Popolare – BPM, vicenda Carige, accordo Cariferrara e  risoluzione delle altre tre banche fallite).

Di fronte ad una riproposizione seriale di piani lacrime e sangue, solo l’unità della categoria e la solidarietà di sistema possono garantire soluzioni accettabili. Non sarà una passeggiata, ma la mobilitazione e la lotta hanno dimostrato, in altre situazioni e in altri settori in crisi, di pagare sul piano dei risultati concreti. Nel contempo bisogna aprire la discussione sul bilancio da trarre da questi 25 anni di privatizzazione del credito e sui caratteri e le prospettive della sua ri-nazionalizzazione.

Ed anche sul ruolo dei rappresentanti sindacali dei lavoratori bancari, che hanno spesso condiviso l’entusiasmo per le privatizzazioni, convinti di avere così un maggior potere negoziale (magari con forme di cogestione), e devono oggi prendere atto di un clamoroso fallimento, dalle conseguenze pesantissime. Non sarà mai troppo tardi per cambiare registro e ricostruire sulle macerie l’idea di un sindacato diverso che, anziché concertare e collaborare con i vertici aziendali, faccia dell’autonomia la propria bandiera ed usi il conflitto per difendere gli interessi di chi rappresenta.

 

C.U.B.-S.A.L.L.C.A. Monte dei Paschi di Siena

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SOSTENERE LA LOTTA DEI LAVORATORI FRANCESI, RIPRENDERE QUELLA IN ITALIA

lottefranciaLa CUB-SALLCA è ovviamente al fianco delle lavoratrici e dei lavoratori francesi da mesi, ormai, in lotta contro la Loi Travail, il loro Job Act per capirci.

Stridente è il contrasto con il nulla che è successo in Italia in primo luogo a causa della passività dei sindacati concertativi.

Allucinante il velo di silenzio che i principali mass media tentano di stendere su quanto sta accadendo.

Anche la maggior parte dei nostri colleghi ha un livello di informazione e conoscenza dei fatti del tutto inadeguato.


A SEGUIRE (e in allegato) TROVATE UN EFFICACE DOCUMENTO PREDISPOSTO DALLA NOSTRA STRUTTURA DEL MONTE PASCHI. 

Naturalmente la situazione è in costante evoluzione (si parla di casse di resistenza internazionali, di manifestazioni di fronte alle ambasciate francesi,…) e, per quanto possibile, cercheremo ancora di informarvi su eventuali iniziative che coinvolgano direttamente la nostra organizzazione ed il sindacato di base in generale.

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SOSTENERE LA LOTTA DEI LAVORATORI FRANCESI, RIPRENDERE QUELLA IN ITALIA

La grandiosa mobilitazione della classe lavoratrice francese per il ritiro della Loi Travail, dopo aver mostrato la forza della compattezza e della determinazione, inizia ad essere attaccata dal capitale e dai suoi mestatori politici e mediatici, con le consuete formule ideologiche che fanno perno sull’incompatibilità di quanto richiesto dai lavoratori, con le esigenze relative alla competitività del Paese sullo scenario internazionale. È una commedia già vista fin troppe volte, seppur con declinazioni diverse. È, in fondo, lo stesso ricatto posto al popolo greco al tempo del referendum.
La Loi Travail per alcuni aspetti ricalca il Jobs Act del governo Renzi, per altri anticipa quelle che sono le richieste presenti nell’agenda della Confindustria.
Il provvedimento del governo Hollande pone gli accordi aziendali in posizione prevalente rispetto ai contratti collettivi, estende la possibilità dei licenziamenti economici anche per l’abbassamento significativo degli ordinativi o per una riorganizzazione aziendale, offre al datore di lavoro la possibilità di imporre per cinque anni riduzioni di salario e aumenti dell’orario di lavoro.
La lotta dei lavoratori francesi riafferma la centralità del lavoro nei processi di trasformazione sociale, rompendo la cortina che ne aveva relegato il ruolo a mera appendice di dinamiche economiche e finanziarie autoreferenziali.
Questa volta noi lavoratori europei non possiamo fallire. Nostro compito è quello di delineare una chiara strategia di sostegno alla protesta francese.
Alcune organizzazioni sindacali e politiche hanno proclamato giornate di mobilitazione con manifestazioni e presidi davanti ai consolati francesi, in diverse città d’Italia.
Accanto a queste iniziative, noi proponiamo l’istituzione di una cassa di resistenza a supporto dei lavoratori francesi, che dopo un periodo di intensa mobilitazione, si apprestano ad affrontare il peso dello sciopero illimitato, proclamato dal fronte sindacale che si oppone alla controriforma del lavoro.
La cassa di resistenza va collocata in una prospettiva a lungo termine, nella quale si dovranno sviluppare forme maggiormente strutturate di lotta su scala sovranazionale, forme che finora si sono realizzate per quanto concerne l’Europa, attraverso la fusione a freddo dei vertici burocratici sindacali, senza alcun reale peso sulla dialettica tra imprese e lavoratori.
Da ciò l’inevitabile marginalità politica del lavoro, con il proliferare di “riforme” ostili attuate da governi di destra o di “sinistra”.
Le condizioni dei lavoratori – strette tra la morsa delle politiche deflattive assunte dalle autorità europee e la posizione di forza del capitale, determinata dalla sua ampia capacità di spostarsi alla ricerca di un costo del lavoro inferiore – stanno progressivamente tornando ad essere quelle preesistenti alle conquiste del movimento operaio del secondo dopoguerra.
Con la cassa di resistenza, oltre a perseguire lo scopo di un sostegno concreto alla lotta dei lavoratori francesi, possiamo esprimere la nostra distanza dai vertici dei nostri sindacati collaborativi e dalla loro inerzia complice.
Che continuino a non proclamare scioperi per riforme come quella della Fornero o il Jobs act, passate come noto, senza colpo ferire. Che perseverino sulla strada dell’ammiccamento con un potere politico, che non si sbarazza di loro definitivamente, solo per il ruolo di ammortizzatori del conflitto sociale che continuano a svolgere. Lasciamoli soli a raccogliere firme per una Carta dei diritti universali che mai nessun parlamento nazionale approverà, visto che dovrebbe verificarsi una completa inversione di tendenza, degli stessi rappresentanti che hanno provveduto a smantellare il perno su cui si reggeva lo Statuto dei lavoratori, attraverso la cancellazione dell’articolo 18, di cui le imprese richiedono ora l’applicazione nella nuova forma senza reintegro, anche per gli assunti prima dell’entrata in vigore del Jobs Act…
Cruciale diviene allora porci al fianco dei lavoratori francesi, per sostenere la loro lotta e per riprendere quella in Italia. Tutto deve contribuire a materializzare la nostra presenza al loro fianco, anche per rompere il muro di silenzio che i nostri asserviti mezzi di comunicazione di massa hanno innalzato su tali vicende.
Il limite del contesto nazionale si può abbattere così.
Oggi il fuoco divampa in Francia. Domani sarà di nuovo in Grecia o in Portogallo. Chissà forse in Italia.
E avremo solo una certezza: quanto faremo adesso, verrà metabolizzato dal soggetto collettivo in fieri, di respiro europeo, che accrescerà sé stesso.
La lotta di ci dirà il resto.

MPS – INTERVENTO ALL’ASSEMBLEA DEL 16 GENNAIO A NAPOLI

Vista l’impossibilità di analizzare in dettaglio l’ipotesi di accordo per gli stringenti limiti di tempo, ritengo più utile soffermarmi sull’impostazione generale che a mio avviso la caratterizza.

Vorrei richiamare la vostra attenzione su un concetto contenuto nella premessa. La centralità dei dipendenti. Centralità che  nel documento viene ribadita.

Ma attraverso quali modalità si intende perseguire tale scopo? Attraverso un rafforzamento del welfare aziendale.

Il consolidamento del welfare aziendale sembra assolvere la funzione che una volta era rappresentata dalla stabilità del posto di lavoro, facendoci fare un ulteriore passo in avanti verso un modello di regolamentazione del rapporto di lavoro di tipo americano, che potremmo sinteticamente chiamare dei sommersi e dei salvati.

Chi  riesce  a  salvarsi  dalle  eventualità  sempre  più  numerose  che  minacciano l’esistenza  stessa  del  rapporto  di  lavoro,  che  vanno  dal  trovarsi  coinvolti  in un’esternalizzazione o più semplicemente, per i futuri colleghi assunti dopo il Job’s act, all’essere inquadrati con il cosiddetto contratto a tutele crescenti che consente la piena libertà di licenziamento, potrà fruire dei servizi del welfare aziendale, che saranno sempre più ambiti anche in assenza di un loro irrobustimento ottenuto in fase negoziale, vista la progressiva privatizzazione della sanità a cui assistiamo.

Chi invece resterà stritolato dalla competizione sempre più spinta che regolerà la vita lavorativa, competizione alla quale, sia detto en passant, questo accordo non mette alcun freno per quanto concerne il tema delle pressioni commerciali, scomparirà dal nostro orizzonte politico, sindacale o semplicemente emotivo, non prima però di svolgere per l’azienda un’ultima preziosa funzione: quella di deterrente alla conflittualità, alla contestazione, o alla semplice critica.

Questa impostazione è da rigettare. Se come si afferma nella premessa, l’azienda ha a cuore il sostegno dei dipendenti e addirittura delle loro famiglie, non esiste miglior rimedio che concordare insieme ai rappresentanti dei lavoratori, norme che anche nella contrattazione di secondo livello impediscano gli abusi in tema di cessioni di ramo d’azienda e mettano dei limiti alla disciplina nefasta del Job’s act per i nuovi assunti.

 

Così come è da rigettare quello che nell’ipotesi di accordo non si legge, perché implicito: la rassegnazione.

 

Rassegnazione che porta all’accettazione indiscutibile, che si debba intervenire sul

salario.

 

Un assunto dogmatico. Che naturalmente si ha cura di rivestire della più spendibile delle vesti tecniche.

 

Ma qui, ora, ma direi ovunque e sempre, quando si arriva a parlare esclusivamente in termini tecnici, significa che la politica, intesa come insieme delle decisioni che riguardano l’esistenza degli uomini e su di essa impattano, ha già fatto la sua parte.

 

Allora sì che non c’è nulla da discutere perché la dimensione tecnica non può offrire

alternative, ma solo formali accomodamenti. Rigettiamo e poi? Potrebbe dire qualcuno.

Ed io rispondo: già il rigettare è un poi. Un poi che non è stato ancora attraversato se

permettete, e di cui è giusto non conoscere le conseguenze, che possono essere valutate solo a posteriori, e sulla base della forza e della coesione con cui si mantiene quel poi.

 

Quel poi, e concludo, può acquisire forza però, solo uscendo dalle condizioni che hanno regolato da sempre le relazioni sindacali di questo settore, rompendo col sistema della delega in bianco, rifondando l’azione sindacale sulla base costituita dai lavoratori e riuscendo anche qui ad eleggere i nostri rappresentanti.

Io questa scelta l’ho concretizzata aderendo all’unico sindacato di base del settore, il SALLCA CUB.

Invito tutti i lavoratori che sono animati da un analogo sentire a votare no a questa ipotesi d’accordo e, soprattutto, a dare forza alla costruzione di una reale democrazia sindacale nel settore del credito, l’unico strumento che può far pesare maggiormente le nostre sempre più intimorite, spaesate, rassegnate voci individuali, in una dignitosa e forte voce collettiva.

CONTRATTO DI II LIVELLO AL MONTE DEI PASCHI: SE NON ORA, QUANDO?

Pochi giorni solari alla fine dell’anno. Altrettanti alla scadenza dell’accordo separato del 19.12.2012, che in questi tre anni ha fatto le veci del contratto integrativo che fu. Pullulare di assemblee? Resoconti puntuali, sulla fervida attività dei sindacati trattanti circa le loro proposte?

Niente di tutto ciò sotto il cielo del Monte dei Paschi.

Di proposte si parla, negli stringati comunicati sindacali. Ma sono quelle aziendali. Le si definisce inaccettabili, provocatorie, irricevibili.

A noi lavoratori non è dato conoscerne il contenuto. Magari giusto per confrontare se la nostra personale contrarietà si conforma a quella espressa, a parole, dalle organizzazioni sindacali. Tutto si svolge, come di consueto, sulle nostre teste. Eventi incontrollabili, ultraterreni verrebbe voglia di dire, di cui però sentiremo la dura concretezza, nella fase in cui esplicheranno i loro nefasti effetti.

In una congiuntura come quella attuale, in cui il tasso generale di democrazia sindacale è ai minimi, nel nostro settore, già storicamente caratterizzato dalla sola presenza delle RSA (elette formalmente, nominate sostanzialmente), senza che sia mai stato possibile per i lavoratori esprimere le proprie preferenze con l’elezione delle RSU (perché i sindacati bancari non ne hanno mai recepito la normativa con un accordo quadro), i lavoratori sono completamente estromessi dal processo decisionale di accordi in cui la parte datoriale è unica protagonista di un rapporto che dovrebbe essere dialettico, ed in cui quindi, alle pretese di ridimensionamento dei diritti e di riduzione del costo del lavoro, bisognerebbe frapporre quantomeno un’efficace barriera e, magari, iniziare ad essere parte attiva, con la capacità di mettere all’ordine del giorno proprie proposte.

In un tale contesto, ai lavoratori residua un raggio d’azione limitato per esprimere il proprio dissenso: la revoca dell’iscrizione a sindacati che, in modi e gradi diversi, sono complici di quanto accade. Vediamo perché.

Il rito lo conosciamo già.

Scaduto il termine perverranno sulle nostre caselle di posta elettronica volantini in cui, pur ancora presente l’indignazione (magari mitigata), l’accento sarà stato spostato non più sulla irricevibilità delle proposte aziendali, ma sulla difficoltà del momento, sul contesto difficile, ecc…

La narrazione dei comunicati sindacali prenderà poi una piega mistica: miracolosamente l’accordo è stato raggiunto.

Naturalmente  il  lavoratore,  dotato  di  intelligenza,  nonostante  la  bassa  considerazione  che  trapela  dagli estensori dei comunicati, si farà subito una domanda: ma come è possibile che per un accordo di cui si conosceva la scadenza fin dal principio dei tre anni in cui è entrato in vigore, si sia arrivati agli ultimi giorni, addirittura alle ultime ore, per trovare un’intesa di rinnovo?

Poi sarà il momento in cui le organizzazioni sindacali chiederanno un vero e proprio atto di fede agli iscritti: credeteci, diranno nei loro comunicati non più indignati ma pragmatici, di meglio non si poteva fare. Se non avessimo firmato, le cose sarebbero andate peggio.

Ora per carità, non vogliamo negare che questo possa essere in parte vero. Peccato che l’accettazione di tutto ciò sarà, appunto, frutto di un atto di fede, non potendo di certo provenire da un’analisi critica di documenti, proposte, controproposte, posizioni, ecc…, elementi che al lavoratore sono rimasti sconosciuti.

Al lavoratore rimarrà in particolare sempre misteriosa, la distanza tra le conseguenze negative delle proposte irricevibili di parte aziendale, e le conseguenze negative ma necessarie prodotte dall’intesa raggiunta.

Certo il panorama dei sindacati trattanti è disomogeneo. C’è chi firma subito gli accordi a perdere. C’è chi resiste e poi firma. C’è un tavolo. Un secondo tavolo. C’è chi magari non firma ben sapendo che, sulla base degli accordi che riguardano in generale tutti i lavoratori (come quello del 10 gennaio 2014), sarà sufficiente che a firmare siano le organizzazioni sindacali che rappresentano il 50%+1 degli iscritti (degli iscritti, badate, non dei lavoratori!).

La domanda che dovremmo porci è: ma tutto ciò si riflette in differenze sostanziali?

Se la risposta dovesse essere negativa, al lavoratore, privato di qualsiasi ruolo e caricato di tutte le conseguenze, non rimane che la possibilità di disconoscere la propria appartenenza a tali sindacati, considerando che ormai è la  semplice iscrizione a riassumere la sua volontà.

Chi scrive, con l’adesione al SALLCA CUB, l’unico sindacato bancario che non si è reso compartecipe del forte arretramento normativo ed economico degli ultimi due decenni (in particolare con un coerente rigetto degli ultimi vergognosi contratti collettivi), ha voluto far penetrare questa possibilità di dissenso e costruzione di un’alternativa, nell’immobilità storica delle relazioni sindacali che ha connotato il Monte dei Paschi.

Il SALLCA è un’opportunità. Ma la coerenza dimostrata in questi anni, pagata con la negazione dei diritti sindacali, è condizione necessaria ma non sufficiente, ed ha bisogno che ad essa si coniughi la forza e l’intelligenza dei lavoratori, affinché si possa agire efficacemente. Nelle realtà aziendali in cui maggiore è il radicamento, nelle poche occasioni in cui i lavoratori del credito hanno potuto esprimersi liberamente attraverso un voto, Il SALLCA è andato ben al di là della sua rappresentatività in termini di iscritti, riuscendo ad eleggere 2 membri – su 7! – nel CDA del Fondo Pensioni del Gruppo Sanpaolo IMI –, con il 20% di voti (in pratica, rapportando il risultato all’intero settore del credito, il SALLCA potrebbe essere il terzo sindacato per rappresentatività, se avessimo la possibilità di eleggere i nostri rappresentanti…), nonché un membro sia nel CDA che nell’Assemblea dei Delegati del Fondo Sanitario di Intesa San Paolo.

L’invito rivolto ai colleghi è allora quello di prendere l’unica decisione che ci può permettere di opporci al dilagante autoritarismo aziendale e alla passività e/o compartecipazione dei sindacati firmatutto: revocare la propria iscrizione e provare a costruire, anche qui al Monte, una possibile alternativa. Altrimenti non ci resta che attendere che le decisioni aziendali, tramutate in “accordi”, piovano pesantemente sulle nostre teste, attraverso

i  consueti  comunicati  dell’ultima  ora,  attività  in  cui  sembra  ormai  riassumersi  l’operato  di  organizzazioni sindacali sempre più subordinate alle aziende e distanti dai lavoratori.

TEMPO DI BILANCI NELLA FRUENDO SRL? FACCIAMOLI!

mps fruendo
Sono passati 600 giorni dalla “nascita” (1 gennaio 2014) della Fruendo SRL.

I bilanci sono quelli, tristemente, annunciati. La memoria, invece, torna alle date del 19 dicembre 2012 e del 21 dicembre 2013 ed allo “scippo”‘ realizzato dai sindacati firmatari di quegli accordi, che non solo hanno sottratto ai lavoratori, oggi esternalizzati, il loro diritto di essere rappresentati, ma si sono fatti garanti della PREESISTENZA e dell’ AUTONOMIA FUNZIONALE di un ramo d’azienda mai esistito!

Oggi, come allora, i fatti dimostrano che la Fruendo SRL non esiste e che vive solo in funzione della commessa di Banca MPS SPA. In questo clima surreale (si direbbe se non fosse per le reali e devastanti conseguenze nella vita dei dipendenti) e considerati gli scontri pregressi, non ci saremmo aspettati la ricomposizione di un tavolo sindacale unitario.

Ci ha lasciato increduli l’ultimo volantino, unitario, dove anche FABI, FIBA CISL – ora FIRST CISL – e UILCA (firmatari degli accordi di cui sopra) parlano di rischi occupazionali, ammettendo che le nuove commesse prospettate dalla Fruendo SRL non ci sono.

Oggi cosa resta ai lavoratori esternalizzati? La loro dignità e, a chi vorrà e potrà, la possibilità di difendersi, da solo o con l’aiuto dell’avvocato che si è scelto!

Sempre a proposito di bilanci, vorremmo ricordare quanto saranno ininfluenti, per la Banca, i costi per difendersi nei tre gradi di giudizio per le cause sulle esternalizzioni e quanto, invece, i costi personali, economici e familiari sostenuti dai lavoratori non potranno essere risanati da nessun risarcimento!

Noi crediamo, però, che andrebbe rilanciata un’azione solidale e collettiva, un’azione  sindacale  che  si  affianchi  alle  tante  iniziative  legali  in  piedi. Un’azione sindacale, aggiungiamo, che sia alternativa a quella delle troppe sigle compromesse e conniventi con i voleri aziendali. Offriamo ai lavoratori la possibilità di autorganizzarsi e difendere i propri diritti.

MA NOI “FRUENDINI” SIAMO BANCARI?

Con l’esternalizzazione MPS ha cercato di farci fuori e di non farci sentire più bancari, anche se al momento il nostro contratto è quello del credito.
L’abbiamo presa male ma abbiamo reagito peggio: tante cause legali, poche lotte.
Sono prevalse rabbia e rassegnazione.

Ora possiamo e dobbiamo recuperare.
Sappiamo che lo sciopero per il contratto nazionale è stato indetto dai sindacati che ci hanno “venduti”.
Ma è stato indetto anche dal sindacato di base, con relative iniziative (come potrete leggere sul retro).
Una delle partite che si gioca con questo contratto è quella dell’area contrattuale, che ci riguarda direttamente.
Il nostro futuro e il comportamento aziendale saranno anche determinati dalla nostra “inclinazione” alla lotta sindacale.
Ora siamo in mille e non in trentamila come quando eravamo “montepaschini”. Delegare gli “altri” non è più possibile.

Il 30 gennaio scioperiamo compatti!

CUB-SALLCA FRUENDO

BMPS – ACCORDO SUGLI ESODI

DA SEGRETERIA NAZIONALE CUB SALLCA

Anzitutto ricordiamo che il recente accordo sugli esodi riguarda MPS ed al momento nulla è previsto per Fruendo.

Troviamo singolare il commento di alcuni sindacati firmatari sul fatto che questo accordo è stato fatto  “senza ulteriori oneri a carico dei lavoratori in servizio”.
Lo “scambio” e la penalizzazione ci pare siano già avvenuti abbondantemente con lo sciagurato accordo del 19 dicembre 2012, che ha azzerato gli accordi aziendali e creato notevoli danni economici e normativi ai lavoratori.

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